A 150 anni dalla morte, il romanziere è ancora in grado di raccontare il presente come nessun’altro

“Ma noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati, ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile”.

Se la Storia è una “grande battaglia contro il tempo“, come descritta nell’Anonimo manoscritto che apre il capolavoro letterario I Promessi Sposi, possiamo arrischiarci a dire che si tratta di uno scontro che Alessandro Manzoni ha vinto. Sono passati 150 anni dalla morte dello scrittore lombardo eppure il suo lascito non è invecchiato di un giorno. Le sue opere raccontano ancora la società italiana con inquietante precisione e la sua visione, la sua poetica, trasmessa ai posteri a suon di citazioni di cui talvolta si abusa, è ancora un ottimo filtro per valutare la realtà e raccontare ciò che intorno al “reale” gravita.

Il 22 maggio del 1873 nella sua Milano, Manzoni esalava l’ultimo respiro. Era la fine di un’agonia iniziata diversi mesi prima, nel giorno dell’Epifania, quando uscendo dalla chiesa di San Fedele era scivolato sui gradini probabilmente a causa del ghiaccio e aveva battuto violentemente la testa. Era ormai molto vecchio: in marzo aveva compiuto 88 anni. Ed era stanco: per tutta la sua lunga vita aveva combattuto contro l’ipocondria, la depressione, moti d’ansia sanguinari quanto quelli che aveva visto consumarsi sulle strade delle città in cui aveva vissuto. La botta presa fu la causa della meningite che contrasse qualche settimana dopo e che lo condusse alla morte.

Anni dopo la scrittrice Natalia Ginzburg lo avrebbe descritto con queste parole: «conversava con visibile piacere: era arguto, raccontava mille cose, aveva una portentosa memoria». Un’immagine difficile da conciliare con quella di un uomo triste, tediato dalla sua fobia sociale, vittima del proprio subconscio e della propria testa, dono e dannazione al contempo. È stata forse proprio questa dicotomia intrinseca a dargli gli strumenti per trasformarsi in un caposaldo della letteratura italiana. Questa, unitamente alla sua capacità di raccontare il reale con gusto e ironia e, perché no, anche a una qualche forma di eredità genetica importante.

Alessandro Francesco Tommaso Manzoni nacque nel 1785 a Milano da Giulia Beccaria, figlia del giurista Cesare Beccaria, autore de Dei delitti e delle pene. La donna era sposata con Pietro Manzoni, esponente di una nobile casata di Lecco, che riconobbe il bambino: pare però che Alessandro non fosse affatto figlio suo. Il padre biologico era Giovanni Verri, amante di Giulia e fratello dei più celebri illuministi Alessandro e Pietro Verri. Beccaria e il marito non andavano d’accordo e si separarono quando Alessandro era piccolo: Giulia si trasferì a Parigi dove andò a vivere con il nuovo compagno, Carlo Imbonati; Alessandro rimase con il padre e dal 1791 studiò presso il collegio dei padri Somaschi a Merate, per poi passare nel 1796 a quello dei padri Barnabiti. Furono anni duri per il ragazzino: i preti gli impartirono una formazione rigida e severa, tanto che lui arrivò a proclamarsi ateo. Fu anche un periodo di grandi incontri, però: la giovane mente del Manzoni si trovò a interfacciarsi con personalità di spicco come Vincenzo Monti e Giuseppe Parini che influenzarono notevolmente il suo sviluppo letterario.

Quando compì 20 anni, lo scrittore si trasferì in Francia dalla madre. Imbonati morì prima che Manzoni potesse conoscerlo ma rimanere solo con lei rinsaldò un rapporto madre-figlio rimasto carente fino a quel momento. A Parigi Alessandro venne presentato all’élite intellettuale e subì tutta l’influenza dei fumi illuministi del periodo. Tre anni dopo il suo arrivo sposò con rito calvinista Enrichetta Blondel, da cui avrebbe avuto 10 figli e con cui sarebbe tornato a stare a Milano nel 1820. In questi anni spensierati scrisse le poesie che inaugurano la sua produzione letteraria e si cimentò in alcune tragedie, ma soprattutto cominciò a imbastire quella che sarebbe stata la sua opera monumentale, I promessi sposi: il primo romanzo storico italiano. Manzoni ci lavorò dal 1812 al 1842 quasi ininterrottamente, dandolo alle stampe in tre diverse edizioni. Aveva capito che per comprendere il presente era necessario studiare la storia nel modo più ampio e meticoloso possibile ma aveva intuito anche che per arrivare al popolo era necessario staccarsi dalla narrazione su sovrani e condottieri e concentrarsi sulla gente comune, “spina dorsale” di ogni popolo, fondamenta su cui si costruisce l’intero sistema di valori che sorregge una società. Per parlare del popolo al popolo, però, era fondamentale usare un linguaggio che fosse non appannaggio di pochi, ma comprensibile ai più. Per questo Manzoni operò la famosa “risciacquatura in Arno”: rimise mano all’opera “intingendola” idealmente nel fiume toscano perché si impregnasse dello stile e delle espressioni locali. Un’intuizione che lo ripagò, facendo di lui il padre del romanzo moderno ma anche della lingua italiana per come la conosciamo oggi.

La letteratura di Alessandro Manzoni è rigorosa, ma sempre vera e spontanea. Ne I promessi sposi l’autore riesce a trasferire su carta pensieri ed emozioni dei lettori come se potesse vederli, anche a 150 anni dalla morte, perché unisce al realismo storico un realismo di tipo più umano che, quand’anche romanzato, non perde di integrità nelle sue pulsioni più coinvolgenti. In altre parole: ci emozionano solo i personaggi che possiamo comprendere, i sentimenti che abbiamo vissuto, con i quali possiamo empatizzare. Manzoni lo aveva capito ed è stato questo il suo segreto: per conquistare la Storia e l’immortalità.

BOX – I luoghi dei Promessi Sposi

Alessandro Manzoni scriveva di ciò che sapeva e aveva la grande capacità di trasporre la realtà in un romanzo donandole tutta quella poesia che, senza il filtro della pagina scritta, è difficile intuire nella vita quotidiana. I Promessi Sposi si muovono in luoghi su cui lo stesso Manzoni ha posato gli occhi, attraversano strade che lui conosce perfettamente. E ancora oggi è possibile seguire l’itinerario manzoniano visitando i luoghi più iconici del suo capolavoro. A partire da Lecco, “quel ramo del Lago di Como” dove l’autore trascorse l’infanzia e l’adolescenza. Qui è possibile visitare il villaggio di pescatori di Pescarenico, sulla riva sinistra dell’Adda, dove il tempo pare essersi fermato: Lucia e la madre si imbarcarono proprio da qui e, nel punto in cui sfociava il torrente Bibione, esiste una targa dove si può leggere “L’Addio monti“, il passo dell’opera in cui Lucia saluta piangendo le sue adorate montagne. A Pescarenico esiste anche il Convento di Fra Cristoforo, cioè l’ex convento dei frati cappuccini, e la Chiesa dei Santi Materno e Lucia. Gli esperti presumono che Lucia abitasse nel quartiere di Olate: in Via Caldone, su un rustico con un portone ad arco, è affissa una targa con su scritto “presunta casa di Lucia Mondella“. Altra opzione è la casa sempre in stile rurale che sorge nel quartiere di Acquate (la targa recita “tradizionale casa di Lucia“). Da qui c’è una strada che sale fino alla Chiesa dei Santi Valente e Valeria, la cappella dove doveva essere celebrato il matrimonio di Renzo e Lucia. Superata la chiesa si può raggiungere con la stessa strada il promontorio dello Zucco e il Palazzotto di Don Rodrigo. Poco lontano c’è la Casa del Sarto, dove Lucia si rifugiò in seguito alla conversione dell’Innominato. Spostandosi a Monza è possibile visitare la Chiesa di San Maurizio, il monastero della Monaca di Monza; nel comune di Vercurago invece svetta il castello dell’Innominato e in Valsassina si può visitare Pasturo, paese d’origine della madre della protagonista, Agnese.