Terrorizzò Rochester negli anni ’70, la sua identità rimane ancora oggi un mistero

Per quanto la si possa studiare, la mente umana rimane un labirinto inespugnabile fatto di vicoli ciechi, svolte inattese, oscuri corridoi e meraviglie imperscrutabili. Chi scrive non è uno psichiatra ma il fascino che esercitano su di noi le storie introspettive dimostra l’ineluttabile verità che sappiamo di non conoscerci, e tutto ciò che si muove appena oltre il filtro della realtà, nei meandri più nascosti della nostra mente, oltre quel velo di verità riflettente nello specchio, acquisisce contorni inquietanti tanto quanto seducenti. Forse per questo siamo così affascinati dalla figura del serial killer: mossi dal desiderio di comprendere i nostri simili abbiamo bisogno di trovare spiegazioni convincenti ai loro comportamenti, perché capire è come accendere la luce in una stanza buia di notte e scoprire che sotto il letto non c’è niente, che tutto è esattamente come dovrebbe essere. Naturalmente, non è che una chimera. Se tutto fosse realmente come dovrebbe essere, non ci sarebbe bisogno di raccontare questa storia.

Nello Stato di New York, nella contea di Monroe, sorge la cittadina di Churchville, attraversata dall’Interstate 490. Proprio qui, sul ciglio della strada, in una uggiosa giornata del novembre 1971 viene trovato il corpo di una bambina. Si chiama Carmen Colòn, ha 10 anni, e il suo cadavere martoriato è nudo dalla vita in giù e porta i segni di una violenza indicibile. Carmen è figlia di immigrati di Porto Rico: è stata stuprata e strangolata a morte. Non si sa altro di lei, fino al momento in cui un uomo si presenta alla stazione di polizia per presentare una denuncia di rapimento: qualche giorno prima, il 16 di novembre, ha visto una bambina dai capelli neri, nuda dalla vita in giù, correre sulla corsia di emergenza della interstatale 490 agitando le braccia nel tentativo di chiedere aiuto. L’hanno vista decine di automobilisti, ma nessuno si è fermato a prestare soccorso. Nessuno ha nemmeno rallentato. E poi un uomo l’ha afferrata e l’ha trascinata nell’auto, mentre lei cercava di divincolarsi. Dopo la prima segnalazione ne arrivano altre 37: eppure nessuno di quei 38 automobilisti ha pensato di denunciare l’accaduto finché la foto del cadavere della bambina non è comparsa sul giornale. Carmen Colòn è una bambina povera, viene da un quartiere periferico: la sua storia non fa notizia e, dimenticata in morte come era stata ignorata in vita, le indagini sul suo caso si arenano e l’attenzione dell’opinione pubblica si sposta altrove. Nessuno fa caso, in quei primi giorni, a quella tripla “C”: Carmen, Colòn, Churchville. Nessuno capisce che si tratta solo di un prologo e che qualcuno è pronto a girare la pagina ed entrare nel vivo della storia.

Quando Wanda Walcowicz scompare, è passato un anno e mezzo dalla morte di Carmen. È il 2 aprile 1973: Wanda ha 11 anni, folti capelli rossi e il sorriso di chi ha ottenuto il permesso di fare per la prima volta le commissioni da sola. Esce di casa intorno alle 17, alle 20 non è ancora rientrata. La madre nel panico ne denuncia la scomparsa e per 14 ore ogni agente della contea di Monroe è impegnato nella ricerca della bambina. Purtroppo, Wanda non sarà mai più vista viva: viene trovata in una piazzola di sosta adiacente alla baia di Irondequoit, tra Rochester e Churchville, vicino a una cittadina chiamata Webster. Il suo corpo è vestito, ma è stata stuprata e strangolata. Wanda, Walcowicz, Webster. Questa volta le indagini non si arenano: la paura dilaga tra i cittadini e le testimonianze sono molteplici. C’è chi dichiara di aver visto la bambina trascinata in una Dodge Dart sotto i suoi occhi; chi giura di aver visto il momento in cui il corpo della bambina veniva gettato dall’auto in corsa; qualcuno afferma di aver visto Wanda piangere seduta in una Pinto di colore verde e di aver notato al volante un uomo tatuato. Ogni pista cade però nel vuoto, ogni indagine porta a un nulla di fatto. Questa volta l’assassino si prende meno tempo: nel novembre del 1973, 7 mesi dopo la morte di Wanda, una bambina di 10 anni scompare da Macedon, cittadina vicina a Rochester. Si chiama Michelle Maenza. Il suo corpo viene trovato quasi subito: come Wanda è vestita ma ha subìto violenza sessuale e anche lei è stata strangolata. A questo punto è impossibile ignorare i macabri indizi: Michelle, Maenza, Macedon. Gli inquirenti sanno di trovarsi di fronte un serial killer e i giornali battezzano l’evanescente figura che popola gli incubi degli Stati Uniti con un nome che farà la storia della criminalità americana: “Alphabet”, il killer dell’Alfabeto.

Oltre alle iniziali dei nomi, ci sono altre similitudini nei casi che riconducono a un modus operandi univoco: l’autopsia mostra che tanto Wanda quanto Michelle avevano mangiato subito prima di morire, un segno che l’assassino probabilmente le ha attirate in macchina con dei dolcetti. L’attenzione sul caso è più alta che mai e i sospetti si concentrano su due uomini: dapprima Miguel Colòn, lo zio della prima vittima, e in seguito Joseph Naso. Le prove su Colòn non sono molte: i detective ritengono che Carmen conoscesse il suo assassino, perché è stata strangolata frontalmente, non soffocata da dietro, e perché non aveva i resti di un dolce nello stomaco, segno che forse il suo aggressore non aveva avuto bisogno di attirarla in macchina, ci era salita spontaneamente. Ma al di là di questo, manca un effettivo movente e non ci sono prove concrete: su Miguel Colòn però la luce del sospetto non si spegnerà mai, finché, 6 settimane dopo la morte della nipotina, non si suiciderà in carcere. In un primo momento la sua morte sembra un’ammissione di colpa: e il caso, con sollievo di tutti, viene dichiarato chiuso.

Tra il 1977 e il 1994 la California viene paralizzata da un’ondata di omicidi cruenti: le vittime sono tutte prostitute tra i 18 e i 38 anni, ma questo non è l’unico tratto che hanno in comune. Roxene Roggasch viene strangolata nel 1977; poco dopo è il turno di Carmen Colòn, una curiosa omonimia con la prima vittima di Alphabet; Pamela Parsons viene uccisa nel 1993 e nel 1994 l’assassino colpisce Tracy Tafoya. Se col senno di poi il collegamento può apparire chiaro, bisogna pensare che lì per lì gli inquirenti dello Stato di New York erano convinti che Alphabet fosse morto. Tuttavia, nel 2007 un test del Dna scagiona definitivamente il defunto Miguel Colòn: grazie alle tracce di sperma rinvenute sui corpi delle bambine si scopre che lo zio di Carmen era innocente. Non è stato lui a uccidere la nipotina, e nemmeno Wanda e Michelle. Il caso si riapre. Joseph Naso ha 76 anni, è in libertà vigilata: è stato condannato per piccoli furti e durante una perquisizione a casa sua le autorità del Nevada scoprono un diario in cui l’uomo racconta di aver violentato e assassinato 10 donne. Tra le pagine sono racchiuse anche alcune foto amatoriali. Quattro delle vittime sono le prostitute dal nome e cognome con la stessa lettera morte in California, altre due verranno identificate in seguito. Di quattro, non si conoscono ancora i nomi. Ma c’è di più: Naso è nato a Rochester e si è trasferito in California solo dopo l’omicidio della piccola Michelle. Tutti, dai detective ai reporter che seguono il caso, sono certi di averlo trovato: Joseph Naso è il killer dell’Alfabeto. Viene condannato a morte il 20 agosto 2013, perché è senz’altro colpevole della morte delle prostitute. Ma quando viene effettuato il test del Dna con i campioni recuperati dal corpo di Wanda Walkowicz, l’esito che appariva scontato va in frantumi. Non c’è corrispondenza. Non è stato lui a stuprare le bambine. Chiunque abbia ucciso Carmen, Wanda e Michelle è ancora là fuori, un profilo sinistro nascosto nelle pagine ingiallite della storia.