Il crack è una droga presente da decenni nelle città italiane, ma negli ultimi anni ha vissuto una fortissima espansione. Tanti i giovanissimi che si avvicinano alla sostanza: tra loro anche Giulio Zavatteri, morto di overdose a 19 anni. Abbiamo parlato con il padre, Francesco Zavatteri, che ha fondato l’associazione “La Casa di Giulio”

L’uso di sostanze stupefacenti in Italia ha visto un aumento sia nella fascia di età 18-64, sia in quella 15-19. È quanto emerge dalla Relazione annuale sul fenomeno delle tossicodipendenze 2024 inviata al Parlamento dal sottosegretario Alfredo Mantovano (dati riferiti al 2023).

Tra le sostanze ce n’è una presente, in realtà, da decenni ma che negli ultimi anni ha vissuto una fortissima espansione, il crack. Si tratta di una miscela di cocaina cloridrato e bicarbonato di sodio che, in seguito a diversi processi chimici, si presenta sotto forma di cristalli che vengono inalati. Il crack ha un effetto immediato, intenso ma breve. Un’altra problematica è rappresentata dal “craving”, il bisogno, impellente, incontrollabile di ricominciare a consumare la sostanza. Questo derivato della cocaina genera una forte dipendenza anche perché si innesca molto più rapidamente un meccanismo di tolleranza, cioè una mancanza di risposta alla sostanza, che porta a un aumento delle dosi assunte. Un altro fattore fondamentale è l’aspetto economico: il crack è più economico rispetto ad altre sostanze, una dose può costare 5 euro (fino a 30 euro in alcune zone).

In base ai dati diffusi dalla Direzione centrale dei servizi antidroga (DCSA) dal 2019 a oggi i sequestri sono raddoppiati, passando da 6,9 chili a 14,8 chili. Negli anni l’incremento è stato costante: dai 6,9 chili del 2019, appunto, ai 10,5 del 2022. . Questi, però, sono i numeri relativi ai sequestri, ed è la parte più visibile del fenomeno, la punta di un iceberg di cui si parla ma non abbastanza. Ed è necessario ricordare che dietro ai numeri ci sono persone.

Per affrontare un fenomeno così complesso e sfaccettato, però, bisogna dimenticare gli stereotipi e la retorica. Quello che è certo è che l’uso di crack (e spesso si tratta di policonsumo, cioè di assunzione contemporanea di sostanze diverse) è in aumento tra i giovani e i giovanissimi in molte città italiane (volendo guardare solo al nostro Paese).

La storia di Giulio Zavatteri

Tra le città in cui il consumo di crack è aumentato vertiginosamente c’è Palermo. Secondo le stime dell’Asp Palermo si è abbassata l’età dei consumatori: se nel 2017 molti giovani iniziavano a consumare droga tra i 16 e i 26 anni, negli ultimi anni si è scesi anche a 10-12 anni. Nel Capoluogo siciliano sono aumentate le persone che hanno perso la vita in seguito a un’overdose. Come Giulio Zavatteri, morto nel 2022, a 19 anni. Proprio a Ballarò, nel cuore del mercato storico i Palermo, è nata La Casa Giulio, associazione che accoglie chi entra nel vortice della tossicodipendenza.  La Casa di Giulio è stata fondata dal padre di Giulio, Francesco Zavatteri, farmacista, insieme agli altri suoi figli. È proprio lui a raccontarci la storia dell’associazione, di suo figlio, e di tutte le figlie e i figli di Palermo.

«La Casa di Giulio nasce in seguito alla perdita del nostro Giulio. Era un ragazzo straordinario di 19 anni, il mio figlio più piccolo, ha due fratelli più grandi, Vincenzo e Francesca» ha spiegato Zavatteri, che prosegue raccontando la storia di suo figlio, scomparso in seguito all’uso di sostanze stupefacenti, in particolare il crack e l’eroina. «Lo abbiamo seguito in questo suo percorso autodistruttivo – racconta – Abbiamo intercettato il suo malessere e abbiamo cercato di curarlo fin dall’inizio con interventi di psicologi, psicoanalisti, psichiatri, ricoveri in ospedale, ricoveri in quattro comunità diverse e purtroppo, non essendoci delle comunità ben strutturate in Sicilia, non solo non abbiamo sortito effetti importanti per cercare di salvarlo, ma anzi, abbiamo ulteriormente aggravato la sua situazione. Giulio era un ragazzo con un’intelligenza straordinaria, parlava lo slang americano e inglese correntemente, che aveva appreso guardando i telegiornali della CNN e della BBC, dipingeva e disegnava, suonava tre strumenti musicali a orecchio, componeva pezzi rap molto forti, anche perché spesso li componeva sotto l’effetto delle sostanze».

«Da quando io una mattina ho rinvenuto Giulio deceduto accanto al suo letto – prosegue Zavatteri– con i suo fratelli abbiamo deciso di organizzare un evento musicale al Teatro Massimo a Palermo, dove si alternavano artisti provenienti da diversi generi musicali, dalla lirica, alla trap. Doveva essere un saluto e un ringraziamento a Giulio per averci donato questi suoi 19 anni meravigliosi, era un ragazzo che faceva sempre ridere, sempre con la battuta pronta, con la sua ironia sottile».

Uno degli elementi fondanti de La Casa di Giulio è la ricerca di dialogo. «Doveva essere un dialogo musicale tra i figli e i genitori della nostra generazione – ha raccontato Zavatteri che sono assolutamente in difficoltà ad aprire e a tenere un dialogo con questi ragazzi. Che a loro volta non dialogano con i genitori, ma solo attraverso i social, non hanno più quel desiderio di condivisione sociale. Oggi questi ragazzi sembrano assolutamente soli, in un loro microcosmo in cui non riescono a comunicare le loro emozioni, introitano il loro malessere e questo, oltre al fatto che già i telefonini aprono alla dipendenza da qualcosa, aumenta il rischio di dipendenze patologiche, non solo stupefacenti ma anche gioco d’azzardo». Un dialogo, e una serata, che ha avuto un grande successo. «Abbiamo fatto sold out a teatro, più di 1262 posti, un incasso di 45mila euro e, così, abbiamo deciso di fondare questa associazione di promozione sociale, in onore e in memoria del nostro Giulio».

L’associazione svolge diverse attività sul territorio. «Abbiamo aperto due sportelli di ascolto, uno nella spiazza di spaccio di Ballarò, presso il Centro Ippocrate, e l’altro alla Casetta della Salute presso Piazza San Saverio, aprendo a un rapporto di collaborazione con AGISCI, un’associazione di medici volontari che offre prestazioni mediche e specialistiche gratuite a mamme con bambini extracomunitari ed extracomunitari in genere. Il responsabile dello sportello di ascolto è mio figlio Vincenzo, che ha preso questa cosa come una missione particolare».

Un’attività concreta, partita dal basso, così come il disegno di legge Dalla dipendenza all’interdipendenza frutto della collaborazione tra la famiglia Zavatteri, La Casa di Giulio, la professoressa Clelia Bartoli, docente del dipartimento di Giurisprudenza, alcuni studenti, altre realtà che operano sul territorio come  SOS Ballarò, Casa Ancora, referenti dell’Asp (il dottor Giampaolo Spinnato), operatori sociali (Nino Rocca), operatori di strada (Antonio Napoli), l’arcivescovo Corrado Lorefice e tanti altri.

«Questo ddl è stato recentemente finanziato dalla Regione Sicilia con 11 milioni e 200mila euro – ci spiega Francesco Zavatteri –  e il 24 settembre andrà in discussione all’Assemblea regionale siciliana (Ars). Siamo stati invitati alla votazione e vigileremo, perché questa legge deve funzionare, deve essere rivolta all’aiuto nei confronti di questi ragazzi, che attualmente sono ancora degli invisibili e, soprattutto, che non diventi un business per chi vuole lucrare sulla vita e sulla disgrazia di chi ha un figlio in dipendenza. Questo lo dico personalmente perché ho vissuto delle esperienze veramente raccapriccianti, sia per i luoghi dove tenevano questi ragazzi, sia per l’organizzazione, anche per le vicende che avvenivano all’interno di queste comunità».

Zavatteri ci ha raccontato che in Sicilia esistono pochissime comunità, soprattutto dedicate ai minori. «In Sicilia non esistono comunità per minori e tossicodipendenza, non esistono comunità a bassa, media e alta soglia; queste ultime sono a doppia diagnosi [l’OMS definisce “doppia diagnosi” la condizione di chi ha un disturbo di tipo psichiatrico in comorbilità con l’abuso di sostanze, NdR]. In chi hi fa uso di crack purtroppo dopo qualche dall’utilizzo – che poi diventa cronico, compulsivo – comincia a insorgere la sindrome borderline della personalità, quindi sono ragazzi che diventano un po’ ‘Dottor Jekill e Mr. Hyde’, come il nostro Giulio che alternava dei momenti in cui sembrava un ragazzino di una famiglia normale a dei momenti con dei tratti psichiatrici, non perché lui fosse cattivo ma perché questa sostanza agisce su delle aree del cervello arrecando questi danni».

Un’altra tappa fondamentale è stata  la recente inaugurazione dell’Unità Mobile. «Grazie all’onorevole Ismaele La Vardera, vice presidente della Commissione Antimafia, abbiamo ottenuto un finanziamento di 80mila euro da parte della Regione Sicilia per l’acquisto dell’Unità Mobile, per andare anche nelle piazze di spaccio – racconta – Il nostro obiettivo è che sia “meccanizzata”, con a bordo un defibrillatore, un elettrocardiografo, un  ecocardiografo , tutto ciò che può essere utile in emergenza per soccorrere un ragazzo. Siamo alla ricerca di medici anestesisti e infermieri specializzati per poter intervenire in emergenza, nel rispetto assoluto delle leggi e appoggiandoci sempre al 118 per emergenze estreme. Siamo partiti ieri [il 18 settembre, NdR], con mio figlio, una giovane psicologa, una giovane operatrice di strada e una mediatrice che hanno un rapporto empatico con questi ragazzi, perché già li conoscono. C’è una situazione veramente disperata a Palermo, nelle province, ma da quello che leggo in quasi tutte le città italiane».

La prevenzione e il dialogo sono fondamentali, per questo Francesco Zavatteri incontra gli studenti e le studentesse nelle scuole. «Dal mese di aprile 2023 vado nelle scuole in cui mi invitano perché ritengo importante l’informazione dei ragazzi per renderli più consapevoli e , soprattutto, che si faccia prevenzione con i genitori – ha continuato Zavatteri Molti di noi vivono immersi nel mondo del lavoro, delle responsabilità e spesso le cose sfuggono, quindi se non stiamo tutti attenti a questo problema, se non lo denunciamo, non lo evidenziamo, andrà sempre peggio».

Il dialogo, però, deve essere costruito anche con le istituzioni. Zavatteri afferma di aver trovato appoggio nelle istituzioni regionali, ma non nel governo centrale. «Qui tante persone, la polizia, il prefetto, il sindaco Lagalla, il questore, mi sostengono in tutte le iniziative, dal governo centrale un silenzio tombale, non c’è una presa di posizione ferma sulla lotta allo spaccio. Se non si preoccupa il governo centrale che dovrebbe tutelare la vita e la salute dei cittadini… C’è una domanda che supera l’offerta, è un fenomeno che è in aumento esponenziale tra i minori: tutte le province della Sicilia sono piene. Mi chiamano parroci dai Paesi e mi dicono Venga qui, dobbiamo parlare con questi ragazzi perché non sappiamo più che fare, la situazione sta esplodendo».

Per fare in modo di spezzare questo circolo di sfruttamento – di cui spesso si avvantaggiano le mafie – sono, però, necessarie anche una presa di posizione netta. «Non è il problema di Francesco Zavatteri perché è morto Giulio – sottolinea – è il problema dei ragazzi di questa generazione, che non comunicano più con noi, che ascoltano ed ergono a esempi di vita questi rapper che non fanno altro che inneggiare al consumo della droga, al danaro facile, all’ottenere le cose con la violenza, al sesso facile. Se noi non capovolgiamo questa situazione andrà sempre peggio. Qu si formano dei gruppetti di questi ragazzi che fanno uso [di sostanze, NdR] e aggrediscono la gente per strada la notte, che sfondano le vetrine dei negozi pur di prendere un telefonino, o qualcosa da barattare per avere i soldi per comprare il crack. Oppure, laddove non riescono, per fare degli sfregi, distruggono durante la notte le macchine, rompono i parabrezza. Allora mi chiedo, noi vogliamo aspettare che le nostre città diventino dei posti in cui questi ragazzi si trasformano in zombie, creando anche problemi di sicurezza pubblica. Questo è il ragionamento che dovremmo fare tutti, e questo è il ragionamento che il governo centrale non tiene in nessuna considerazione e questo mi preoccupa».

La diffusione del crack, a Palermo così come in altre città italiane, coinvolge non solo sempre più giovani ma anche le famiglie e intere comunità. «Qui ci sono famiglie con figli che cucinano il crack. Il costo al grammo della cocaina è sceso tantissimo, oggi un grammo di cocaina pura si acquista a 50 euro, qualche anno fa a 100/150 euro» afferma Zavatteri, che spiega comela dipendenza da crack si sviluppa più rapidamente rispetto a quella della cocaina. «Mentre la cocaina dà una dipendenza che insorge in un lasso di tempo più lungo, che può andare dai 6 mesi a un anno, con il crack già dalla prima fumata si ha bisogno della seconda, poi della terza, fino a quando non si diventa dipendenti compulsivi. Un dipendente compulsivo assume fino a 40 fumate al giorno, spendendo anche 200/300 euro. Ecco perché questa droga è così insidiosa. I ragazzi in dipendenza stessi perdono completamente la percezione del sé». Zavatteri ci ha raccontato che nel centro storico di Palermo ci sono tanti ragazzi “per terra, perché quando assumono la sostanza stanno anche due o tre giorni svegli a camminare, senza dormire, senza mangiare. Quando passa l’effetto – che dura pochi minuti – hanno questa sorta di energia residua che hanno bisogno di eliminare, quando questa energia finisce poi cadono in questo down in cui stanno anche uno o due giorni in stato catatonico da qualsiasi parte. Questi ragazzi che ne fanno uso vengono sfruttati dalla malavita. Viene detto loro: ‘Tu mi piazzi, ad esempio, 50 dosi di crack al giorno, e poi te ne regalo tre’».

La manifestazione del 5 dicembre 2023 a Palermo © Victoria Herranz/ZUMA Press Wire)

«Ci sono anche ragazzine minorenni, incinte – racconta Zavatteri che si prostituiscono per avere il crack e che spesso diventano schiave dello spacciatore, che le usa per avere un’altra fonte di reddito rispetto alla droga. È un sistema perverso».

In queste quadro si incrociano le moltitudini di solitudine che vino all’interno di una comunità. Per questo abbiamo chiesto a Francesco Zavatteri quanto sia importante spingere sui drop-in, sulle strutture a bassa soglia, non solo per poter dare un necessario aiuto concreto, ma anche per cercare di avviare una dialogo tra figli, figli, genitori, familiari, ma anche con le istituzioni. «Il lavoro è tutto in salita perché si sta iniziando adesso. Il crack a Palermo è arrivato da almeno 8 anni, tutti lo sapevano però nessuno faceva nulla, tutti si tappavano il naso e si giravano dall’altra parte» racconta.  

Un dialogo che può cominciare solo abbattendo lo stigma che ancora oggi esiste nei confronti delle persone tossicodipendenti, ma anche la vergogna che si può provare anche nel chiedere aiuto. Degli schemi imposti dalla società e che spingono nel baratro, cancellando completamente la dimensione umana. «Questi ragazzi alla fine diventano dei ‘rifiuti della società’, perché non voglio integrarsi in una società che, comunque, è malata perché non c’è più uno spazio per i rapporti umani, ormai siamo concentrati solo sul fare danaro, sul mantenere delle posizioni e quindi trascuriamo gli affetti. Se non c’è più uno spazio per dedicarsi ai rapporti affettivi, alla condivisione, allo stare bene insieme, come possono crescere i rapporti tra genitori e figli».

Si tratta anche di una questione culturale. «Ci sono le periferie che sono completamente abbandonate. Non avendo risorse, non avendo nulla,  immersi in un’ambiente già di per sé violento – perché laddove non c’è crescita culturale, c’è l’abbandono scolastico, per cui si vive sulla prevaricazione dell’altro – appena hanno trovato questa risorsa del crack ci si sono buttati tutti dentro. Ci sono quartieri come quello di Brancaccio che non può entrare neanche la polizia, perché hanno un sistema di vedette di controllo. Ci sono delle grandi difficoltà a controllare queste piazze di spaccio, quindi bisogna lavorare sull’integrazione sociale dei quartieri disagiati, portando cultura, strutture ricettive, attività ricreative, lo sport, cercare di far crescere il seme della legalità tra queste persone che vivono solo di violenza, prevaricazione, spaccio. Poi, ovviamente, lavorare sui drop-in, perché è importante che questi ragazzi abbiano un posto dove poter essere accolti e avviati a dei percorsi terapeutici. Molto spesso sono ragazzi che hanno un’intelligenza preziosa, hanno dei vissuti difficili, con situazioni familiari molto complesse, quindi è importante accoglierli in un posto in cui possano fare una doccia, avere un pasto caldo, organizzare delle attività».

Una strada lunga, “in salita”, come dice Francesco Zavatteri, sulla quale sono stati compiuti i primi passi e che ancora non è finita.

di: Francesca LASI

FOTO: SHUTTERSTOCK