Nonostante nomi eccellenti e tanta buona volontà, la politica italiana è ancora orfana di un partito verde efficace e pervasivo, con la lotta per l’ambiente ormai appannaggio di eco-terroristi e professionisti di fuffa

Come ci insegna l’armocromia, esiste una tonalità di verde per tutte le stagioni cromatiche, in base alla proporzione di giallo e di blu che ne definiscono la temperatura e l’intensità. Allo stesso modo, sembra che esista un approccio ambientalista per ogni stagione anagrafica, lungo una linea sfumata che va dal più integerrimo entusiasmo giovanile al più compromissorio realismo della maturità. È così che sotto un unico grande cappello verde germogliano posizioni, metodi di lotta e soluzioni anche molto distanti. La lotta fra queste fazioni assorbe gran parte del dibattito ambientalista che, incapace di assumere una sua posizione indipendente, si riduce quasi sempre in uno slogan catch-all nella quarta pagina dei programmi elettorali, quella colorata in verde che trova l’appoggio di tutti ma che non è mai la priorità di nessuno.

Questo è stato sempre particolarmente vero in Italia, dove l’eterogeneità delle lotte ambientaliste trova un ulteriore motivo di rifrazione nell’eterno dualismo ideologico che sporca ogni cosa, pubblica e privata. Lo notava anche l’editorialista milanese Walter Marossi ricordando come fin dagli anni Ottanta, culla dell’ambientalismo politico, la battaglia del movimento si combatteva tra “filoni ‘prepolitici’ (protezionisti della natura, animalisti, pacifisti, boy scout, ecc.) e reduci da esperienze di sinistra extraparlamentare ‘rivoluzionaria’ che vedevano nell’ecologismo la forma nuova della sinistra”. Un primo schieramento più eterogeneo ha raccolto quanti, dal mondo cattolico ai moderati, volevano impegnarsi a riempire un vacuum nell’agenda politica. Una seconda falange, più radicata nella propria appartenenza politica, ha invece elevato la difesa dell’ambiente a una nuova lotta identitaria della sinistra, al pari di quella per il lavoro e gli emarginati. Estremismo e politicizzazione sono dunque le due zavorre alle caviglie dei Verdi italiani: la storia del partito, di cui varrà la pena ripercorrere brevemente le metamorfosi, si riassume infatti in uno stillicidio di risultati elettorali come minimo deludenti, adesioni a liste elettorali più o meno composite, soglie di sbarramento non superate e congressi nazionali indetti per segnare il passaggio da un segretario dimissionario a uno che si dimetterà. In nessuna tornata politica i Verdi hanno oltrepassato i cancelli ultraterreni del 3,5%, né ricchezza né in povertà (tradotto: no, la crisi economica e il “tirare la cinghia” su temi percepiti con meno impellenza non c’entrano). Fra colpe politiche (come quella di non riuscire a capitalizzare nemmeno il disastro nucleare di Fukushima nel 2011) e spazi mediatici ridotti, la vera sconfitta non è del partito, ma dell’Italia intera.

Tutto comincia a Finale Ligure nel 1986 quando per la prima volta liste e formazioni politiche ambientaliste ed ecologiste si riuniscono con uno statuto condiviso e un simbolo unico, il Sole che ride, già traslitterato da Marco Pannella e ripreso dai movimenti anti-nucleare. Il primo a traghettare la Federazione dei Verdi alle elezioni politiche è Gianni Mattioli, apprezzato fisico impegnato nella lotta contro il nucleare. Appena tre anni dopo il congresso di Finale, si va alle elezioni europee ed è già il momento della prima frammentazione: la Federazione e i Verdi Arcobaleno si presentano separatamente eleggendo cinque europarlamentari in totale. Non è che l’inizio della diaspora. L’anno successivo si stacca anche Maurizio Lupi che, criticando la radicalizzazione a sinistra, fonda i Verdi Verdi. Negli anni successivi le formazioni si mescolano e si dissolvono ancora: la Federazione si unisce agli Arcobaleno, mentre un’altra corrente di federalisti si divide. Tanti i nomi che militano nel composito universo verde: il fondatore di Legambiente Massimo Scalia, il marchese Carlo Ripa di Meana, Edo Ronchi, prima militante di Democrazia Proletaria e poi ministro, Luigi Manconi, anche noto come critico musicale con lo pseudonimo di Simone Dessì, il radicale Alfonso Pecorario Scanio, la leader del WWF Grazia Francescato, l’alpinista Reinhold Messner, il saggista e pacifista Alex Langer. E ancora i Verdi Altoatesini di Sepp Kusstatscher, i Verdi Europei di Monica Frassoni, gli Eco-Civici, le porte scorrevoli con Sinistra Ecologia e Libertà di Nichi Vendola e gli accorpamenti nei listoni elettorali troppo affollati per trovare uno spazio significativo nel dibattito pubblico (fatta eccezione che nel movimento No Tav) e, soprattutto, in Parlamento. Oggi il soggetto politico che rappresenta i Verdi nell’arco parlamentare è quello guidato da Angelo Bonelli, co-portavoce insieme all’ex pentastellata Eleonora Evi di Europa Verde, frutto di un più ampio cartello elettorale con Possibile, Green Italia e i Verdi del Sudtirolo e oggi nell’alleanza con Sinistra italiana di Nicola Fratoianni.

Nel frattempo, fra scismi e moltiplicazioni di cui ci pare di aver dato fin troppo conto, sono passati 30 anni dall’ingresso dell’ambientalismo nella politica italiana e le discussioni su alleanze e questioni di forma hanno assorbito tanto, troppo del dibattito interno al Partito (movimento, federazione, lista, associazione che dir si voglia). Concretamente, i risultati portati a casa dai Verdi in Italia non sono tantissimi. Ricordiamo soprattutto tanti quesiti referendari, di cui pochi ammissibili e ancora meno in grado di raggiungere il quorum. Il primo problema dei Verdi nostrani è, evidentemente, politico. Le istanze ambientaliste faticano a trovare una sintesi programmatica chiara e realistica, anche perché orfane di una leadership coerente e carismatica – guai a sottovalutare la dimensione mediatica e comunicativa di un soggetto politico. Le personalità di spicco, anche eccellenti, non mancano, ma si trovano più a loro agio nell’attivismo civico di associazioni indipendenti piuttosto che nei congressi a litigare di poltrone, potere e ideologie. Emblematico, a tal proposito, lo scontro sul dolentissimo nodo dell’Ilva di Taranto che spaccò in due gli ambientalisti italiani: da un lato il presidente della Regione Puglia Vendola, fondatore di SEL insieme a Fratoianni, dall’altro Bonelli (all’epoca dello scandalo candidato con Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia) che accusava apertamente il governatore non solo di negligenza, ma di aver addirittura compromesso la salute dei tarantini, ad esempio autorizzando nel 2011 l’Ilva ad aumentare la sua produzione nonostante le ricadute sull’ambiente. Volano gli stracci, si passa la patata bollente alla magistratura e nel frattempo è di nuovo pace fatta fra i Verdi: oggi il cartello Europa Verde/Sinistra Italiana si presenta come il “partito del cocomero”, verde fuori ma rosso dentro, per dirla con una vecchia espressione ripresa anche da Giulio Andreotti. «L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio»: con questo slogan Bonelli e Fratoianni seppelliscono l’ascia, dopo anni di aspre critiche. Una scelta inevitabile tanto politicamente (come superare altrimenti le soglie di sbarramento?) quanto idealmente: spacchettare la difesa dell’ambiente per interessi particolari significa non comprenderne davvero l’urgenza. Ricucito lo scisma fra i politici di professione, rimane però aperta la frattura con le nuove generazioni; precisamente, con Ultima generazione, nella scala armocromatica decisamente la più verde ma anche la più estrema che gioca tutta la sua battaglia politica su proteste teatrali e provocazioni. La battaglia è nobile, il mezzo è autoriferito, perché è di loro che si parla quando un attivista imbratta la facciata di Palazzo Vecchio a Firenze, mentre il problema rimane passivo in secondo piano e soluzioni concrete e realistiche non pervengono nemmeno al dibattito.

Il nocciolo della questione risiede nell’eterno dualismo manicheo che inquina ogni dibattito sull’ambientalismo e ci costringe a separare su due piatti diversi della bilancia lavoro e salute, economia e ambiente, vantaggi immediati e benessere futuro. Chi urla che non c’è più tempo ha forse ragione, ma non dice che stravolgere completamente il nostro sistema socio-economico sarebbe altrettanto letale. Senza per questo impantanarsi nella vaghezza di una millantata transizione ecologica, che non sarebbe né impossibile né rimandabile. Quello della concretezza è un problema importante: lo spiegava bene Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera inquadrando le debolezze dei Verdi italiani rispetto ai Grünen tedeschi, il partito ambientalista più radicato e influente d’Europa. Come lo sono diventato? Operando una separazione netta (una sola, però) fra “realisti” e “fondamentalisti”, lasciando la stesura di un programma concreto ai primi e la politica dei no ai secondi. Il tutto, all’interno di un quadro più ampio, con idee chiare su asset che non riguardano propriamente l’ambiente ma che contestualizzano coerentemente le politiche ambientaliste, dall’Europa alle alleanze internazionali, dal mercato del lavoro all’impresa. Un progetto che fa sembrare semplice la costruzione del Ponte sullo Stretto e che, ribaltando l’ordine degli addendi, si tradurrebbe in una nuova sinistra davvero ecologista, coerente nel suo sistema progressista e ambientalista e finalmente liberata dall’impellenza frenetica di dividersi su tutto. Su questo, conviene anticipare l’obiezione più frequente, ossia che l’ambientalismo non è né di destra dé di sinistra: e così sia. Le politiche attive, gli investimenti e le azioni concrete però hanno ancora una loro caratterizzazione ideologica e non è sbagliato ritenere che possano esistere più soluzioni ad uno stesso problema.

L’importante è che queste si dipanino in un confronto serio e aperto, innanzitutto nel solco già tracciato nell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile, in concertazione con gli altri Paesi europei ma senza la pretesa di livellare le specificità di ciascun territorio. Un modello da perseguire in tal senso potrebbe essere quello dei Verdi/ALE, l’eurogruppo che riunisce a Strasburgo i principali partiti ecologisti del Vecchio Continente e che, pur nella sua eterogeneità, porta avanti battaglie concrete e univoche, dal divieto di impiegare glifosato in agricoltura alla campagna Fix-It per promuovere trasparenza sui costi di riparazione dei dispositivi tecnologici, senza dimenticare battaglie sociali come lo stop ai tirocini non retribuiti o ai finanziamenti europei a regimi che violano sistematicamente i diritti umani. L’importante, insomma, è bandire le troppe ciance: fece discutere la vicenda che coinvolse la paladina dell’ecologismo Erin Brockovich, multata dalla polizia californiana per aver innaffiato troppo spesso le sue piante in un periodo di siccità. Dopo aver saldato il suo conto, l’attivista ha sostituito il suo giardino rigoglioso con un prato sintetico, barattando l’ossigeno emesso dalle piante con il risparmio idrico. La morale? Che la politicizzazione non sia sterile e ideologica, che l’estremismo degli scopi non sia un cappio per le soluzioni.