L’inizio dell’anno è occasione di buoni propositi e bilanci, ma se l’esito si fa insostenibile la soluzione può essere trovata tra le pagine di Sartre

Tra biancheria intima rossa, acini d’uva e lenticchie si consuma ancora una volta l’annuale rito apotropaico del Capodanno e ancora una volta sono stati stilati i buoni propositi, che altro non sono che una lista di aspettative tranquillizzanti di cui si sente il bisogno per esorcizzare la paura del nuovo e della libertà che con sé la novità porta.

Il timore di fronte alla libertà è il fulcro del pensiero di gran parte dei pensatori esistenzialisti e in particolare di Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre, esplicato in maniera particolarmente efficace nel suo libro La nausea, scritto quasi 100 anni fa.

Il filosofo francese nel libro porta alla luce l’esperienza della nausea come esperienza di rivelazione, un’esperienza che rivela come l’esistenza sia condannata all’esistenza e sia imprigionata nell’esistenza. In altre parole l’esistenza non può che esistere nella forma dell’esistenza che dunque si presenta come un assoluto irrelato – un assoluto cioè privo di relazioni – perché l’esistenza è dappertutto e non ha né argini né limiti, non ha differenziazioni ed è un’esperienza di assoluta immanenza. Scrive Sartre: «io vedo l’avvenire. È là, posato sulla strada, appena un po’ più pallido del presente. Che bisogno ha di realizzarsi? Che cosa ci guadagna? […] li vedo, i suoi gesti, o li prevedo? Non distinguo più il presente dal futuro, e tuttavia la cosa continua, si realizza a poco a poco […] Questo è il tempo, né più né meno che il tempo, giunge lentamente all’esistenza, si fa attendere, e quando viene si è stomacati perché ci si accorge che era già lì da un pezzo».

Nella filosofia di Sartre gioca un ruolo da protagonista la paura della libertà, perché nella sua visione umanistica della filosofia il pensatore vede come il valore della vita del singolo si incarni nella vita stessa, dato che il valore dell’esistenza coincide con l’esistenza di quella vita; non c’è, dunque, valore che precede la vita e conseguentemente la vita istituisce da sé il suo valore, in altre parole l’essenza non precede l’esistenza ma è l’esistenza che dà senso a se stessa nella sua vita singolare.

In questo senso – spiega Massimo Recalcati al KUM! Festival del 2019 – la “libertà della vita umana coincide con il suo essere una trascendenza”, la trascendenza a cui ci si riferisce, però, non è verticale, religiosa, ma è intesa nel senso che “la realtà umana non coincide mai con se stessa ma è sempre impegnata nei suoi progetti, divaricata da se stessa, è un essere delle lontananze”. Ovvero, “noi siamo sempre impegnati nei nostri possibili, in quello che saremo, in quello che diventeremo, in quello che ancora non siamo”. È evidente che ciò faccia scaturire inevitabilmente una dimensione di angoscia di fronte all’infinità dei propri possibili e all’esperienza irrevocabile della scelta oltre che alla responsabilità della scelta stessa.

Lo psicanalista mette in luce inoltre come secondo Sartre l’angoscia sia l’autopercezione riflessiva della libertà, “mi angoscio di fronte alla libertà delle scelte”, una formula che richiama la radice kierkegaardiana del concetto di libertà fatto proprio dal filosofo francese.

L’essere umano è, in ultima analisi, chiamato a dare un senso alla propria esistenza dato che l’esistenza non porta con sé un senso già acquisito, un concetto che viene problematizzato nel libro La nausea, dove la rivelazione giunge al protagonista a livello individuale e collettivo. Scopre infatti che nella cittadina in cui si trova l’esistenza sia dappertutto e non si incontri mai, ma si incontrino quelle che Albert Camus chiama le “impressioni canoniche” – e che il 31 dicembre chiamiamo buoni propositi – un modo stabilizzante e rassicurante di entrare in rapporto alla vita, atto a neutralizzare la sua dimensione ingovernabile. Porre dei paletti con i propositi per l’anno che si avvia è un modo per ancorarsi a qualcosa di fisso nel mare dello sconosciuto che avanza. Nella cittadina “il mondo ubbidisce a leggi fisse e immutabili… sono pacifici un po’ melanconici, pensano sempre al domani cioè ad un altro oggi, le città non dispongono che di una seconda giornata che ritorna sempre uguale, la si impennacchia un po’ solo la domenica”; ripromettersi una vita più sana, di evitare spese futili, di non procrastinare altro non è, insomma, che pensare “al domani cioè ad un altro oggi” e spesso i propositi tornano uguali di anno in anno, in una loro “seconda giornata che ritorna sempre uguale”.

È importante notare – sottolinea ancora Recalcati – come l’angoscia sia in rapporto alla libertà, mentre la nausea sia in rapporto “a un pieno da cui non possiamo evadere, un pieno che ci imprigiona”; la nausea è dunque l’estasi dell’espresso mentre l’angoscia è l’esperienza del nulla. L’angoscia è, insomma, “la sensazione della vita, la sensazione della presenza in eccesso della vita, della presenza ingovernabile della vita” e la sua rivelazione “è un trauma, non è stupore meravigliato, ma sovversione del soggetto e turbamento radicale”.

L’unica via di salvezza per uscire da questo turbamento che rischia di essere soverchiante e paralizzante secondo Sartre è l’estetica. La sola possibilità di sopportare la scoperta che l’esistenza sia il luogo dell’impossibile è perseguire l’ideale nietzschiano, per il filosofo tedesco infatti l’esistenza può essere giustificata solo in quanto fenomeno estetico. Non è possibile dunque un riscatto ontologico dell’esistenza, perché l’esistenza eccede di senso, ma il protagonista de La nausea trova quello che Sartre definisce il campo dell’essere ascoltando un brano di musica jazz. La musica di fatto lo strappa dall’esistenza e lo include in quell’estasi che si prova di fronte alle opere d’arte e che non è quell’estasi a cui la nausea espone il soggetto di fronte al pieno dell’esistenza. Il mondo estetico è per Sartre un antimondo che irrealizza l’esistenza e apre le porte di un’altra esperienza possibile dell’esistenza nell’esistenza.

Attenzione alla nausea il primo giorno dell’anno, quindi, potrebbe non essere dovuta solo allo spumante.