“Il cielo non è abbastanza grande per due soli” e oggi, mentre Taiwan cerca il riconoscimento internazionale e Pechino punta a ristabilire “una sola Cina”, Washington cammina sul filo del rasoio. Ma dietro il nodo geopolitico si cela la storia
Fu olandese, fu spagnola, poi dei Manciù della dinastia Qing. Ci provarono gli inglesi e i francesi, ci riuscirono i giapponesi dell’Impero del periodo Meiji alla fine dell’Ottocento, come risultato della prima guerra sino-giapponese per il controllo della Corea. Gli schieramenti della Seconda Guerra Mondiale e il suo esito ebbero come risultato il taglio ai possedimenti nipponici e la “restituzione” a quella che nel frattempo era diventata la Repubblica di Cina, in quel momento spaccata da una guerra civile in corso dal 1927.
Se fino al 1683 l’isola di Formosa (come la nominarono i portoghesi), oggi insieme agli arcipelaghi di Penghu, Kinmen e Matsu più comunemente conosciuta come Taiwan, viene esclusa da qualsiasi mappa dei domini imperiali cinesi, definita “una palla di fango al di là delle barriere della civiltà”, nel XXI secolo è invece al centro delle numerose tensioni geopolitiche tra Occidente e Oriente, una vittima della smania di supremazia che chiede indipendenza e riconoscimento.
Rientrata tra i possedimenti cinesi nel 1952, la Taiwan di oggi – ufficialmente denominata Repubblica di Cina (da non confondersi con la Repubblica Popolare Cinese) – nasce dalla guerra civile che fino al 1950 vedeva contrapporsi sulla Cina continentale due schieramenti opposti, specchio della lotta che di lì a poco avrebbe caratterizzato il resto del mondo: anticomunismo contro comunismo. Come in altre storie di rivalità, le due fazioni avevano sì conosciuto un periodo di alleanza funzionale. Nel 1923, infatti, il Kuomintang si era unito al nascente Partito Comunista Cinese nel Primo Fronte Unito contro il governo Beiyang di Pechino e i signori della guerra che si stavano spartendo a suon di guerriglia i territori della Repubblica di Cina, proclamata nel 1912 dopo la decadenza della dinastia Qing. Il partito nazionalista del KMT era stato fondato nel 1912 da Song Jiaoren e Sun Yat-sen, anche artefici dell’Allenza Rivoluzionaria Cinese e della Rivoluzione Xinhai dell’anno precedente, mentre il PCC era nato nel 1919 sotto l’influenza della vicina Unione Sovietica e del Comintern come risultato delle proteste contro l’imperialismo giapponese e il diktat delle “Ventuno richieste” avanzate all’indomani del Trattato di Versailles. Al momento della loro unione, le due realtà avevano ben poco in comune, se non lo scopo: riunificare la Cina. Le loro origini erano diverse così come le loro filosofie politiche e la loro grandezza, 150 mila membri contro appena 1.500. Se c’è qualcosa di certo che la storia insegna è che una coppia di alleati troppo diversi non impiega molto tempo prima di scoppiare e, nel caso del KMT e del PCC, questo accadde ancor prima che venisse intrapresa la strada verso l’obiettivo comune.
La morte di Sun Yat-sen avvenuta nel 1925, infatti, diede spazio al suo braccio destro Chiang Kai-shek, già sovrintendente dell’Accademia militare di Whampoa, poi comandante in capo dell’Esercito Rivoluzionario Nazionale, di aggiudicarsi i favori dell’ala di destra del KMT e, nel 1926, di allontanare i consiglieri sovietici, nonostante, con l’approvazione del Comintern, i comunisti stessero appoggiando la Spedizione del Nord contro il governo di Beiyang e la riunificazione della Cina. Prima ancora della caduta di Pechino nel 1928, le diversità tangibili dei due schieramenti divennero fossati troppo profondi per poter essere attraversati senza inciampi. A spuntarla fu proprio l’ala di destra del Kuomintang, che detenne per i successivi anni le redini del governo di Nanchino (dove Chiang Kai-shek aveva fondato un governo alternativo a Pechino e a Wuhan, insediamento del partito comunista e dell’ala di sinistra del KMT) e dello scontro tra comunismo e anticomunismo.
Nel dicembre del 1936 KMT e PCC, scarsi alunni della maestra storia, tentarono una nuova fragile alleanza nel Secondo Fronte Unito contro l’invasione giapponese della Manciuria e durante la seconda guerra sino-giapponese, confluita nella Seconda Guerra Mondiale e conclusasi solo con la resa incondizionata del Giappone nel 1945. Negli anni intercorsi, in attesa di uno scontro finale tra i due fronti che sarebbe arrivato, si pensava, solo alla fine del conflitto mondiale, PCC e KMT ebbero approcci diversi: il primo si radicò nelle zone rurali del Paese, accrescendo la sua popolarità tramite la lotta all’Impero giapponese, mentre Chiang Kai-shek e l’Esercito nazionalista non si schierarono apertamente in campo contro l’invasore e raccolsero invece gli aiuti che provenivano dagli Stati Uniti.
Gli stessi States, al termine della guerra, tentarono una mediazione con l’intervento del generale George Marshall, passato alla storia per il suo legame con il piano per la ripresa europea noto, appunto, come Piano Marshall. Un tentativo destinato a diventare un buco nell’acqua e, alla vigilia della Guerra Fredda, anche una pallottola schivata.
Gli anni e gli eventi passati dalla prima alleanza avevano ribaltato il quadro che ora vedeva il PCC predominante sul KMT: oltre alla perdita di consenso tra la popolazione, infatti, i nazionalisti dovettero fare i conti con un esercito stremato e diffusamente corrotto, incapace ormai di contrastare l’avanzata dell’Esercito Popolare di Liberazione. Con la caduta di Pechino il 31 gennaio precedente, il 1° ottobre del 1949 Mao Zedong, presidente del Partito Comunista Cinese dal 1943, proclamò la costituzione della Repubblica Popolare Cinese. Poco dopo, quando anche la città di Chongqing, ultimo avamposto nazionalista, cedette, Chiang Kai-shek insieme a 600 mila militari e due milioni di civili si ritirò sull’isola di Taiwan e lì proclamò la città di Taipei come capitale della Repubblica di Cina, a suo dire sede del solo governo legittimo cinese.
Il ritiro sull’Isola fu possibile perché, senza neanche conoscere il suo destino, nel 1942, quando gli Stati Uniti entrarono in guerra, il leader nazionalista aveva rinunciato ai precedenti trattati con il Giappone pur di avere Washington dalla sua parte e aveva fatto della Manciuria e di Taiwan i suoi obiettivi bellici. Con la resa nipponica nel 1945, l’isola di Formosa era stata restituita alla Cina, un’acquisita sovranità ufficializzata solo con il Trattato di San Francisco del 1951. Al momento della firma, tuttavia, né il governo di Chiang Kai-shek né quello di Mao Zedong erano stati riconosciuti a livello internazionale e giudicati giuridicamente capaci di sottoscrivere un accordo internazionale legalmente vincolante: dall’assenza di quei rappresentanti nella Baia ha inizio il limbo dello status politico di Taiwan che prosegue ancora oggi, a distanza di 70 anni.
Nel nuovo millennio “qīng tiān, bái rì, măn dì hóng” (“Cielo blu, sole bianco, ed una terra completamente rossa”, com’è stata soprannominata l’attuale bandiera di Taiwan adottata nel 1917 dal KMT, nel 1928 dalla Repubblica di Cina e, infine, issata sull’Isola nel 1945) rappresenta uno Stato indipendente de facto ma non de iure. Se fino al 1971 la Repubblica di Cina aveva detenuto un seggio alle Nazioni Unite in rappresentanza della Cina – val la pena forse ricordare che fu il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America a farsi creatore e promotore dell’organizzazione mondiale nel 1939, gli stessi USA che nel 1950, su decisione dell’allora presidente Harry Truman, inviarono la Settima Flotta ad occupare lo Stretto di Taiwan dopo l’invasione della Corea del Nord ai danni della gemella meridionale perché, in piena Guerra Fredda, la Casa Bianca non avrebbe potuto permettere che un’alleato di destra venisse minacciato o addirittura sbaragliato da un qualsivoglia regime comunista -, tutto cambiò quando il riconoscimento diplomatico e la rappresentanza del Dragone vennero attribuiti alla Repubblica Popolare Cinese con la Risoluzione 2758, passata con 76 voti favorevoli, 35 contrari e 17 astenuti, senza che ne fossero stabiliti i territori.
Il riconoscimento della RPC e l’esclusione della RDC, tuttavia, si limitò al solo aspetto diplomatico, ma non a quello economico. Dopo il ritiro su Formosa, infatti, il Partito Nazionalista Cinese, oltre a proclamare la legge marziale per tenere fuori qualsiasi influenza comunista, aveva messo in campo tutta una serie di riforme economiche che, insieme agli aiuti provenienti da Washington, permise alla Repubblica di raggiungere una solida base finanziaria già nel 1965. Oggi Taiwan vanta un PIL di 841.209 milioni di dollari (aprile 2022), occupando la 21esima posizione al mondo, e un PIL pro capite di 36.051 dollari. Per contestualizzare il dato, secondo le stime, nel 2019 la RPC ha registrato un PIL di 14.140.163 milioni di dollari (secondo al mondo) e un PIL pro capite di 10.098 dollari, una differenza notevole se si considera che il Dragone è grande circa 265 volte la RDC con una popolazione 60 volte superiore (la densità è di 153 abitanti per chilometro quadrato contro 650 abitanti per chilometro quadrato). Dalla fine degli anni Novanta l’Isola ha dovuto il suo successo economico soprattutto allo sviluppo dell’industria, in particolare elettronica, informatica e delle telecomunicazioni. Ancora oggi alcune delle imprese più conosciute nel campo di microchip, processori e dispositivi informatici hanno sede a Taipei.
Rispetto alla “madrepatria”, inoltre, con la salita al potere di Chiang Ching-kuo (figlio di Kai-shek) e, nel 1988, con la successione di Lee Teng-hui, il Paese intraprese un percorso di liberalizzazione e democratizzazione che diede sempre più spazio e potere ai cittadini di nascita taiwanese, finché nel 2000 il KMT, ormai logorato dalla corruzione (e dagli anni), non perse potere, a favore dell’odierno partito di maggioranza, il Partito Progressista Democratico (nato illegalmente nel 1986).
Proprio del PDP fa parte l’attuale presidente della Repubblica di Cina, Tsai Ing Wen, eletta nel 2016 e riconfermata nel 2020, che dalla sua salita al potere ha dovuto fare i conti con, in ordine sparso: le spinte indipendentiste; il rischio di un attacco da parte di Pechino con cui, intanto, Taipei non intrattiene rapporti ufficiali; le difficoltà dovute alle scarse relazioni ufficiali con l’estero (dal dicembre 2021 solo 14 Stati riconoscono la RDC uno Stato sovrano, mentre rapporti di altra natura vengono intrattenuti con un totale di 70 Paesi); la richiesta interna di processi di modernizzazione sociale e istituzionale; ma soprattutto con il progetto – riuscito – di rendere Taiwan un “faro della democrazia” agli occhi del mondo e come tale bisognoso di protezione internazionale. Per farlo, furbescamente come non hanno mancato di notare gli osservatori, si è rivolta ai difensori della democrazia per eccellenza, gli statunitensi, e questi, puntuali, hanno risposto.
Già definito come l’anno della Quarta crisi dello Stretto di Formosa (le prime tre nel 1954-1955, nel 1958 e nel 1995-1996), il 2022 ha visto Washington riavvicinarsi sempre più a Taiwan in nome di una partnership “chiave nella regione dell’Indo-Pacifico” e di un “solido rapporto non ufficiale” (le relazioni tra USA e RDC sono regolate dal Taiwan Relations Act del 1979). Dopo che nell’ottobre del 2021 il presidente della RPC Xi Jinping, durante il suo discorso nella Grande Sala del Popolo in occasione dei 110 anni della Rivoluzione Xinhai, ha annunciato di voler concretizzare la riunificazione con Taiwan (o meglio, per citarlo, “risolvere la questione Taiwan”), le tensioni tra Pechino e Taipei, e a seguire Washington, si sono inasprite sempre più a suon di dichiarazioni ed esercitazioni militari in quel lembo d’acqua largo 180 chilometri che divide i territori.
Ad aggravare il quadro è stata la tanto discussa visita a Taiwan della Speaker della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, lo scorso agosto. La terza carica dello Stato, insieme a cinque deputati democratici e un piano di sicurezza studiato nei minimi dettagli, ha incontrato la presidente Tsai Ing Wen e un gruppo di attivisti per i diritti umani durante il suo tour asiatico, disobbedendo anche alle richieste del presidente statunitense Joe Biden che, da una parte, non vuole arrivare al punto di rottura con Pechino nella paura che questa si avvicini troppo a Mosca e, dall’altra, non vuole essere accusato di avere una linea morbida con il Dragone, soprattutto in vista delle midterm elections, le elezioni di metà mandato.
Washington e il suo attuale rappresentante, dunque, hanno fino ad ora camminato sul filo del rasoio: continuano ad aderire alla politica di “una sola Cina” e “non sostengono” l’indipendenza di Taiwan (ben diverso dal “non opporsi”) ma sarebbero pronti ad intervenire in caso di invasione militare, come lo stesso inquilino della Casa Bianca ha dichiarato in un’intervista a 60 Minutes della Cbs lo scorso settembre. Qualche giorno dopo anche il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, Antony Blinken, ha rilasciato un’intervista alla stessa trasmissione. Le sue dichiarazioni, se fanno il calco al presidente, aggiungono un dettaglio in più: un attacco a Taiwan avrebbe ripercussioni – devastanti, manco a dirlo – sull’economia globale perché lì è “dove vengono prodotti praticamente tutti i semiconduttori”.
Al di là degli evidenti interessi economici per tutto l’Occidente, la difesa della democrazia di cui gli Stati Uniti si ergono a paladini è ancora più torbida di quanto a una prima occhiata possa apparire: per un Paese che ha fatto dell’affermazione di supremazia il suo voto principe, l’alleanza con un’isola così vicina all’eterno rivale (o meglio, uno dei tanti rivali) costituisce sicuramente un punto di forza (militare). Motivo per il quale, e forse proprio gli Stati Uniti potrebbero rivedersi in un atteggiamento simile in quella che è passata alla storia come crisi della Baia dei Porci di Cuba, Pechino guarda con malcelata preoccupazione alle relazioni tra Washington e Taipei, minacciando ripercussioni che al momento non si sono tradotte in azioni («Siamo disposti a fare del nostro meglio per lottare per una riunificazione pacifica – ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, all’indomani dell’intervista di Biden. – Allo stesso tempo, non tollereremo alcuna attività volta alla secessione»).
Oggi, dunque, il “nodo Taiwan” si basa sulla legittimità dell’esistenza della Repubblica di Cina come Stato sovrano e sul suo riconoscimento da parte della comunità internazionale. Se con la caduta del KMT è morta, da parte di Taipei, anche la pretesa del solo governo legittimo cinese, è più che viva tra i taiwanesi la necessità di un’indipendenza de iure che potrebbe, tuttavia, non avvenire mai. Nell’immenso scacchiere che è il nostro mondo, infatti, l’Isola rappresenta un alleato troppo strategico, una pedina troppo ghiotta a livello militare, economico e ideologico per non essere strumentalizzata in una lotta al potere supremo che vede, ancora una volta, contrapporsi due superpotenze, entrambe impegnate ad abbaiare nella speranza che nessuna si metta a mordere. Il rischio, per la Repubblica di Cina, è che la lotta dei grandi finisca per far soccombere il piccolo.
La matassa è ormai troppo ingarbugliata per essere dipanata, un bandolo ormai perso nella storia, nel pozzo di quel 1949 in cui la lotta al territorio non ha permesso a Pechino e Taipei di essere lungimiranti e comprendere che il Continente e l’Isola erano destinati a vivere ognuno una vita geografica e politica propria.
Perché, in assenza di un trattato di pace o di un armistizio, nessuna delle due Cine si è mai arresa davvero.
NB: In questa sede la storia della guerra civile cinese è stata ridotta il più possibile per motivi di spazio, può tuttavia essere interessante approfondire l’argomento per avere una maggiore comprensione degli avvenimenti che hanno portato alla Cina di oggi e dei personaggi che ne hanno delineato i caratteri. Si consiglia, ad esempio, la lettura di Storia della rivoluzione cinese. 1919-1949 dalla prima guerra civile alla vittoria di Mao di Chien Po-Tsan, Hsun-Cheng Shao e Hua Hu, edito da Edizioni Pgreco.