La lunga storia dell’arcipelago, dai paesaggi incantevoli all’impatto della schiavitù

Spiagge bianche e acque cristalline. Sono queste le prime immagini che vengono in mente quando si pensa a Zanzibar. L’arcipelago, però, non è solo questo. Zanzibar è una regione semi-autonoma della Tanzania, in Africa, che comprende le isole principali Unguja e Pemba, e oltre quaranta isole minori, alcune disabitate, nell’Oceano Indiano. Proprio in Tanzania si trova la Gola di Olduvai, uno dei più importanti siti archeologici, chiamata culla dell’umanità: i ritrovamenti in questa zona sono stati fondamentali per apprendere nuove conoscenze sull’origine della specie umana. 

L’arcipelago è uno dei simboli della cultura swahili, nata dai forti influssi arabi e persiani sulla tradizione bantu, dovuti agli scambi commerciali della regione con il Medio Oriente e l’Asia. Sono proprio queste le popolazioni che per prime hanno colonizzato le isole. Ben presto, però, anche le popolazioni europee hanno messo le mani su Zanzibar.

Nel 1505, infatti, Zanzibar viene annessa all’Impero portoghese. Nel 1689 il sultanato di Oman, che aveva già il controllo delle isole e dell’Africa orientale, edifica il Forte Arabo proprio per difendersi da un tentativo di attacco portoghese. All’epoca la Capitale Stone Town non era ancora stata fondata e viene sviluppata in seguito intorno al nucleo del forte. Con il dominio omanita Zanzibar assume rilevanza a livello commerciale, anche grazie – purtroppo – alla tratta degli schiavi. In questo periodo si sviluppa anche la produzione di spezie, che diventerà uno dei fiori all’occhiello dell’economia zanzibari.

Ancora dominio, però, nella storia di Zanzibar, prima quello tedesco, poi quello britannico. Nel 1890 l’arcipelago diventa protettorato inglese e questo porta all’abolizione formale della schiavitù. Nel 1963 Zanzibar ottiene l’indipendenza dal Regno Unito e si instaura una monarchia costituzionale ma la rivoluzione del 12 gennaio 1964 porta al rovesciamento del sultano Jamshid bin Abdullah e all’ascesa al potere del partito di ispirazione socialista Afro-Shirazi Party (ASP). Poco tempo dopo l’ASP si fonde con il TANU, partito principale di Tanganica, la parte continentale della Tanzania. Quest’ultima si fonde a Zanzibar e nasce la Repubblica Unita della Tanzania. L’ASP e il TANU confluiscono nel Chama Cha Mapinduzi (CCM), partito ancora oggi al potere, che affronta una serie di spinte indipendentiste.

Sono tanti i tesori culturali, artistici e paesaggistici di Zanzibar, a cominciare da Stone Town, la parte vecchia della Capitale Zanzibar City, dal 2000 patrimonio UNESCO. Chiamata anche Mji Mkongwe (“città vecchia” in swahili), l’architettura di Stone Town riflette le molte sfaccettature della cultura swahili: ci sono, infatti, elementi arabi, persiani, moreschi, europei e indiani. Di fronte al Forte Arabo ci sono i Giardini di Forodhani, che ospitano ogni sera un mercatino in cui è possibile trovare specialità della cucina di Zanzibar. Ristrutturati nel 2009, sono circondati da edifici di epoca coloniale.

L’edificio più imponente è il Palazzo delle Meraviglie (o Casa delle Meraviglie) così chiamato perché è stato il primo ad avere la corrente elettrica e il primo dotato di ascensore in tutta l’Africa orientale. Costruito nel 1883, è stato residenza dei sultani e, poi, sede del partito di governo dopo la rivoluzione. Oggi ospita un museo sulla cultura swahili e zanzibari. Vicino c’è il Vecchio dispensario (Old Dispensary), realizzato con corallo e calcare tipici dell’isola. Il nome deriva dal fatto che il suo primo uso è stato quello di ospedale per le persone più povere.

A Stone Town c’è anche il Freddie Mercury Museum (conosciuto anche come Zanzibar Museum of History and Culture), dedicato all’iconico compositore e cantante dei Queen, nato proprio nella città vecchia. Nel museo, costruito nella casa d’infanzia di Freddie Mercury, è possibile trovare fotografie e oggetti personali del cantante.

Il luogo di incontro a Stone Town è Jaws Corner, una piazza nota per la street art e i murales colorati, oltre che per le numerose bancarelle. La cattedrale anglicana di Christ Church sorge al centro della piazza in cui si teneva il più grande mercato di schiavi di Zanzibar, un monito a non dimenticare il doloroso passato della città. Nota per le sue vetrate colorate, la cattedrale rappresenta uno degli esempi più noti di architettura paleocristiana in Africa orientale. Accanto alla chiesa c’è il monumento agli schiavi e di fronte il relativo museo.

A ricordare il passato di colonialismo e schiavitù che l’arcipelago ha subìto c’è anche Prison Island, a nord ovest di Stone Town. Negli anni Sessanta dell’Ottocento il primo sultano di Zanzibar Majid bin Said donò l’isola a due mercanti arabi di schiavi.Nel 1893 il Primo Ministro britannico di Zanzibar Llyod Matthews comprò l’isola dai due mercantie vi fece costruire la prigione a cui l’isola deve il nome, anche se non è mai stata utilizzata con questo scopo.Allo scoppio della febbre gialla nelle colonie britanniche dell’Africa orientale l’isola venne adibita a stazione di quarantena – da qui il soprannome “Quarantine Island” – e la prigione venne usata come ospedale.Le protagoniste dell’isola, oggi, sonole tartarughe giganti di Aldabra, grazie alla tutela della World Animal Protection e alle norme disposte dal governo di Zanzibar.

A pochi minuti di navigazione dal porto di Stone Town è possibile scorgere (ma non sempre) Nakupenda, una lingua di sabbia in mezzo all’oceano definita quasi “fantasma” o “l’isola che non c’è” perché appare solo in presenza della bassa marea. Nakupenda è la tipica immagine da cartolina dell’isola paradisiaca, con la sabbia bianchissima e il mare limpido, e la possibilità di fare snorkeling. Paesaggio simile all’isola di Mnemba, circondata dalla barriera corallina abitata, tra gli altri, da pesci pagliaccio e squali pinna bianca del reef.

Zanzibar è diventata, in parte, una delle nuove mete “esclusive” per molti viaggiatori e viaggiatrici ma è importante ricordare gli sforzi compiuti per proteggere la natura e gli animali, come nell’area protetta del Menai Bay Conservation Area (MBCA), a sud-ovest dell’isola di Unguja. Nell’area vivono due specie di mammiferi marini, il delfino megattera e il delfino tursiope.

L’arcipelago si trova in prossimità dell’equatore, e ha, quindi, un clima tropicale, con temperature alte tutto l’anno, che non scendono mai sotto i 20 gradi e arrivano a 32. Bisogna, però, fare attenzione alle “grandi piogge” (Masika in swahili) tra marzo e maggio: è questo il periodo meno consigliato per i viaggi. Tra metà ottobre e fine novembre, invece, ci sono le “piccole piogge” (Vuli), in cui le precipitazioni sono brevi e meno intense. I periodi migliori per visitare l’arcipelago sono quelli che corrispondono alle stagioni secche, da dicembre all’inizio di marzo e da giugno a settembre.