Il binomio sceicchi e calcio parte da lontano, quando nel 2008 un membro della famiglia reale dell’Arabia Saudita acquistò il Manchester City. Ma ora la tattica è cambiata

Ben lontani dalle “notti magiche” degli Europei, ma soprattutto da quelle dei Mondiali, i tifosi azzurri, quest’estate, hanno ricevuto una doccia gelata. E dolorosa, nonostante il clima infuocato.

La notizia che il Commissario Tecnico della Nazionale Roberto Mancini stesse preparando le valige per Doha, con in tasca il contratto di nuovo allenatore dell’Arabia Saudita (per 30 milioni all’anno), ha scosso il Paese pallonaro come poche altre.

Sull’improvvisa (almeno per la tifoseria) decisione del CT sono stati scritti i cosiddetti fiumi di inchiostro e consumati diversi giga sui social media, ma, al netto dell’onda emotiva, le motivazioni che hanno spinto Mancini a lasciare l’Italia (e soprattutto la Figc) sono banali: un ingaggio umanamente irrinunciabile, un rapporto ormai teso e logoro con i vertici della Federazione e, non ultimo, un periodo difficile tra sconfitte sportive e lutti personali pesanti (la scomparsa del “gemello” Gianluca Vialli e di mister Siniša Mihajlović).

Il caso ha contribuito a svelare ulteriormente, se mai fosse stato necessario, la strategia dei Paesi arabi verso il calcio che conta: comprare, comprare, comprare. Ma ha anche sottolineato un cambiamento di tattica.

Gli investimenti arabi nel calcio sono iniziati diversi lustri fa, quando il gruppo dello sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, membro della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti, ha acquistato il Manchester City FC nel 2008, portando significativi investimenti e successo al club inglese. Il club più iconico di questo fenomeno è il Paris Saint-Germain (PSG), acquistato nel 2011 dal gruppo di investitori qatarioti QSI (Qatar Sports Investments). L’acquisizione del PSG ha portato a un notevole aumento degli investimenti nel club e alla firma di giocatori di calibro internazionale.

Ma la vera svolta è arrivata con l’assegnazione dell’organizzazione del Campionato mondiale di calcio per l’anno 2022. Nel dicembre 2010, il comitato esecutivo della FIFA ha infatti annunciato l’assegnazione della competizione iridata al Qatar, la prima in Medio oriente e nel mondo arabo. La decisione è stata controversa sin dall’inizio su molteplici aspetti. Alcuni membri del comitato esecutivo sono stati accusati di aver accettato tangenti in cambio del loro voto a favore del Qatar, dando il via a una serie di accuse di corruzione. Tra le altre questioni sollevate c’erano poi le condizioni di lavoro dei lavoratori migranti impiegati nella costruzione delle infrastrutture, le temperature estreme nel Paese durante l’estate, nonché in generale il tema del rispetto dei diritti umani. Senza dimenticare la collocazione temporale del Campionato in pieno inverno, cioè nel bel mezzo dei principali campionati di calcio nazionale. Alla fine, gli impianti, meravigliosi e futuristici, costruiti a tempo di record, hanno fatto da cornice alla vittoria dell’Argentina e le polemiche sui diritti umani sono state ben presto archiviate. Non ancora quelle sulle tangenti.

Prima di mister Mancini, sono approdati nei campionati arabi altri nomi eccellenti, a partire dal pluri Pallone d’oro Cristiano Ronaldo (230 milioni di euro). Lo hanno seguito, tra gli altri, Neymar da Silva Santos Júnior (47 milioni), Karim Benzema (parametro zero), Marcelo Brozovic (oltre 18 milioni).

Sul perché Roberto Mancini e questi quasi ex campioni abbiano accettato di trasferirsi in un Paese molto ricco ma assai poco prestigioso dal punto di vista calcistico è abbastanza chiaro; potrebbe restare un punto interrogativo sul perché gli sceicchi investano così tanto nel pallone.

L’Arabia Saudita è stata a lungo dipendente dalle entrate petrolifere come principale fonte di reddito. Questa dipendenza dalla produzione e dall’esportazione di petrolio rende l’economia vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi del petrolio. La diversificazione degli investimenti è un modo per ridurre questa dipendenza e creare una base economica più stabile e sostenibile. La diversificazione può rendere il Paese più attraente per gli investitori stranieri, contribuendo a espandere l’attività economica e a creare partnership internazionali.

Gli investimenti nel calcio, poi, sono anche una strategia per migliorare l’immagine internazionale dell’Arabia Saudita. Il calcio è uno sport globale molto seguito, e partecipare a eventi calcistici o possedere club di calcio famosi può contribuire a posizionare il Paese in modo più positivo agli occhi del mondo. Inoltre, sono parte di un più ampio sforzo per sviluppare l’industria del turismo e dell’intrattenimento nel Paese. Eventi calcistici e club attraenti possono attirare turisti e residenti locali a partecipare a esperienze di intrattenimento sportivo. Senza dimenticare il vivaio locale e soprattutto il grande coinvolgimento popolare che il pallone è in grado di mobilitare.

Sta funzionando la strategia araba? Sul piano sportivo sicuramente no: non basta un Ronaldo per fare una squadra e, anzi, sono frequenti le notizie sulle sue intemperanze in campo e in spogliatoio. Ben diverso, in prospettiva, l’arrivo di un professionista di lungo corso come il “Mancio”, che sicuramente può ben seminare. Migliori, invece, i risultati dal punto di vista della politica internazionale: non a caso Riad è in lizza (con Roma e la sudcoreana Busan) per un altro evento globale di rilievo, la prossima Expo 2030.