Siccità, mancanza d’acqua, riserve a secco: l’ambiente è in ginocchio. Unica soluzione parrebbe il dissalatore. Quali sono i pro e i contro di questo sistema
2022: un anno che certamente rimarrà nella storia per diversi eventi, dalla guerra alla crisi energetica, ma soprattutto per l’ambiente, messo in ginocchio come mai fino ad ora.
Quella che ci siamo lasciati alle spalle è stata un’estate bollente, segnata da episodi drammatici: gli incendi che hanno morso l’Europa, il costante scioglimento dei ghiacciai e l’assenza di piogge hanno evidenziato l’accelerazione degli effetti climatici innescati, principalmente, dalle attività umane.
Di fronte a tale ritratto drammatico, con i fiumi a secco oltre alle città e campagne alle strette con l’acqua, sembra non vedersi una soluzione vera e propria, anzi, si è evidenziata l’incapacità nella gestione dell’“oro blu”. In caso di fenomeni atmosferici intensi, non c’è un sistema vero e proprio capace di raccogliere l’acqua da conservare, con il terreno che, a causa della siccità, non è in grado di contenere portate importanti, causando ingenti danni ambientali quali inondazioni o allagamenti.
Ripensando a giugno 2022, il Po ha registrato il livello minimo storico dell’acqua più basso negli ultimi 70 anni. Gli esperti avevano parlato di “siccità gravissima”, oltre ai danni causati dal fenomeno del cuneo salino: l’acqua del mare era entrata nel delta del fiume e nelle falde acquifere, rendendo le risorse idriche completamente inutilizzabili per le coltivazioni.
È evidente la necessità di intervenire, a maggior ragione se si considera un dato allarmante pubblicato dall’ONU: l’uso globale dell’acqua è aumentato di 6 volte negli ultimi 100 anni e continua a crescere costantemente a un tasso di circa l’1% annuo, per l’aumento della popolazione e il cambiamento dei modelli di produzione, oltre al consumo di risorse.
A questo punto è lecito chiedersi: come poter scongiurare una più che probabile nuova crisi idrica?
Scelta opinabile o meno, l’unica soluzione in serbo parrebbe l’utilizzo del dissalatore, dispositivo che desalinizza l’acqua marina rendendola fruibile a scopo alimentare, acqua potabile, o industriale, come l’acqua di raffreddamento.
Nonostante sia adoperato in diversi Stati, in Italia il tema continua ad essere molto discusso, soprattutto per i danni che potrebbe recare all’ambiente, oltre all’ingente uso massiccio di energia che richiederebbe la struttura. In merito, abbiamo avuto modo di confrontarci con il Direttore Generale di AIT, Autorità Idrica Toscana, Alessandro Mazzei. Ente pubblico regionale che rappresenta tutti i Comuni della Toscana, questa organizzazione si occupa di regolare il servizio idrico integrato e controllare i gestori di acquedotti, depurazione e fognature. Inoltre, coordina tutti i piani di investimento e stabilisce, insieme all’autorità nazionale ARERA, le tariffe degli utenti. Oltre a ciò, controlla i gestori e regola i diritti dei cittadini nei confronti delle aziende che forniscono il servizio sui vari territori della regione.
Il processo di osmosi inversa ha diverse controindicazioni ambientali: oltre a richiedere l’impiego di molta energia, l’acqua marina depurata implica l’eliminazione di tutti quei piccoli pesci e del plankton utili per la catena alimentare locale, oltre all’applicazione di sostanze chimiche volte a pulire il filtro all’interno del quale si concentra un’elevata quantità di sali. Non pensa che il tutto possa impattare negativamente sull’ecosistema e la fauna marina? È possibile ovviare a queste problematiche?
«La dissalazione è un processo semplice. Si toglie il sale dall’acqua di mare per renderla successivamente potabile e questo processo in certe zone del pianeta è l’unico modo per dare da bere agli esseri umani e agli animali, per permettere la vita di alberi, vegetazione e coltivazioni. La dissalazione non serve dappertutto, ma è essenziale in particolari condizioni geografiche e fisiche dei territori, come sulle isole e nelle zone particolarmente siccitose. Le controindicazioni che Lei suggerisce non producono alcun problema, né per l’uomo né per l’ambiente. Sì, serve pressione per il processo di osmosi, ma si può neutralizzare producendo energia rinnovabile con un impianto fotovoltaico. E comunque gli impianti dissalatori di nuova generazione sono molto meno energivori di quelli del passato. Sì, l’acqua marina viene usata e poi la salamoia restante reimmessa in mare. Questa restituzione ha un impatto immediato in un raggio di circa 10 metri dal punto di reimmissione che però si diluisce quasi immediatamente, con limitatissimi effetti ambientali. Sì, servono sostanze chimiche per non incrostare le membrane, ma non più di quei prodotti chimici che servono per trattare le acque dolci che sono captate da falde non sempre potabili, e comunque le sostanze chimiche utilizzate nel processo vengono separate dalla salamoia reimmessa in mare e smaltite separatamente come prevede la legge. Quindi alla sua domanda se la desalinizzazione impatta negativamente sull’ambiente la risposta è no, non impatta in assoluto sull’ambiente. Se la dissalazione viene fatta in maniera corretta e viene monitorato l’ambiente marino, non è un’attività impattante come altre che funzionano da anni senza che nessuno si ponga domande».
Crede che il dissalatore possa essere l’unica soluzione alla crisi dell’oro blu?
«Viviamo un tempo in cui i cambiamenti climatici ci mettono davanti sfide importanti. Piove sempre meno e con eventi sempre più estremi. I temporali improvvisi e le bufere non permettono all’acqua che cade dal cielo di essere accumulata lentamente nelle falde acquifere e tanta acqua dolce ruscella a mare. Quindi, in certe zone, servono invasi per trattenere le acque piovane, ma tali opere, molto impattanti sul territorio e il suo paesaggio, non si possono fare ovunque e in tempi rapidi. Non si può bucare tutta l’Italia con invasi di chilometri di diametro, disboscando territori, perché così rendiamo i terreni più friabili e soggetti a crolli e smottamenti. I cittadini devono imparare a risparmiare acqua e i gestori dell’acqua devono mantenere le reti acquedottistiche, riducendo le perdite al minimo e anche riducendo la pressione in rete dell’acqua. Questi sono interventi minimi ma fondamentali. Poi, in zone dove la presenza di falde e pozzi è minore, serve produrre acqua con i desalinizzatori. L’Italia ha territori, soprattutto le isole, in cui questi impianti sono necessari. Qualche anno fa Città del Capo ha vissuto un periodo senza acqua potabile dai rubinetti per la scarsità di piogge e lo spreco di acqua dolce. I dissalatori sono stati uno dei maggiori contributi alla salvaguardia sanitaria della popolazione e non solo».
Perché negli altri Paesi è utilizzato e in Italia no? Ritiene che sia un gioco di interessi o una questione legata alle necessità del territorio?
«L’Italia, nonostante sia stretta e lunga, un gigantesco molo in mezzo al mare, ha sempre avuto molte piogge per la presenza di due catene montuose importanti. Le Alpi a nord hanno prodotto sempre una quantità di acqua enorme, mentre l’Appennino che corre lungo tutta la penisola, da nord a sud, ha svolto un compito fondamentale per la produzione di acqua, sia contribuendo allo stazionamento delle nuvole e alla produzione di piogge, sia alla presenza di grandi falde sotterranee che servivano da stoccaggio di grandissimi quantitativi di acqua dolce. Oggi i cambiamenti climatici hanno modificato in maniera sostanziale le precipitazioni atmosferiche e siamo di fronte a un problema che prima non avevamo: la scarsità di acqua dolce. Quindi storicamente non avevamo bisogno di desalinizzatori. Attualmente e in futuro invece dovremmo cominciare a costruirne, a partire, ripeto, dalle isole e dalle zone più siccitose. Poi ci saranno anche interessi privati che mirano a contrastare alcuni dissalatori, come per tante opere pubbliche. Ma l’interesse pubblico chiaramente non può sottostare a bizze territoriali o a interessi privatistici che vadano contro ciò che serve al beneficio di un’intera comunità e alla tutela di un territorio».
Quindi, alla luce di quanto ci ha spiegato, dissalatore sì o no? E perché?
«Ripeto, i dissalatori non creano problemi ambientali e sono importanti in quei territori in cui si è isolati e in cui ci sono particolari condizioni di siccità. Inoltre, intorno alla dissalazione si sta sviluppando un volano di ricerca che vuole trasformare alcuni degli aspetti critici di oggi in opportunità per il futuro. Ci sono infatti nuove possibilità di recupero di materia di scarto della dissalazione per nuovi sistemi di produzione di energia, come le BAM, le batterie ad acqua di mare. E, anche dal punto di vista energetico, le nuove tecnologie potranno ridurre sempre di più l’assorbimento di energia dei processi di desalinizzazione».
Ma secondo uno studio condotto dall’ONU, a fronte di 95 milioni di metri cubi di acqua dolce, gli impianti di desalinizzazione produrrebbero 142 milioni di metri cubi di salamoia ipersalina al giorno e, di conseguenza, in un anno la salamoia prodotta coprirebbe mezza Italia sotto 30 centimetri di melma caustica.
In base a quanto si apprende sul sito Cordis, il Servizio Comunitario di Informazione in materia di Ricerca e Sviluppo della Commissione Europea, nonché la principale fonte in merito ai risultati dei progetti finanziati dai programmi quadro dell’UE, “cercare di replicare questa pratica su larga scala comporta altresì problemi su larga scala”.
Secondo Frank Rogalla, Direttore dell’Innovazione presso Aqualia a Madrid e ingegnere ambientale esperto di gestione delle acque, “è una questione di energia. La desalinizzazione dell’acqua di mare richiede una quantità di energia 10 volte superiore rispetto a un’altra fonte idrica”, sottolineando che “l’acqua dissalata è troppo costosa per la maggior parte dei casi d’uso”, oltre ad essere “caratterizzata da costi energetici e di infrastruttura elevati, quindi è l’ultima spiaggia”.
Nell’ambito del progetto MIDES, Desalinizzazione microbica per acqua potabile a basso consumo energetico, finanziato dall’UE, Rogalla ha impiegato dei batteri nel tentativo di ovviare alla problematica energetica. Tali microbi sono stati utilizzati per agevolare il passaggio delle molecole attraverso una membrana, riducendo ulteriormente l’energia necessaria per generare acqua potabile. «L’energia necessaria per la desalinizzazione è direttamente proporzionale alla concentrazione di vendita; quindi, se riusciamo ad adottare il processo tramite l’energia dei microbi, diminuiamo l’elettricità necessaria», ha dichiarato Rogalla.
Di conseguenza, non è un progetto da escludere a prescindere, come spiega il Direttore, ma “si tratta di una misura d’emergenza ed è solo una parte della soluzione”, ribadendo che “la desalinizzazione riguarda esclusivamente i bisogni più urgenti. Senza queste altre azioni, semplicemente non è sostenibile”.
Nonostante i passi in avanti, questo campo è ancora abbastanza agli inizi in Italia e si tratta di una tecnologia già fortemente discussa in partenza. Certamente si dovranno considerare le scelte sull’effettiva esigenza ed efficienza dei dissalatori, comprendere dove servono e se servono indispensabilmente. Sarà questa la scelta rinnovabile del futuro? Se si riuscisse ad ovviare a determinate problematiche, ci si troverebbe certamente di fronte ad un sistema che potrebbe effettivamente portare una grande innovazione, rappresentando un significativo passo in avanti per il Paese. Ma, come per il resto, solo il tempo potrà dire se sarà la strada giusta da intraprendere per scongiurare l’inevitabile prossima crisi idrica.