ANSA/TEATRO ALLA SCALA

Un mito immortale, una vita di fama e delusioni passata in giro per il mondo, dalla nascita a New York fino alla morte a Parigi. 100 anni fa nasceva Maria Callas

Una martire del III secolo torturata e uccisa con il fuoco perché, ostinata, non voleva rinunciare alla sua fede. È in Santa Barbara – oggi ricordata per i suoi numerosi patronati, tra cui, non a caso, i Vigili del Fuoco – che Maria Callas si riconosceva, tanto da indicare, con il favore di un’anagrafica incerta e la confusione della madre, il 4 dicembre come sua data di nascita, sebbene oggi sappiamo con certezza essere nata il 2 dicembre, esattamente 100 anni fa.

La vita di Maria Callas, battezzata Anna Maria Cecilia Sofia Kalos – contrazione del cognome greco Kalogeropoulou, poi diventato Callas – ha del leggendario sin dalla nascita, avvenuta al Flower Hospital di New York nel dicembre del 1923. Al di là delle forti incertezze sulla precisa data di nascita a causa del lapsus memoriae della madre Evangelia Dimitriadou (poi autrice del libro My daughter Maria Callas), ancora in lutto per la morte del figlio Vasili avvenuta poco prima del trasferimento della famiglia negli USA, a segnare il percorso della Divina sarebbero stati il rapporto precoce con la musica e un incidente stradale con conseguente stato di coma durato 22 giorni. Al suo risveglio, racconta la madre, Maria avrebbe iniziato a manifestare il suo “cattivo carattere” – quello che le causerà l’appellativo di “diva capricciosa” -, mentre già all’età di tre anni cantava arie d’opera e componeva le prime melodie al pianoforte.

La sua formazione musicale, iniziata a New York, proseguì al Conservatorio nazionale di Atene, dove Maria si trasferì nel 1937 con la madre e la sorella maggiore Iakinthi. Lì, sotto la guida della soprano Maria Trivella e della maestra di pianoforte Hevi Pana, ebbe modo di mostrare e sviluppare il suo incredibile talento e dare il via a una precoce carriera, con l’esordio il 2 aprile 1939 in Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni all’Olympia Theatre di Atene. Successivamente venne seguita dalla celebre soprano spagnola Elvira de Hidalgo, sviluppando la sua tecnica vocale, quella che negli anni successivi l’avrebbe resa famosa in tutto il mondo, e ampliando il suo repertorio. È così che tra il 1941 e il 1945, sempre ad Atene, interpreta Floria Tosca nella Tosca di Giacomo Puccini per poi tentare la fortuna, purtroppo senza successo, a New York. La svolta arriva nel 1947 quando approda in Italia dopo essere stata selezionata per interpretare la protagonista de La Gioconda di Amilcare Ponchielli per il Festival lirico areniano dell’Arena di Verona. È proprio in Italia che la Divina incontra due degli uomini più importanti della sua vita: il direttore d’orchestra Tullio Serafin, che diverrà suo maestro, e l’imprenditore appassionato di opera Giovanni Battista Meneghini, che – dopo il cosiddetto “patto dei 6 mesi” in cui mantenne Maria aiutandola nella sua carriera – divenne suo marito nel 1949. Dopo il debutto veronese, inoltre, assume in via definitiva il nome di Maria Callas.
In quegli anni la soprano vive la sua consacrazione fino all’inaugurazione della stagione lirica al Teatro alla Scala di Milano nel dicembre del 1951, con I vespri siciliani di Giuseppe Verdi, che dà il via alle tournée in giro per il mondo e apre alla Divina le porta della discografia. La “trasformazione di Callas”, fisica e artistica, conclusasi nel 1954, portano la soprano ad arricchire la sua interpretazione in senso coreografico aggiungendo alla voce, sempre più perfezionata, una recitazione fortemente espressionistica, fino all’apice raggiunto impersonando, oltre 60 volte tra il 1951 e il 1958, Violetta ne La Traviata di Giuseppe Verdi. Quello della Callas-Violetta è ricordato come uno dei rari casi di quasi totale identificazione tra personaggio e interprete, tanto che Luchino Visconti, che la considerava la più grande attrice allora vivente, dirà: «le Violette future saranno Violette-Maria. È fatale, in arte, quando qualcuno insegna qualcosa agli altri, alle altre. Maria ha insegnato».
La fine degli anni Cinquanta segna l’inizio del declino della Divina. Stanchezza, afonia e cedimento aprono un nuovo capitolo. Si conclude la “stagione italiana” di Callas: diminuiscono fino a cessare le scritture con i teatri italiani e nel 1959, 10 anni dopo le celebrazioni, finisce anche il matrimonio con Meneghini. Il divorzio da quello che nel frattempo era diventato anche il suo manager avviene al culmine dell’avvicinamento all’armatore greco Aristotele Onassis con cui la soprano avrà una travagliata relazione fino alla rottura definitiva alla fine degli anni Sessanta. Il 30 marzo del 1960 Maria mette al mondo il suo unico figlio, Omero, morto poco dopo la nascita. Abbandonati i palchi, tenta altre strade: nel 1969 debutta sullo schermo interpretando Medea diretto da Pier Paolo Pasolini; tra il 1971 e il 1972 tiene un ciclo di masterclasses alla Juilliard School di New York; nel 1973 dirige insieme a Giuseppe Di Stefano I vespri siciliani di Verdiper l’inaugurazione del Teatro Regio di Torino e per una tournée mondiale. Dopo l’ultima esibizione pubblica nel 1974, Maria, forse a causa della delusione per alcuni dissapori con Di Stefano, si ritira a vita privata non facendo più ritorno sulle scene, se non con la sua dipartita.

Anche la morte di Callas, come la sua vita, è stata infatti motivo di ricamo, tra leggenda e verità. La soprano è scomparsa il 16 settembre 1977 nel suo appartamento al 36 di Avenue George Mandel, Parigi, a causa – come confermò il referto medico – di un attacco cardiaco. Esclusa, nonostante il biglietto con le ultime parole di Callas (“Suicidio, in questi momenti tu sol mi resti” de La Gioconda di Ponchielli), l’ipotesi del suicidio, la teoria più accreditata per anni fu che l’artista morì di dolore, dolore per il declino della sua carriera e per il fallimento delle sue relazioni d’amore, soprattutto quella con Onassis. Solo numerosi anni dopo nella comunità scientifica si affacciò una ulteriore ipotesi, quella che Maria Callas fosse affetta da dermatomiosite, una malattia muscolare infiammatoria i cui sintomi includono debolezza muscolare e infiammazione dei muscoli faringei. La diagnosi spiegherebbe la causa della morte – i cortisonici e gli immunosoppressori usati per curare la patologia possono, alla lunga, creare una situazione di insufficienza cardiaca – ma anche e soprattutto il cedimento del registro vocale che l’artista aveva vissuto a partire dagli anni Sessanta fino al declino nel decennio successivo. Nello studio, condotto dai foniatri Franco Fussi e Nico Paolillo per l’Università di Bologna ormai oltre 10 anni fa, si indica il 2 gennaio 1958 come data chiave in cui i sintomi avrebbero iniziato a manifestarsi. In quell’occasione Maria si sarebbe dovuta esibire nella prima della Norma di Vincenzo Bellini al Teatro dell’Opera di Roma, alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Lo spettacolo venne interrotto, si disse, per un “capriccio della diva” ma decenni dopo la medicina ha spiegato l’episodio, attribuendolo piuttosto a un primo cedimento muscolare, causa di una voce non più limpida oltre alla difficoltà nel mantenere e controllare i registri vocali, problematiche che si sarebbero palesate con più prepotenza successivamente. Anche l’importante dimagrimento vissuto da Callas nel 1954, anch’esso parte di una narrazione romanzesca sulla sua persona, avrebbe contribuito a questo scenario: dopo un’infanzia e un’adolescenza “da paffutella”, come venne descritta, a metà degli anni Cinquanta la Divina perse oltre 30 chili in pochi mesi, assumendo la figura longilinea con cui ancora oggi viene ricordata. Si disse che avesse ingerito la Taenia solium, il famoso verme solitario, e lei non si preoccupò mai di rettificare. Una perdita di peso così rilevante, sostengono i medici, avrebbe comportato anche un minor sostegno all’apparato vocale, presumibilmente già attaccato dalla patologia. Callas avrebbe ricevuto la diagnosi della dermatomiosite nel 1975 dal medico Mario Giacovazzo, due anni prima di morire nella sua casa parigina. Anche in morte il mito Callas ha continuato a vivere nel mistero, dal “giallo” sui gioielli scomparsi fino alle ceneri sparse nel Mar Egeo, come la stessa Divina avrebbe chiesto di fare alla sua storica cameriera Bruna Lupoli: «fai spargere le mie ceneri nel mar Egeo. Abbraccerò il mio Aristo attraverso il mare», avrebbe detto riferendosi proprio ad Aristotele Onassis, morto nel marzo del 1975 e ancora amato, nonostante il dolore provato quando nel 1968 lui aveva sposato l’ex First Lady Jacqueline Kennedy.

Un destino ironicamente crudele quello di Maria Callas che proprio su uno dei palchi che più l’ha amata, quello italiano, interpretando uno dei suoi personaggi più identificativi, la Norma di Vincenzo Bellini, assiste il 2 gennaio del 1958 all’inizio del suo declino, personale e artistico. Chissà che avvicinandosi alla fine, come la Norma belliniana, sacerdotessa e veggente che rivolgeva la sua preghiera alla Luna nella celeberrima Casta Diva, anche lei, che quella cavatina ha contribuito a renderla immortale, non si sia rivolta al cielo per chiedere che venisse sparsa “in terra quella pace/ Che regnar tu fai nel ciel”.

FOTO: ANSA/TEATRO ALLA SCALA