Con il caso di “Marco” si apre il dibattitto intorno alla transgenitorialità anche in Italia
Ha fatto scalpore la storia di Marco (nome di fantasia) diffusa il 19 gennaio 2024 da La Repubblica. Marco, ragazzo romano, è nato in un corpo che non riconosceva come suo, così ha intrapreso il percorso di transizione: dopo l’iter psicologico sono arrivate le terapie ormonali per poi passare alla mastectomia. Anche per lo Stato Marco è diventato finalmente Marco, con la rettifica di attribuzione del sesso e il cambio di nome sui documenti. L’ultima tappa del percorso di affermazione di genere per Marco era la isterectomia, l’intervento per asportare l’utero. A questo punto di un percorso che in tanti e tante si trovano ad affrontare, una nuova difficoltà: Marco è incinta, al quinto mese.
Marco diviene così protagonista di una situazione rara e complessa, da un lato c’è Marco che vede il suo percorso di affermazione di genere subire una brusca interruzione quando sembrava ormai a uno degli ultimi step, dall’altro la salute di un bambino ancora non nato. Giulia Senofonte, endocrinologa esperta di percorsi di terapia per l’affermazione di genere, ha spiegato al quotidiano: «una volta scoperta la gravidanza la prima cosa da fare è sospendere immediatamente la terapia. Se l’interruzione della terapia non è stata immediata, possono esserci conseguenze soprattutto nel primo trimestre di gravidanza, momento delicato per l’organogenesi del nascituro. È difficile ragionare in astratto: dipende tutto dalla tempistica di sospensione e dal dosaggio di testosterone che la persona sta assumendo». Per Marco i rischi sono invece legati “alla combinazione di valori elevati di entrambi gli steroidi sessuali (testosterone ed estrogeni) con ripercussioni sulla salute generale ad esempio sullo stato coagulativo, l’ipertensione arteriosa e così via”. Aggiunge l’endocrinologa che “la terapia ormonale blocca il ciclo mestruale ma non è un contraccettivo. La persona può continuare ad ovulare e, di conseguenza, incorrere nel rischio di gravidanze. Chi si occupa di transizione di solito consiglia pillole contraccettive che si possono usare durante la terapia ormonale”. La salute del feto è determinante per la possibilità dell’aborto, l’interruzione volontaria di gravidanza infatti è possibile dopo i primi 90 giorni soltanto davanti a gravi malformazioni del feto o al pericolo di vita durante la gravidanza o durante il parto per chi lo porta in grembo.
La transgenitorialità
La psichiatra e psicoanalista consulente dell’ambulatorio di Disforia di Genere dell’università di Palermo, Matilde Vigneri, ha dichiarato: «ci troviamo di fronte a una nuova frontiera e non sarà facile comprenderla. Ma la transgenitorialità già esiste, in particolare negli Stati Uniti, dove i figli di maschi transgender sono ormai un discreto numero. Se la gravidanza di Marco andrà avanti, per la legge Marco si ritroverà ad essere madre biologica e padre legale insieme, madre perché partorirà un figlio, padre perché all’anagrafe ha ormai un’identità maschile. Sì, sarà uno choc, da noi sono ancora senza diritti le famiglie omogenitoriali, figuriamoci un bambino che nasce in una condizione così speciale. La situazione di Marco costringerà però l’Italia, ben oltre i paletti politici e giuridici, a confrontarsi anche con questa nuova forma di maternità». Aggiunge Vigneri che “la transgenitorialità è già presente in tutti i Paesi in cui la gestazione per altri è consentita. Per quanto sia ancora un fenomeno raro, esiste già un piccolo popolo di bambini figli di trans, della cui esistenza come esseri umani dobbiamo farci carico”. La psichiatra inoltre, alla domanda intorno alla possibile confusione nel caso il bambino nascesse spiega che sarà “una strada tutta in salita, senza dubbio. Lo pensavamo anche delle famiglie omogenitoriali, mentre oggi, invece, tutta la letteratura scientifica conferma che sono ragazze e ragazzi identici ai figli delle coppie eterosessuali. Stessa vita, stessi problemi e opportunità. Oggi la frontiera si sposta: è una rivoluzione antropologica, certo, ma sta accadendo e dunque dobbiamo accoglierla”. La realtà esposta da Vigneri è quella dei Seahorse dads (in italiano padri cavalluccio marino) un realtà al di fuori dell’Italia che da anni lotta per i propri diritti, le persone trans nate donne che hanno affrontato il percorso di affermazione di genere possono (spesso tramite specifiche procedure mediche) portare a termine una (o più) gravidanza. In Italia quella dei Seahorse dads non è un realtà perché la legge che regola la procreazione medicalmente assistita è tra le più restrittive in Europa e un uomo trans non ha diritto ad accedervi, le uniche coppie che possono intraprendere questo percorso sono cisgender, eterosessuali, sposate o conviventi, impossibilitate a fare figli naturalmente; oppure coppie composte da una donna cisgender e un uomo trans. Rimangono escluse le coppie omosessuali, le persone single e le coppie eterosessuali composte da un uomo cisgender e una donna transgender. In teoria una coppia eterosessuale composta da un uomo transgender e una donna transgender potrebbe accedere alla procreazione assistita, ma la gravidanz sarebbe portata avanti dall’uomo, fatto ancora mai accaduto in Italia e Marco potrebbe essere il primo uomo transgender a dare alla luce un figlio. O almeno il primo di cui si ha notizia. Come spiega Antonia Monopoli, attivista e responsabile dello Sportello Trans ALA Milano, la transgenitorialità “è ancora dibattuta in Italia, e poche persone si espongono per questi temi. Si tende ancora a perseguire gli stereotipi: ‘se sei un ragazzo trans, perché dovresti volere una gravidanza?’ si sente dire. Tanti ragazzi o uomini trans non ne parlano nemmeno, per evitare di essere additati”.
I limiti della procreazione trans
Sono numerosi i limiti che la comunità transgender si trova costretta a gestire in materia di procreazione. Intanto le terapie ormonali possono avere conseguenze sulle possibilità di avere figli, anche se negli Stati Uniti Trystan Reese, padre di tre bimbi che vive a Portland con il suo compagno, ha creato il portale online Trans Fertility, ha concepito suo figlio dopo 15 anni di assunzione di testosterone e, dopo aver raccolto numerose testimonianze di uomini trans convinti che il testosterone ne avrebbe compromesso la fertilità, ha deciso di diffondere informazioni sulla ricerca medica, che sta indicando il contrario.
In Italia spesso prima dell’inizio delle terapie alle persone viene proposte di conservare ovuli e spermatozoi così da potere, in futuro, tentare la via della procreazione assistita, ma quando una persona porta a termine l’iter burocratico per cambiare nome e genere sui documenti, perde la proprietà dei gameti che aveva conservato. Per questo cortocircuito le persone trans (che possono permetterselo) si rivolgono all’estero per la conservazione dei gameti. Fino al 2015, poi, in Italia la rettifica dei documenti avveniva solo dopo l’intervento chirurgico di riassegnazione, che di fatto rende sterili, quindi a moltissime persone transgender è stata negata la possibilità di avere figli.
Il percorso di affermazione di genere in Italia
In Italia modificare nome e sesso sull’atto di nascita è possibile seguendo quanto viene prescritto dalla Legge n.164 del 14 aprile 1982 “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”. La persona interessata al cambio deve rivolgersi al Tribunale per richiedere una sentenza che “attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali” (art. 1). La “sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso” (art. 4), appunto dal 2015 – dopo due pronunce della Corte di Cassazione (sentenza n.15138/2015) e della Corte Costituzionale (sentenza n. 221 del 21 ottobre 2015) – può essere ottenuta anche senza (o prima) che la persona si sottoponga a interventi chirurgici. La rettifica del sesso è accompagnata dalla modifica del nome, in modo da evitare divergenze sui registri anagrafici, quindi una volta ottenuta la sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso, viene richiesto all’ufficiale di stato civile di provvedere alla rettificazione nell’atto di nascita all’anagrafe. La norma stabilisce inoltre che non permanga alcuna traccia del sesso e del nome della persona che ha cambiato sesso, in modo da salvaguardarne la privacy.
Se il soggetto decide di intraprendere il percorso di affermazione di genere che prevede l’operazione chirurgica con il Sistema Sanitario Nazionale, deve possedere dei requisiti: maggiore età; 6 mesi di terapia presso uno psicoterapeuta; diagnosi di Disforia di Genere certificata, trattamento ormonale sotto supervisione di un endocrinologo e test pre-operatori e il consenso informato firmato. Anche i genitori di minorenni possono presentare ricorso e ottenere il via libera all’operazione per i figli minori, sono diversi i casi registrati negli ultimi anni.
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di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: SHUTTERSTOCK