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Parigi non avendo colto i segnali che hanno portato alle proteste degli indipendentisti kanak cerca una pacificazione, ma a suon di ultimatum

Nelle ultime settimane, seppur con poco risalto mediatico occidentale, un’ondata di proteste sta scuotendo la Nuova Caledonia. Le agitazioni che interessano l’arcipelago in Oceania si ripercuotono a Parigi, dato che si parla di un territorio che dal 1853 si trova sotto il controllo francese e dal 1946 con lo status di “territorio d’oltremare francese”. Si tratta, insomma, di un’ex colonia che, seppur ancora sotto la sovranità francese, si amministra in modo semi-indipendente; al centro delle proteste vi è una riforma costituzionale che potrebbe portare a una significativa diminuzione del peso politico delle popolazioni indigene locali. A rendere più intricata la matassa è anche l’Azerbaijan che, secondo Parigi, avrebbe un ruolo nella guerriglia, anche se Baku rifiuta di gran lena le accuse. Ma andiamo con ordine.

La Nuova Caledonia

L’arcipelago della Nuova Caledonia si trova nell’Oceano Pacifico sudoccidentale, vicino all’Australia, comprende la Grande Terre, le Isole della Lealtà (Maré, Lifou, Ouvéa e Tiga), l’Isola dei Pini e le Isole Belep. Come anticipato l’arcipelago diviene un possedimento francese nel 1853, dopo essere stata conteso anche dal Regno Unito, e dal 1864 viene utilizzato come colonia penale per circa 40 anni. Nelle prigioni costruite vengono trattenuti anche i prigionieri politici del governo socialista e anarchico della Comune di Parigi del 1871, negli anni si susseguono alcune insurrezioni della popolazione locale che vengono represse duramente.

Nel 1946 la legge di dipartimentalizzazione trasforma in dipartimenti francesi le colonie di Guadalupa, Martinica, La Riunione e Guyana francese facendo applicare le leggi e i decreti in vigore nella Francia metropolitana anche in queste zone, con la costituzione dell’Unione francese dello stesso anno dalle colonie si passa ai “territori d’oltremare” che fanno parte della metropoli e dei dipartimenti d’oltremare della Repubblica francese, mentre i protettorati diventano Stati associati (molti dei quali diventano indipendenti). La Nuova Caledonia ottiene maggiore autonomia rispetto agli altri territori a partire dagli ultimi Accordi, mentre dagli anni ‘60 si avvia quella che in fretta diviene l’attività economica più rilevante dell’arcipelago: l’estrazione del nichel. Negli anni ‘80 si susseguono scontri molto violenti guidati dalla neonata coalizione di partiti indipendentisti kanak, il Fronte di liberazione kanako e socialista (FLNKS), con la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Fronte, il boicottaggio delle elezioni locali e le proteste violente si avvia, nel 1984, una guerra a bassa intensità che si protrae per quattro anni causando oltre 80 vittime. 

Nuova Caledonia. SHUTTERSTOCK

La pace giunge con gli Accordi di Matignon del 1988, convalidati con un referendum, segue poi l’Accordo di Nouméa e la Nuova Caledonia diviene una collettività d’oltremare con uno status speciale regolato da specifiche disposizioni della Costituzione; con il nuovo quadro politico si tenta di colmare il divario tra la popolazione locale, i kanak, e i molti francesi che nel corso degli anni hanno popolato il Paese. Nel 1999 con la legge organica relativa alla Nuova Caledonia si organizzano le istituzioni della collettività consentendo all’arcipelago di adottare le cosiddette “loi du pays” con valore quasi legislativo. Con gli Accordi degli anni ‘80 viene definito un percorso verso l’indipendenza e dal 2018 al 2021 si tengono i tre referendum a proposito dell’indipendenza, il voto è sempre stato a sfavore dell’indipendenza, seppur venga registrata nel corso degli anni una vittoria sempre più di misura: nelle votazioni del 2018 l’affluenza è stata dall’81% e ha votato contro l’indipendenza il 56% degli elettori, mentre nel 2020 l’affluenza è stata dell’85% e si è espresso a favore della Francia il 53%. Il quadro cambia nelle votazioni del 2021, quando la popolazione kanak chiede che il referendum venga rimandato per evitare il coincidere del voto con il periodo di lutto legato alla pandemia da Covid, richiesta che non viene accolta da Parigi e per questo gli indipendentisti non partecipano alla votazione, l’affluenza si ferma al 44% e il 96% dei voti è contrario all’indipendenza.

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Le motivazioni della protesta

Nel Paese la comunità kanak è ormai in minoranza (secondo i dati più recenti dell’Institut de la statistique et des études économiques de la Nouvelle-Calédonie gli indigeni rappresentano circa il 40% della popolazione), una buona fetta della popolazione è composta da immigrati francese, discendenti dei deportati francesi e una piccola minoranza est-asiatica, mentre poco meno del 10% della popolazione è composta da popolazione proveniente da altri Paesi insulari del Pacifico (in particolare dalle isole francofone del Sud Pacifico Wallis e Tahiti).

Le auto del negozio Renault/Dacia nei pressi dell’aeroporto di Nouméa incendiate durante le proteste, 13 Maggio 2024. EPA/BRUNO FAVRE

L’arcipelago, ricco di nichel (terzo produttore a livello globale) e in una zona di particolare interessa per la Francia (Cina e Stati Uniti da tempo stanno lavorando per consolidare la propria influenza nella regione), da anni sta vivendo una crisi industriale perché, nonostante la richiesta del metallo sia in crescita, i prezzi si sono abbassati (anche a causa della crescita produttiva indonesiana). Dagli anni 2000 le regioni settentrionali dell’isola principale hanno visto ridursi foreste e laghi per far spazio a un polo industriale in grado di ospitare migliaia diverse aziende che però, a causa del crollo del prezzo del nichel (nel 2023 ha toccato il -45%), si è ridotto con una diminuzione significativa dei posti di lavoro e la chiusura di diverse fabbriche. Tutto questo ha avuto un impatto importante sui kanak, molti impiegati in questo settore e già più poveri rispetto ad altre componenti della società. In questo quadro già complicato si inserisce l’annuncio della discussione della riforma costituzionale nel Parlamento francese che, ampliando il diritto di voto ai nuovi residenti nell’arcipelago, porterebbe alla diminuzione del peso delle popolazioni indigene nella politica locale.

La legge contestata

A far precipitare la situazione è stata dunque l’intenzione francese di modificare quanto sancito dell’Accordo di Nouméa nel 1998 che garantiva maggiore rappresentanza ai kanak, ma che negli ultimi anni è stato definito antidemocratico da Parigi, intenzionato a estendere il diritto di voto a chiunque abbia vissuto in Nuova Caledonia per almeno 10 anni, ampliando la platea di aventi diritto al voto di 25mila persone, per lo più francesi che si sono trasferiti nell’arcipelago. Nel 2007 l’allora presidente Jacques Chirac escluse dall’elettorato chiunque non risiedesse sull’isola da almeno dieci anni nel 1998, proprio in virtù dei precedenti accordi con gli esponenti kanak.

Le proteste, scoppiate lunedì 13 maggio, sono peggiorate il mercoledì seguente, quando la riforma costituzionale è stata approvata da entrambe le Camere del parlamento francese, per entrare in vigore la riforma ha però bisogno di un’ulteriore votazione. Il presidente francese Emmanuel Macron, che si è recato in Nuova Caledonia, ha prima cercato di rassicurare gli animi parlando di negoziati, ma ha immediatamente aggiunto che l’intesa debba essere raggiunta entro giugno o firmerà comunque la legge. 

Gli scontri che si sono verificati hanno provocato, per il momento, 7 vittime – oltre a più di 60 agenti di polizia feriti e più di 200 persone arrestate – e Macron ha invocato il “ritorno alla calma” mentre è stato dispiegato l’esercito (oltre alla polizia e alla gendarmeria), dichiarato lo stato di emergenza, istituito il coprifuoco a Nouméa e il primo ministro francese Gabriel Attal ha annunciato l’introduzione del blocco dell’utilizzo del social TikTok. Nel frattempo il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin ha definito il gruppo indipendentista kanak Coordinamento dell’Azione sul Campo (CCAT) un’organizzazione “mafiosa” formata da “delinquenti che compiono atti di violenza con l’obiettivo di uccidere agenti di polizia, gendarmi e forze dell’ordine”.

L’arrivo di Emmanuel Macron a Nouméa, 23 Maggio 2024. EPA/LUDOVIC MARIN

Darmanin ha inoltre attaccato l’Azerbaijan, sostenendo apertamente una complicità azera nelle proteste – principalmente per delle fotografie pubblicate online di alcuni manifestanti kanak con bandiere azere -, Baku ha smentito Parigi sostenendo di non aver alcun legame con i leader indipendentisti della Nuova Caledonia spiegando di avere solo rapporti di natura diplomatica con i partiti indipendentisti dell’arcipelago. Secondo alcuni analisti il governo dell’Azerbaijan si sarebbe avvicinato ai partiti indipendentisti dei territori d’oltremare francesi in risposta al sostegno di Parigi all’Armenia nella guerra per il controllo del Nagorno-Karabakh.

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La parola all’esperta

Ne abbiamo discusso con Anna Maria Paini, Professoressa di Antropologia culturale dell’Università di Verona, che si interessa da oltre 30 anni di Nuova Caledonia; dopo la laurea in Storia moderna all’Università di Bologna si è formata in antropologia negli USA – conseguendo un M.A. presso l’University of Oregon – e in Australia, ottenendo un PhD presso la Australian National University. Dal 1989 è impegnata in ricerche sul campo a Lifou (Isole della Lealtà, Kanaky Nuova Caledonia), interessandosi particolarmente di antropologia e storia coloniale del Pacifico, saperi locali e ‘innesti culturali’, forme di socialità, protagonismo e soggettività delle donne kanak, patrimonio culturale con un focus sui textiles.

Qual è la situazione attuale in Nuova Caledonia?

«In questo momento tutti stanno invitando alla calma e a porre fine alle varie forme di violenza, ci tengo a sottolineare, anche da parte kanak. Per comprendere ciò che ha reso incandescente la situazione bisogna fare un passo indietro; la Nuova Caledonia negli ultimi 35 anni è riuscita a creare un percorso di pace e di condivisione dove lo Stato, i governi che si sono succeduti, si facevano garanti del dialogo avviato fra le parti, arrivando agli Accordi di Matignon, successivamente a quello di Nouméa, che aveva una validità di 20 anni e prevedeva tre referendum. I primi due si sono svolti regolarmente nel 2018 e 2020, l’ultimo si è svolto nel 2021, a dicembre, ma gli indipendentisti avevano chiesto al governo centrale che fosse posticipato dopo le presidenziali francesi, perché in quel momento la Nuova Caledonia era in pieno lutto per il Covid – la pandemia ha toccato il Paese successivamente rispetto l’Europa – la richiesta non è stata accettata e gli indipendentisti non sono andati a votare. E tengo a sottolinearlo perché spesso si legge di un boicottaggio, mentre gli indipendentisti hanno sempre volutamente parlato di una non partecipazione. L’affluenza per questo è stata poco più del 43% e il sì ha stravinto, mentre negli altri due referendum l’affluenza è stata rispettivamente dell’81 e dell’85% e il margine di vittoria dei loyalistes (gli anti-indipendentisti) si era andato sempre più a restringere, quindi il terzo referendum era fondamentale. Tutto questo ha portato i kanak a non riconoscere l’esito di questa consultazione referendaria mentre da parte francese ha preso piede una narrazione unilaterale, basti pensare che il dossier della Nuova Caledonia è sempre stato gestito dal Primo ministro mentre negli ultimi anni è passato al ministro degli Interni, e mi sembra un passaggio significativo. È venuto meno quel ruolo di garante di imparzialità che c’era stato nei decenni precedenti e il governo francese si è schierato sempre di più sulle posizioni dei loyalistes, cioè di quella destra il cui obiettivo è rimanere con la Francia. Così, dopo il referendum, non si parla più in termini di processo di decolonizzazione, è come se il terzo referendum legittimasse una nuova narrazione che non considera la popolazione kanak come popolo indigeno, non riconoscendo quelle che sono le specificità locali, cosa che invece era stato fatto sino a quel momento. Un cambiamento radicale che si vede anche nelle modalità di tempistiche che chiede la Francia, a mo’ di ultimatum: dovete mettervi d’accordo e se entro quella data non avete raggiunto un accordo, allora interviene Parigi. In passato non era stato così, questa è un’imposizione con modi che diremmo autoritari. Il problema dunque è sia la mancanza di dialogo, sia la mancanza di ascolto».

Ha fatto discutere anche il possibile ruolo azero all’interno del movimento di protesta indipendentista, secondo Lei Baku ha un peso specifico in questi avvenimenti?

«Ovviamente non ho alcun documento in merito, posso però dire che nel Sud Pacifico il peso più significativo in questo momento è quello cinese, non quello azero. Da parte degli esponenti di Governo cercare di spostare l’attenzione sul coinvolgimento di altri soggetti a livello internazionale mi sembra un modo di spostare l’attenzione dal vero problema. Certo, al giorno d’oggi con Internet è possibile una certa commistione tra le varie cause, e assistiamo a interferenze straniere nella vita politica di altri Paesi, però fondamentalmente ritengo che sia una questione che deve essere compresa per quelle che sono le relazioni tra i kanak, gli indipendentisti, e Parigi. È innegabile che ci sia una grossa questione geopolitica che riguarda la crescente influenza cinese nel Pacifico, ma la situazione attuale è una tragedia annunciata perché ci sono state prese di posizione da parte politica, da parte dei kanak, degli indipendentisti, ma anche di reti di ricercatori e ricercatrici che a partire dal terzo referendum e dalla decisione di non rimandarlo hanno preso posizione dicendo molto chiaramente che si stesse giocando con il fuoco; ancora recentemente vari gruppi politici avevano fatto presente che la situazione fosse molto, molto tesa. Prima che la situazione precipitasse, nelle scorse settimane, c’erano state diverse manifestazioni pacifiche con un numero di partecipanti molto alto da entrambi gli schieramenti, il Paese era dunque radicalmente diviso in due e c’erano tutti i segnali perché la situazione precipitasse, segnali che non sono stati recepiti. Come dicevo, è venuto meno il ruolo imparziale del governo centrale. Tutto questo a lungo andare ha prodotto la situazione attuale, a cui va aggiunto anche che le disparità economiche presenti nel Paese sono andate aggravandosi nonostante tutti i meccanismi previsti dai due Accordi per cercare di colmare questo divario. Molti giovani kanak abbandonano il percorso scolastico e non hanno un lavoro, questo è un problema non di oggi, ma il governo di Parigi non ha lavorato a una politica che andasse nella direzione di sostenere la popolazione indigena».

Nel suo articolo parla proprio di questa disparità economica, anche a livello di quartieri…

«…È una cosa sconvolgente, ci sono quartieri molto ricchi e ci sono quartieri dove sono concentrati soprattutto kanak, ma anche altre componenti della popolazione, che vivono in situazioni precarie. In alcuni quartieri come ad esempio Anse Vata, quartiere dei grandi hotel e appartamenti di lusso, dove hanno sede anche istituzioni molto importanti, sembra non stia accadendo nulla, ho visto immagini di persone che facevano picnic sulla spiaggia, di negozi aperti, sembrava veramente di essere in una realtà diversa rispetto a quella trasmessa dalle immagini che ricevevo da altri quartieri della città».

Disordini vicino al centro commerciale Dumbea Mall a Dumbea-sur-Mer, 22 Maggio 2024. EPA/BRUNO FAVRE

Perché la Francia è così interessata a questa parte di mondo?

«L’interesse francese per la Nuova Caledonia – che, teniamo presente, è grande più o meno come il Veneto – si basa su tre questioni: il nichel (una delle maggiori riserve a livello mondiale), la geopolitica di cui abbiamo già parlato, e la zona economica esclusiva della Nuova Caledonia, che è immensa. E sappiamo bene l’importanza strategica di una così vasta zona economica marittima, basti pensare all’esplorazione e sfruttamento minerario dei fondali marini».

Secondo Lei verso quali scenari sta andando incontro la Nuova Caledonia, adesso?

«Intanto il discorso di Macron mi è sembrato piuttosto confuso, ha parlato di ordine pubblico, ha parlato di ricostruzione e poi ha parlato del percorso politico che si sarebbe intrapreso, ha proposto che si arrivi a un accordo globale tra tutte le parti in causa, poi questo verrà sottoposto a una votazione alla popolazione francese, ma senza specificare se con un altro referendum. Il presidente poi ha detto che il progetto di legge costituzionale appena approvato alla Camera per il momento non proseguirà il suo iter, però ha aggiunto che l’accordo fra indipendentisti e loyalistes dovrà arrivare entro il prossimo mese, quindi entro poche settimane. Si torna insomma a quella narrazione di cui parlavamo prima, quella tendenza a dare scadenze a breve, brevissimo termine, a imporre modalità occidentali senza tenere in considerazione le specificità del mondo kanak, senza cioè riconoscere la specificità della popolazione indigena».

Quali sono gli altri aspetti da considerare quando si parla della Nuova Caledonia?

«Parlando di Nuova Caledonia si parla molto di kanak, di loyalistes e di Governo francese, ma è importante sottolineare la presenza delle milizie bianche autorganizzate, di cui quasi nessuno scrive. I rappresentanti del Governo, quando ne hanno parlato, hanno ricondotto la questione a un atteggiamento di autodifesa, arrivando a giustificarlo, ma le milizie bianche non sono composte da qualche negoziante che protegge armato la propria attività. Dal 2011, quando è stata liberalizzata la vendita di armi e di munizioni, in Nuova Caledonia circolano moltissime armi, si sono formati dei veri e propri arsenali e ovviamente per acquistare armi sono necessari molti soldi, quindi si ritorna anche alla questione di disparità economica. Queste milizie, con molte armi, sono ingestibili e non rispondono a nessuno, essendo autorganizzate e incutono moltissima preoccupazione tra i kanak. All’interno di questa tensione sociale spesso si parla di razzismo, c’è chi sostiene che i kanak non sarebbero in grado di accettare la convivenza con altre comunità, ecco, se c’è un valore fondamentale per i kanak è quello dell’accoglienza e il riconoscimento della costruzione di un ‘destino comune’, messo in luce dal leader indipendentista, ucciso a fine anni ’80, Jean-Marie Tjibaou e ripreso nel Preambolo dell’Accordo di Nouméa. I kanak riconoscono il fatto di convivere con comunità di persone che sono in Nuova Caledonia da generazioni, per le ragioni più diverse – discendenti dei primi coloni liberi o dai lavoratori delle miniere, per esempio – e insieme sono ‘vittime della storia’ e insieme devono costruire l’avvenire del Paese. C’è quindi una radicata apertura e accoglienza nei confronti di chi arriva e rispetta il modo di vivere locale; una dimostrazione di quanto questa retorica sul razzismo sia infondata è accaduta pochi giorni fa sull’isola di Lifou dove la Parrocchia cattolica e la Parrocchia protestante, insieme, hanno invitato i circa 60 turisti presenti sull’isola, bloccati perché era stato chiuso l’aeroporto, a passare la domenica insieme, offrendo il pranzo e organizzando una serie di attività per tutta la giornata. E questo è solo uno degli esempi che potrei citare».

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di: Flavia DELL’ERTOLE

FOTO: SHUTTERSTOCK