A 10 anni dalla sua morte, Nelson Mandela è ricordato come l’uomo che diede la vita per contrastare il segregazionismo razziale diventando il volto dell’uguaglianza e della libertà nel mondo
Una cella di due metri e mezzo per due, un sacco a pelo sul pavimento e un secchio per fare i bisogni: sono queste le condizioni in cui il più grande leader della lotta contro l’apartheid, Nelson Mandela, ha vissuto per 27 anni all’interno del carcere di Robben Island, isola al largo di Città del Capo, Sudafrica. Ma riavvolgiamo il nastro e partiamo dalle origini di questa storia.
Mandela, nato nel 1918, iniziò il suo percorso da attivista politico proprio negli anni di frequentazione universitaria collocando la libertà e l’uguaglianza come principi massimi della propria visione di società e distaccandosi dalle tradizioni famigliari. All’età di 23 anni, infatti, dopo aver respinto il matrimonio con la donna che gli era stata imposta come moglie, lasciò l’Università e si trasferì a Johannesburg dove entrò nell’ANC (African National Congress), il più importante partito politico pacifico sudafricano che aveva come obiettivo la richiesta di uguaglianza e maggiori diritti per i neri.
È proprio qui che bisogna aprire una parentesi per spiegare la condizione sociale e politica del Sudafrica, un Paese dal passato coloniale in cui, nonostante la maggioranza della popolazione fosse di colore, i bianchi occupavano i ruoli più importanti sia nel pubblico che nel privato. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1948, il National Party vinse le elezioni e instaurò l’apartheid, regime di segregazione razziale in cui i neri non avevano gli stessi diritti degli Afrikaner, i cittadini di origine europea ai quali le persone di colore nero non potevano nemmeno sedersi vicino sull’autobus. I primi ministri alla guida di questo sistema politico pensavano che le differenti etnie del Paese non potessero coabitare e quindi istituirono i bantustan, distretti concepiti esclusivamente per le popolazioni nere alle quali in totale venne destinato il 13% del territorio del Sudafrica. In contemporanea, i neri rimasti nelle terre dei bianchi persero i diritti civili e tutte le opposizioni vennero bandite: questo diede vita a movimenti violenti e alla creazione, da parte di Nelson e del suo compagno Oliver Tambo, di un ufficio legale che forniva assistenza gratuita ai molti neri rimasti senza rappresentanza legale. L’aumentare delle proteste sfociò, tra le diverse cose, nell’arresto di Mandela (1962) che venne condannato al carcere a vita.
Anche all’interno delle prigioni, proprio come al di fuori, perdurava il regime di separazione tra le diverse etnie e Madiba (nomignolo di Nelson usato internamente alla sua tribù), in qualità di detenuto della categoria più bassa, aveva diritto a ricevere una visita e una lettera ogni 6 mesi. Le comunicazioni dovevano essere scritte in inglese affinché potessero essere controllate dalla censura: «quella mi sembrava una delle restrizioni più disumane della vita carceraria: le comunicazioni con la famiglia sono un diritto umano inalienabile», così commentò quelle condizioni una volta libero. Inoltre, i prigionieri politici passavano le giornate sotto il sole spaccando pietre oppure scavando in una cava di calce. Erano queste le regole di un’incarcerazione dura sia fisicamente che mentalmente, recludendo un uomo si era cercato di mettere a tacere la voglia di libertà di un popolo intero. Fu proprio la sua instancabile voglia di lottare per raggiungere l’indipendenza a mantenerlo in vita.
Nonostante gli anni in carcere furono molto lunghi, Nelson continuò anche dalla sua piccolissima cella ad essere il principale punto d’appoggio per i neri del Paese. Durante il suo periodo di detenzione, dal 1962 al 1990, scrisse 255 missive manoscritte in cui trapela il suo lato più umano ed intimo: i destinatari erano la famiglia, i suoi sostenitori, il governo e le autorità carcerarie. In questo contesto, la scrittura divenne l’unica “medicina” e mezzo di lotta che il futuro premio Nobel per la Pace aveva a disposizione per la sua sopravvivenza. Le sue ideologie erano così radicate che arrivò a sotterrare nell’orto che curava all’interno del carcere diverse copie delle lettere avvolte in contenitori di plastica affinché rimanessero intatte. Madiba pensava infatti che il compagno Mac Maharaj, che avrebbe lasciato la struttura penitenziaria prima di lui, avrebbe potuto contrabbandarle una volta fuori. Il piano però non andò a buon fine perché vennero scoperte e a Nelson Mandela vennero aboliti i privilegi di studio.
Con il passare degli anni però le cose cambiarono ed il Sudafrica iniziò ad essere condannato da tutto il panorama internazionale per il trattamento che aveva destinato ai suoi cittadini. Le manifestazioni si fecero sempre più intense e in ogni piazza e via delle città lo slogan divenne “Nelson Mandela Libero”. E finalmente arrivò il 1989, anno in cui Frederik Willem de Klerk divenne presidente del Sudafrica: fu proprio lui a ordinare la scarcerazione di Madiba, avvenuta l’11 febbraio 1990 all’età di 71 anni. Lo stesso giorno Nelson riuscì a tornare a far sentire la sua voce attraverso lo storico discorso al Municipio di Città del Capo: «dedichiamo questa giornata a tutti gli eroi e le eroine di questo Paese, per aver sacrificato la loro vita perché potessimo tornare ad essere liberi, e al resto del mondo che ci ha accompagnato in questo cammino. Dobbiamo agire insieme come popolo unito, per la riconciliazione nazionale, per la costruzione della nazione, per la nascita di un nuovo mondo».
Da quel momento l’ANC tornò ad essere un movimento legale e sia Mandela che De Klerk ricevettero il Premio Nobel per la Pace nel 1993. Libero cittadino e alla guida del Congresso Nazionale Africano, Nelson portò avanti il suo impegno politico e l’anno successivo conquistò il suffragio universale che, per la prima volta, concesse il voto alle persone nere. A quel punto si candidò per la nuova carica di presidente del Sudafrica ed il 27 aprile 1994 vinse le elezioni diventando il primo Capo di Stato nero. Anche dopo aver abbandonato la carriera politica, nel 1999, rimase sempre in prima fila per la promozione di collaborazione e integrazione tra persone di colore e i bianchi che alla fine erano e sono cittadini di una stessa nazione. Non si fermò mai continuando a tenere conferenze, discorsi e incontri in tutto il mondo divenendo il volto dei concetti di inclusione, uguaglianza e libertà.
La storia di Nelson Mandela e del popolo di etnia nera racconta la sofferenza e la sfida dell’essere stranieri nella propria terra. Madiba è morto il 5 dicembre 2013 a causa di una grave infezione polmonare lasciandosi alle spalle un mondo decisamente migliore rispetto a quello in cui era nato.