La morte di Vittorio Emanuele ha riacceso i riflettori sui Savoia, sulle diatribe dell’eredità storica e sul ruolo della monarchia in Italia. Con un’intervista al presidente dell’Unione Monarchica Italiana Alessandro Sacchi

Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo re d’Italia, è morto a 86 anni a Ginevra il 3 febbraio del 2024. Vicino a lui la sua famiglia, che ha poi diffuso una nota: “alle ore 7:05 di questa mattina, Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele, Duca di Savoia e Principe di Napoli, circondato dalla sua famiglia, si è serenamente spento in Ginevra. I funerali saranno a Superga il 10 febbraio”

La regina Maria José, moglie dell’ultimo re d’Italia, Umberto II. ANSA

La dipartita del figlio di Umberto II e della regina Maria José, ultima sovrana d’Italia, ha riacceso i riflettori sulla “Real Casa di Savoia” e ha riattizzato le braci della polemica per quel titolo, “Altezza Reale”, di cui Vittorio Emanuele si è riappropriato alla morte del padre e che ha sempre difeso come proprio, anche nel periodo dell’esilio, dal 1946 al 2003. 

Ma il profilo del mancato sovrano italiano è salito spesso agli onori della cronaca per più di uno scandalo: dalla lite al Royal Wedding di Spagna con il cugino, il principe Amedeo, alla morte del 19enne tedesco Dirk Hamer, per finire all’inchiesta sul casinò di Campione d’Italia. Savoia è stato sempre assolto da tutte le accuse, eccezion fatta per una condanna a 6 mesi con condizionale ricevuta per porto abusivo di armi, ma tutte queste vicende giudiziarie controverse gli sono costate l’immagine e la reputazione tanto internazionale quanto, soprattutto, italiana. 

Facciamo un passo indietro. 

La caduta della “Real Casa” di Savoia

I Savoia hanno regnato in Italia dall’anno dell’unificazione, il 1861, fino al referendum che abolì la monarchia nel 1946. Il primo re d’Italia fu Vittorio Emanuele II, a cui succedette Umberto I fino al 1900. Il sovrano storicamente più importante fu il figlio di quest’ultimo, Vittorio Emanuele III, che regnò nel periodo delle due guerre mondiali e fu accusato di aver favorito l’ascesa di Mussolini e del fascismo in Italia, e di aver consegnato al duce la Nazione nei giorni caldi della Marcia su Roma (ma non solo: gli venne recriminato di aver avallato le guerre coloniali e l’alleanza con la Germania di Adolf Hitler). Ci volle il 1943 perché il re prendesse le distanze da Mussolini, sostituendolo alla guida del Paese con il maresciallo Pietro Badoglio, ma poi abbandonò la Capitale nelle mani dei tedeschi il giorno l’annuncio dell’armistizio con gli anglo-americani; a seguire fuggì a Brindisi. Gli storici si dividono su questo punto: secondo alcuni non si trattò di una fuga fatta per vigliaccheria, anzi, i filomonarchici sostengono che si sia trattato di un trasferimento fondamentale per “salvare e garantire” la continuità dello Stato. Tuttavia, Vittorio Emanuele III si mise di fatto al sicuro evitando di mettere a repentaglio la propria vita; l’altra “fazione” dichiara infatti che avrebbe potuto fermarsi a Roma e abdicare, lasciando che a trasferirsi fosse il figlio Umberto, senza abbandonare le truppe: il re era, infatti, ancora al comando delle forze armate. La sua fuga diede di fatto il tempo ai tedeschi di riorganizzarsi: le truppe di Hitler presero il controllo dell’Italia Centro-Settentrionale e liberarono Mussolini, esponendo così la Nazione ad altri 20 mesi di guerra. 

L’epilogo per Vittorio Emanuele III arrivò nel 1946, quando abdicò, a favore del figlio Umberto II che regnò per un solo mese, maggio (da qui il soprannome “il re di maggio”). L’ex sovrano si ritirò ad Alessandria d’Egitto dove morì il 28 dicembre 1947.

La prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno con la foto di Umberto II, che lascia l’ Italia nel giugno del ’46 . ANSA

Suo figlio Umberto II pagò per il resto della vita gli errori del padre: il 2 giugno del 1946 con referendum istituzionale gli italiani scelsero la Repubblica e la monarchia nel Paese smise di esistere. A seguire, il 1 gennaio del 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione, i discendenti maschi della famiglia Savoia furono costretti ad andare in esilio e sulla famiglia si estese il veto di ingresso in Italia, che sarebbe durato fino al 2003. Il re senza corona e i suoi eredi si divisero tra Svizzera, Francia e Corsica: Umberto II morì il 18 marzo del 1983 a Ginevra. 

Winston Churchill e il re Umberto II. ANSA

Alla fine del 2002 venne abolita la norma costituzionale che obbligava i Savoia all’esilio e il figlio ed erede, Vittorio Emanuele di Savoia, tramite un comunicato emesso da Ginevra prese ufficialmente le distanze dalle leggi razziali e pubblicò le dichiarazioni in cui accettava la fine della monarchia, giurando per iscritto e senza condizioni insieme al figlio, Emanuele Filiberto, fedeltà alla Costituzione repubblicana e al presidente della Repubblica, rinunciando a “qualunque pretesa dinastica sullo Stato italiano”. 

Umberto II di Savoia con Marina e Vittorio Emanuele di Savoia. ANSA

Vita e scandali di Vittorio Emanuele di Savoia

Il suo nome completo all’anagrafe era Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria, e al momento della sua nascita, a Napoli, venne salutato come “principe dell’Impero” dal neonato, per l’appunto, “impero” fascista. Sua madre, Maria José del Belgio, naturalizzata Maria Giuseppina di Savoia (nome che lei stessa ha sempre rifiutato di adottare anche sui documenti ufficiali quali l’atto di matrimonio) era una donna troppo moderna per la corte italiana: istruita, colta e sicura di sé, guardò fin da subito con sospetto e apprensione alla vicinanza tra Italia e Germania e questo causò delle tensioni matrimoniali con il più accomodante Umberto. Dopo l’armistizio, l’8 settembre del 1943, proprio lei portò via il piccolo Vittorio Emanuele, all’epoca 6enne, oltre confine in Svizzera. 

Vittorio Emanuele di Savoia affacciato alla terrazza del Palazzo Reale di Napoli, il 17 marzo del 2003. ANSA

Cresciuto in esilio, dovette aspettare 57 anni per far ritorno in Italia e, dopo l’abrogazione della disposizione che vietava il rientro in madre patria dei discendenti di casa Savoia, quando gli fu accordato il permesso di superare il confine, scelse Napoli. 

Fu un ribelle, anche in famiglia. Nel 1970 sposò senza l’approvazione del padre Umberto II la campionessa di sci Marina Doria, che non aveva nemmeno una punta di sangue blu e che era di due anni più grande di lui. Il matrimonio venne celebrato dapprima a Las Vegas con rito civile, e poi confermato con riti religiosi. Fu un evento fondamentale che avrebbe condizionato per sempre la famiglia Savoia, perché proprio quel matrimonio creò una spaccatura che sarebbe divenuta insanabile: Umberto II infatti chiarì al figlio con alcune lettere siglate dal sovrano che se avesse effettivamente sposato Marina Doria avrebbe perso il diritto a ereditare il “trono” e l’eredità sarebbe andata ripartita in egual misura tra lui e le sue sorelle, dato che sarebbe venuto a mancare il suo privilegio di nascita in quanto erede al trono. 

Tramite un pronunciamento della Consulta dei senatori del Regno emesso nel 2006 (associazione non legislativa che raccoglie l’eredità politica di casa Savoia) Vittorio Emanuele perse con quel matrimonio i diritti di successione dinastica, che dunque passano da quel momento al cugino, Amedeo di Savoia

Ma il problema dinastico non fu l’unico che dovette fronteggiare. La sua vita fu un susseguirsi di scandali e vicende giuridiche poco chiare che incrinarono irrimediabilmente la sua immagine con gli italiani. 

Nella notte tra il 17 e il 18 agosto del 1976 un proiettile sparato dalla barca di Vittorio Emanuele al largo dell’isola di Cavallo in Corsica ferì un giovane tedesco 19enne, Dirk Hamer, figlio del noto medico radiato Ryke Geerd Hamer. Il ragazzo morì dopo quattro mesi di agonia e la sua famiglia diede il via a una lunga battaglia legale per ottenere giustizia: Vittorio Emanuele venne incriminato ma fu assolto dall’accusa di omicidio volontario dai giudici francesi, con formula piena. 

Nuovi guai arrivarono nel 1982 quando gli investigatori che indagavano sulla loggia massonica P2 trovarono il suo nome nell’elenco degli associati. Alla lettera “S” si leggeva: “Savoia Vittorio Emanuele, numero tessera 1621“. 

Nel 2006 un nuovo scandalo: l’ex “principe dell’impero” venne arrestato dal pm Henry John Woodcock e passò in carcere 7 giorni per l’indagine su Vallettopoli, ovvero il giro di corruzione e tangenti della procura di Potenza. In quel breve periodo in cella inoltre venne ascoltato tramite una microspia e al suo compagno rivelò, a proposito del caso Hamer: “anche se avevo torto, devo dire che li ho fregati”. Solo che, essendo stato già assolto, non poté essere perseguito nuovamente. In seguito ottenne 40mila euro di risarcimento dallo Stato italiano per il suo breve periodo di carcerazione “ingiusta”. 

La spaccatura in Casa Savoia

Esistono due “rami” di casa Savoia, che nel corso della storia si sono allontanati sempre di più, fino a creare una frattura evidente tra Vittorio Emanuele e il cugino, Amedeo di Savoia-Aosta. Vittorio Emanuele II ebbe due figli, Umberto I, che divenne re d’Italia, e Amedeo, che sposò Maria Vittoria della Cisterna in prime nozze e Letizia Bonaparte in seconde, e che fu il primo Duca d’Aosta (e il re di Spagna). Da Umberto I discendettero Vittorio Emanuele III, Umberto II ultimo re d’Italia, e come abbiamo visto Vittorio Emanuele. Da Amedeo, I duca d’Aosta invece, la dinastia proseguì con Emanuele Filiberto II duca d’Aosta, che ebbe due figli: Amedeo (III duca d’Aosta) e Aimone, duca di Spoleto, re di Croazia e IV duca d’Aosta dopo la morte del fratello. Fu quest’ultimo a proseguire il ramo dell’albero genealogico: nacque Amedeo V duca d’Aosta, che sposò Claudia d’Orléans da cui ebbe tre figli, Bianca, Aimone e Mafalda

Vittorio Emanuele e Amedeo V duca d’Aosta, si trovarono in forte disaccordo al momento della morte di Umberto II: benché il trono d’Italia non esistesse più, Vittorio Emanuele assunse il ruolo di Capo di Casa Savoia, e lui e il figlio, Emanuele Filiberto, assunsero il titolo di Altezza Reale. 

Tuttavia, se in Italia la monarchia fosse sopravvissuta, non sarebbe stato Vittorio Emanuele a salire al trono: la corona sarebbe probabilmente passata ad Amedeo V, perché Umberto II, uomo ligio alle regole che visse tutta la sua vita seguendo un fermo codice morale, aveva avvertito Vittorio Emanuele che, se avesse sposato la donna che poi effettivamente sposò, vale a dire Marina Doria, senza benestare paterno, avrebbe perso il diritto al trono. 

Esistono due diverse lettere di Umberto II che testimoniano questo avvenimento, e la prova ultima fu la cessione dell’eredità dopo la sua morte, che venne divisa in quattro parti uguali tra i suoi figli, senza disponibile per l’erede maschio, non essendo più destinato al trono.

La spaccatura tra i due cugini divenne plateale al matrimonio di Felipe VI di Spagna con la regina Letizia Ortiz Rocasolano. Secondo quanto riportato successivamente dai testimoni, Amedeo passò alle spalle di Vittorio Emanuele e gli rivolse un saluto forse velatamente a sfottò, un “ciao cugino” che l’altro prese molto male; tanto che si voltò e colpì Amedeo con due pugni. Lo stesso ferito raccontò in seguito che fu rialzato dall’ex regina di Grecia, Anna Maria. Quella fu l’ultima volta in cui i due cugini furono invitati a uno stesso evento e in generale da quel momento smisero di avere – o almeno di mostrare di avere – rapporti.

La monarchia in Italia e la disputa tra cugini, parola all’esperto

Affrontare un tema come l’eredità dei Savoia oggi e la situazione della ex monarchia in Italia pone davanti alcune sfide storiche e concettuali. Abbiamo approfondito con il presidente nazionale dell’Unione Monarchica Italiana, UMI, l’avvocato Alessandro Sacchi

Avvocato, cos’è l’UMI?

«L’Unione Monarchica Italiana è la più antica, numerosa e visibile associazione di monarchici. Non siamo un partito, si tratta di un’associazione di liberi pensatori nata nel 1944 nella Roma appena liberata dai tedeschi per espressa volontà del re Umberto II, perché si profilava all’orizzonte un referendum istituzionale che probabilmente sarebbe arrivato (come infatti arrivò) ed era necessario dotarsi di uno strumento per poter rappresentare in maniera efficace – in un momento in cui tutti si sfilavano – le ragioni della monarchia»

Cosa è successo ai Savoia dopo il referendum del 2 giugno del ‘46?

«La presunta “spaccatura” della famiglia è in realtà un problema irreale, così come lo sono oggi le conseguenze di quel referendum. Con la morte di Umberto II si è perduta l’attualità del problema. Lui aveva tutte le ragioni per parlare della discutibilità del referendum del ’46 che fu svolto con modalità discutibile. Ci sono molti storici anche non monarchici che riconoscono che il referendum fu manipolato. Umberto partì per l’esilio il 13 giugno del ‘46, il referendum fu il 2 giugno di quell’anno, ma i tribunali fino alla partenza del sovrano emisero tutti i loro provvedimenti in nome del re. Quindi far nascere la Repubblica Italiana il due giugno è una interpretazione della storia. Fino al 13 giugno la gazzetta ufficiale era intestata al Regno d’Italia. E lo stesso Umberto non rinunciò mai al suo ruolo: partì perché ci furono scontri durissimi soprattutto nel Meridione, a Napoli ci furono 11 morti. Si scatenò una vera e propria guerriglia urbana e Umberto per evitare situazioni più imbarazzanti come una guerra civile se ne è andato, ma non ha abdicato e non ha mai rinunciato al ruolo. Fino all’ultimo momento. Non fece mai alcun atto di riconoscimento formale. In questo senso, destò molto scandalo una lettera che fece scrivere a Sandro Pertini con la quale chiedeva di poter tornare e morire in Italia. Nella missiva, si rivolse a Pertini con “onorevole” e quest’ultimo ribatté che se non avesse accettato di chiamarlo presidente, sarebbe morto all’estero. Fu così, ed è ancora lì. Ma tutta questa polemica sul referendum e in generale sulla monarchia non è più all’ordine del giorno».

Dal momento della morte di Umberto II si apre una discussione sulla successione. 

«Sì, ma qui entriamo in un mondo di metadiritto e metapolitica. Bisogna considerare che si tratta di una serie di norme che non esistono, in quanto non esiste più la materia che regolamentano. Esiste però una regola della successione di casa Savoia per la quale per la validità di un matrimonio è necessario il consenso espresso del capo della casata. Il consenso è presente in tutte le monarchie del mondo ma non solo, nelle monarchie parlamentari il matrimonio deve essere quasi sempre approvato dal Parlamento». 

Questo perché, come ci spiega Sacchi, la moglie del re o il marito della regina potrebbero da un momento all’altro – se il coniuge muore – diventare reggenti dell’erede al trono, e quindi assumere un ruolo di diritto pubblico. Pertanto è fondamentale che questa persona risponda a determinati quesiti di “accettabilità”. «Queste regole sul consenso espresso sono state in un primo momento codificate da Vittorio Amedeo re di Sardegna nel 1790 e 1792; il codice civile vigente, vale a dire quello approvato nel ‘42, riporta un articolo che nelle edizioni correnti non si trova (perché non essendoci più monarchia non si pubblica nemmeno l’articolo che le riguarda, come dicevamo) dove è indicato che per il matrimonio dei principi reali è necessario il consenso del re imperatore. È una cosa che succede in tutte le case reali, lo abbiamo visto con William e Kate Middleton in Inghilterra, con Felipe di Spagna che ha guardato il padre Juan Carlos durante la cerimonia, prima dello scambio del consenso tra gli sposi, e ha pronunciato i voti solo dopo aver ricevuto l’assenso ben visibile del re». 

Si tratta di una regola che ha causato anche qualche episodio divertente nel corso del tempo. Quando Vittorio Emanuele III si sposò, suo padre, Umberto I, si assopì in chiesa durante la funzione. Così quando il figlio si girò per ricevere la sua benedizione, il re non lo vide e fu la regina Margherita a colpirlo con una gomitata mentre Vittorio Emanuele fermo sull’altare ripeteva: “padre mio, me lo consentite?”. E il re, seppur un po’ assonnato, finalmente diede il suo assenso.

Il mancato assenso di Umberto II al matrimonio estromette Vittorio Emanuele dal trono?

«Esatto. Accadde che nel 1969 il giovane principe scrisse al padre per informarlo delle sue intenzioni di sposare una ragazza di nome Dominique Claudel, che non aveva discendenza reale. Umberto gli rispose per avvertirlo che non poteva concedere il suo benestare e che, “nonostante il bene che provava per lui” esistevano delle regole della Casa che “nemmeno lui poteva cambiare”. La regola sul consenso, infatti, era stata recepita dall’ordinamento pubblico e quindi era uscita dalle disponibilità della famiglia. Umberto II era un uomo molto rispettoso delle regole, perciò avvertì il figlio che se si fosse sposato avrebbe perso ogni diritto alla successione dinastica. La storia si ripeté quando l’anno dopo Vittorio Emanuele sposò effettivamente Marina Doria. Il padre gli aveva inviato una missiva, una lettera per cui si fece firmare la ricevuta, in cui informava il figlio che avrebbe perso il diritto al trono e che non avrebbe ricevuto la disponibile, [si tratta di un terzo del patrimonio che chi fa testamento può lasciare a chi vuole, n.d.A.] diversamente da quanto sarebbe accaduto se fosse divenuto re, visto che fare il principe ereditario è costoso. Tanto è vero che Umberto II divise il suo patrimonio per quattro e non riconobbe il sistema successorio, decretando che sarebbe stato il nipote Amedeo a ricevere il titolo, benché non esistesse più un regno da comandare».

Nonostante tutto, questo divide i due cugini.

«Bisogna sottolineare che non esiste una vera disputa, molto è stato amplificato dai giornali. Ci sono stati dei rancori, come dimostra l’episodio del matrimonio di Felipe di Spagna, vicenda che fu da un lato molto imbarazzante per la corte di Madrid, dall’altro molto ghiotta per i tabloid. La verità è che i due cugini avevano poche occasioni per vedersi, Vittorio soffriva per il fatto che il padre aveva lasciato intendere che la mano dopo di lui sarebbe passata al nipote. Ma si discute del niente, non è un problema reale; è vero che Vittorio Emanuele si è comportato da capo di Casa Savoia ma anche Amedeo sosteneva di esserlo, così come oggi lo dice Aimone, peraltro sostenuto dalla più antica e numerosa associazione monarchica che io rappresento».

Perché l’Unione Monarchica Italiana appoggia Aimone e non Emanuele Filiberto?

«Da un lato ci sono le norme che regolano la successione che devono essere inderogabili altrimenti non sarebbe una monarchia. Il re non si sceglie. E poi esiste una legittimità di origine ma anche di esercizio. Se uno ha fatto scelte di vita da imprenditore, come il padre, e da personaggio spettacolo, come il figlio, okay. Ma ci sono regole non scritte che Umberto II ha incarnato perfettamente: equilibrio, sobrietà, misura, rigore, esempio. Un uomo di 42 anni che va in esilio, la moglie se ne è andata a Ginevra perché era stato un matrimonio di Stato, non c’era amore, avrebbe potuto animare la cronaca rosa, ma non lo fa; Umberto ha vissuto un isolamento quasi monastico, riceveva gli italiani, e quello è stato l’esempio ed è la vita che ha cercato di fare Amedeo, considerando che la società cambia e i costumi cambiano, lo stesso modo di vedere la vita cambia. Oggi Aimone è l’amministratore delegato di un paio di multinazionale Pirelli, è un uomo di talento. In questo ramo della famiglia c’è una sobrietà che ricorda quella di Umberto II. Aimone non risulta che sia mai stato pubblicato su tabloid, visto in locali, night, non ci sono stati eccessi. Il contrario di quello che è successo a Vittorio Emanuele. Per esercitare un ruolo bisogna vestire l’abito giusto, è tutto qui. Quando parlavo di legittimità di esercizio, che è molto importante. L’UMI ritiene che il pretendente al trono ideale sia Aimone, ma stiamo sempre parlando di un trono che non c’è. Per questo per noi è molto importante spostare le argomentazioni su un altro piano: non parlare della monarchia quale fu, ma della monarchia per quale potrebbe essere, per quale è nelle meglio funzionanti monarchie parlamentari del mondo».

di: Micaela FERRARO

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