Il suo sguardo sul mondo ha portato Marc Augé a un’idea solitaria – ma non cinica – e disincantata – ma non rassegnata – di quel mistero umano che è l’amore
Le speculazioni più note di Marc Augé sono, senza dubbio, quelle intorno al concetto di “non-luogo”, uno spazio di mero passaggio dove si trovano grandi masse di individui senza individualità. Si tratta di quei luoghi nati con la “surmodernità”, altro concetto di Augé, spiegato nel 2007 in un’intervista a Paola Bizzarri: «surmodernità è un termine che preferisco a quello di post-modernità. Quest’ultimo porta con sé l’idea che oggi non vi siano più legami con la modernità, come se fossimo “andati oltre”. Secondo me non è proprio così. Sono del parere che il periodo che ci troviamo a vivere corrisponda ad un’accelerazione dei fattori che hanno costituito la modernità. Si registra un’accelerazione nella storia, nell’individualizzazione, nell’organizzazione degli spazi e negli aspetti economici e scientifici. E quando si individuano molti fattori in atto, è difficile determinare l’ordine delle cose, pertanto ho usato il termine surmodernità: come definizione quando compaiono molti fattori nella spiegazione di un fenomeno».
L’antropologo francese che è morto a luglio del 2023, dopo essere giunto a queste riflessioni già nel 1992, ha ampliato il suo orizzonte concentrandosi – tra le altre tematiche – sulla solitudine. Specialmente sulla solitudine del “nuovo uomo globale”, un soggetto che “vive in una società di consumo. Ebbene, l’individuo viene considerato più come un essere da consolare, che come un attore sociale. Il consumismo lo consola offrendogli l’idea di possedere una certa libertà, ma a ben guardare si tratta di un’illusione di libertà. Egli non può che consumare quello che gli viene offerto. Ed è questo andamento che determina il suo gusto e la sua solitudine. Nella surmodernità vengono meno i legami sociali di tipo tradizionale, pensiamo ai legami familiari. Ma l’uomo non può vivere solo, è sempre in relazione. Tuttavia, egli vive in un periodo in cui queste relazioni si devono ricomporre. Il problema della crisi dell’uomo contemporaneo è che non vede chiaramente come le relazioni si ricomporranno”.
La sua “antropologia del quotidiano” lo ha così spinto a concludere di vivere in un mondo dove siamo tutti connessi e nessuno in relazione. Nel 2013, in occasione del festivalfilosofia, Marc Augé ha tenuto a Modena una lezione magistrale proprio in materia di solitudine, in questo caso degli amanti. Perché gli individui esperiscono la solitudine anche quando vivono in coppia e secondo il suo concetto di “solitudine a due” gli innamorati sono soli al mondo “ciascuno per proprio conto”, ovvero si tratta di “due solitudini che vengono a coincidere”. Si tratta dell’unione di due individualità, ed è importante ricordare come “il sentimento stesso della fusione appartiene al singolo, ognuno lo vive per sé” e che “l’apparente unione di due solitudini alimenta, per qualche tempo, la nascita di un’illusione. I due innamorati sono soli al mondo, ma il mondo comincia con l’altro. La doppia solitudine è il vero significato della solitudine a due, le parole pronunciate spontaneamente o riprese più sottilmente dai poeti lo affermano e lo confessano con ingenuità, cercano di esprimere la voglia di vivere intensamente che si prova quando sentiamo sorgere intorno a noi un mondo che improvvisamente acquista più forza ed evidenza”. L’altro individuo con cui il singolo si unisce “nella passione della fusione amorosa, è l’uomo o la donna che trasforma il mondo con la sua presenza, ma ognuno vive il suo sogno con le proprie sensazioni e i propri colori e vi trasporta la propria immagine dell’altro. In tal senso la relazione amorosa non è propriamente una relazione, perché una relazione tra due individui, per quanto possa essere forte, non si lascia compromettere dalla tentazione della fusione. La fusione non è solo la simpatia o l’empatia, è il divenire padroni dell’altro a livello immaginario e in tal senso la negazione di esso, una forma di cannibalismo vorace pulsionale. Per questo motivo rompere lo stato di sudditanza reciproca a cui in definitiva corrisponde l’unione di due solitudini può essere molto pericoloso. Nel momento in cui si profila la possibilità di un amore autentico e illuminato grazie al riconoscimento dell’altro in quanto altro, l’egoismo della passione impedisce spesso di costruire una relazione”.
Un ruolo significativo nella solitudine dell’uomo digitale lo rivestono anche le nuove tecnologie e quei mezzi di comunicazione che tendono a sovrainterpretare l’istante e negare l’irreversibilità del tempo. La televisione e i social network fanno scorrere davanti agli occhi dell’individuo una marea di visi che egli crede di conoscere, mentre si limita solo a riconoscere, il che fa sì che si giunga a un paradosso, giacché “è proprio il potenziamento della comunicazione a suscitare nuovi possibili rischi di isolamento, tali rischi sono collegati alla promozione dell’individuo consumatore” perché i mezzi stessi di comunicazione sono dei prodotti di consumo “che devono essere riprodotti e rinnovati costantemente per garantire la buona salute del mercato mondiale”. Per questo secondo Augé “è essenziale non confondere i fini con i mezzi e nel caso specifico evitare di definire in partenza l’individuo in termini esclusivamente consumistici”.
Quale via d’uscita a questo mondo divorato dal consumismo e, quindi, solitario? L’antropologo da un lato individua l’arte come una forma di resistenza dato che “nel gesto della creazione artistica vi è un appello all’altro e in questo atto si palesa un gesto di resistenza alla solitudine” mentre nel caso ad esempio delle arti plastiche è presente “una volontà di pensare che ciò che appare incomprensibile nella società attuale possa essere oggetto di rappresentazione e pensiero”. Dall’altro lato brilla forte la speranza di vivere “alla vigilia del giorno in cui la solitudine come affermazione di sé andrà di pari passo con il riconoscimento dell’altro in quanto altro, alla vigilia del giorno in cui uno sforzo continuo, modesto e ambizioso per accedere alla lucidità dello sguardo su di sé e sugli altri prenderà il posto delle illusioni devastatrici delle passioni egoiste”.
Già nel 2013, Marc Augé invocava che noi, individui “stanchi di coloro che vogliono la nostra felicità o la nostra salvezza a ogni costo, acquisteremo la convinzione che i nostri politici dovrebbero lavorare in via prioritaria all’elaborazione di un programma educativo a lungo termine esteso a tutti, il cui scopo sia quello di rendere ognuno effettivamente libero di amare. Amare imparare, amare vivere e amare amare”.