Il 3 novembre avrebbe compiuto 93 anni l’interprete che ha segnato il cinema italiano, tra il dramma e la commedia
Attrice iconica del cinema e del teatro italiano del secondo Novecento, ma anche sceneggiatrice, doppiatrice: Monica Vitti è stata questo e molto di più. E questa sembra solo un’altra frase banale, ma riassumere una personalità come quella di Vitti non è semplice. Eclettica, capace di passare da interpretazioni drammatiche e dolenti, come quelle del cinema esistenziale di Michelangelo Antonioni, ai ruoli frizzanti della commedia all’italiana, Maria Luisa “Marisa” Ceciarelli il 3 novembre avrebbe compiuto 93 anni. Se ne è andata due anni e mezzo fa, il 2 febbraio 2022, dopo una lunga malattia.
Più di 20 anni prima si era allontanata dalle scene, quelle scene che aveva iniziato a calcare a 14 anni, quando aveva incontrato il teatro. Nel 1953 si diploma all’Accademia nazionale d’arte drammatica, allora diretta da Silvio D’Amico. Già sui palchi teatrali mostra la sua poliedricità, le sue sfumature, recitando prima nei classici di Shakespeare, Molière, Euripide, poi nelle commedie di Sergio Tofano, che intuisce la sua vis comica. E le consiglia di scegliere un nome d’arte. L’attrice, allora, opta per “Monica”, scelto ascoltando la radio, e “Vitti”, dal cognome della madre Adele Vittiglia, che pare non fosse d’accordo con la scelta di dedicarsi alla recitazione. Monica Vitti arriva lentamente al cinema, con alcuni ruoli che qualcuno definirebbe “piccoli” (e qualcun altro obietterebbe, dicendo che non esistono “ruoli piccoli”) in Ridere! Ridere! Ridere! di Edoardo Anton (1954) e Adriana Lecouvreur di Guido Salvini (1955). Nello stesso periodo si avvicina al doppiaggio: quella stessa voce roca, così insolita, all’epoca, per il grande schermo, diventa strumento e segno distintivo. Negli anni doppia film di Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini e anche la versione italiana di Senti chi parla adesso! (1993).
Ma nel 1957 succede qualcosa: incontra Michelangelo Antonioni, che la sceglie per doppiare l’attrice Dorian Gray nel suo film Il grido. Con il regista, Vitti inizia un sodalizio artistico e sentimentale, che cambia il cinema italiano. È proprio Monica Vitti la protagonista della Trilogia dell’incomunicabilità di Antonioni: interpretaClaudia ne L’avventura (1960), Valentina in La notte (1961), Vittoria in L’eclisse (1962). Le pellicole raccontano, in modo diverso, l’alienazione, le tensioni e le difficoltà delle relazioni umane, lo smarrimento, la noia, il distacco, il vuoto – fisico e non – dove il paesaggio si fa riflesso e veicolo dell’interiorità dei personaggi, a volte perdendo la sua umanità, a volte diventando “non-luogo”. C’è, poi, Il deserto rosso (1964), primo film a colori di Antonioni, in cui Monica Vitti interpreta Giuliana, che pronuncia una delle battute più celebri e travisate del cinema italiano: «Mi fanno male i capelli». La frase completa è: «Mi fanno male i capelli, gli occhi, la bocca, la gola…Vedi che sto tremando?»ed è il modo in cui Giuliana cerca di trovare le parole per dare forma al proprio dolore. In queste pellicole, che rappresentano una pagina fondamentale del patrimonio cinematografico italiano, Vitti incarna la cupezza, la mutevolezza del carattere umano, ma anche la sua tenerezza, malinconica e straziante. «Ma io non rappresento niente. Io sono la rappresentazione. Ma sì, è tutto mescolato: la vita, i personaggi… Allora voi direte che è tutto falso. No, è tutto vero. Specialmente i personaggi. Certo, perché per me rappresentare è vivere di più, è aggiungere, idealizzare, trasfigurare. Aggiungere emozione alle emozioni, passione alle passioni. Insomma, per me dove finisce la rappresentazione finisce la realtà»,diceva lei.
Rappresentazione che è tragedia e commedia. E, infatti, in Monica Vitti c’è tanto altro. C’è l’ironia, la vivacità, la verve comica. Aspetti con cui segna la commedia all’italiana, della quale viene consacrata come protagonista con La ragazza con la pistola (1968) di Mario Monicelli. Qui interpreta Assunta Patané, che dalla Sicilia parte alla volta del Regno Unito per trovare l’uomo che l’ha “disonorata”, come si dice, ed è poi fuggito per evitare il matrimonio riparatore. Con Assunta Patané e Monica Vitti i personaggi femminili rovesciano gli stereotipi, acquistano uno spessore che prima era stato loro negato, non sono più l’oggetto dello sguardo maschile (almeno qui, almeno in parte). In una celebre intervista del 1971, alla domanda di Enzo Biagi «Perché si batte per il femminismo?», l’attrice romana risponde «Perché forse è ora». Quella de La ragazza con la pistola è una storia di emancipazione femminile, tra il grottesco e la parodia, seppur a tratti caricaturale per certi aspetti, che si staglia nel nuovo scenario aperto dal Sessantotto. Lo stesso anno in cui Monica Vitti si dimette da Presidente della Giuria del Festival di Cannes in solidarietà ai contestatori.

Sono anni, questi, che segnano un passaggio nel suo percorso di attrice, l’attraversamento di una nuova soglia, che la porta a legarsi a ruoli brillanti. I primi contatti con la commedia risalgono, in realtà, all’inizio degli anni Sessanta, uno su tutti la satira fantascientifica di Tinto Brass Il disco volante (1964), nella quale recita per la prima volta accanto ad Alberto Sordi, con il quale condividerà molti set, come Amore mio aiutami (1969), Polvere di stelle (1973), Io so che tu sai che io so (1982), solo per citarne alcuni. Monica Vitti diventa, così, la mattatrice della commedia all’italiana e, si dice, “riesce a tenere testa” ai protagonisti maschili del cinema, come Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Marcello Mastroianni. Come se per una donna il confronto con gli uomini fosse obbligato, come se dovesse “fare come loro”, e non fare come vuole lei.
Ma l’attrice segue la sua strada, che la porta anche a prendere parte a produzioni internazionali come Modesty Blaise (1966) di Joseph Losey, La donna scarlatta di Jean Valère (1969) e Il fantasma della libertà di Luis Buñuel (1974).Ma i film iconici sono tanti:Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970) di Ettore Scola,Ninì Tirabusciò. La donna che inventò la mossa (1970) di Marcello Fondato,La Tosca (1973) di Luigi Magni,L’anatra all’arancia (1975)di Luciano Salce,Mimì Bluette…fiore del mio giardino (1976)di Carlo Di Palma,Il tango della gelosia (1981) di Steno, ma sarebbe difficile riportarli tutti.
C’è anche la televisione nella vita di Monica Vitti, prima con la partecipazione al varietà Milleluci insieme a Raffaella Carrà e Mina, poi con la commedia Il cilindro (1978) di Eduardo De Filippo.Nel 1986 scrive la sceneggiatura di Francesca è mia – di cui è anche protagonista – per la regia di Roberto Russo, suo futuro marito,mentre nel 1990 scrive, dirige e interpreta Scandalo segreto. Ha anche raccontato di sénelle autobiografie Sette sottane (1995) e Il letto è una rosa (1995).Anche se, proprio in quest’ultimo libro scrive: «La mia vita, però, non la so raccontare, perché appena la guardo per farla diventare parole, si nasconde».Negli anni le sue apparizioni pubbliche si fanno sempre più rare, fino a quando decide di ritirarsi a vita privata: si mostra per l’ultima volta in pubblico nel 2002.
Monica Vitti di premi ne ha vinti tanti, quattro David di Donatello come Miglior Attrice Protagonista (più altri riconoscimenti), tre Nastri d’Argento, un Orso d’argento alla Berlinale, il Leone d’Oro alla Carriera al Festival del Cinema di Venezia nel 1995. Ma un’attrice, un attore, non è mai la somma dei premi vinti o di quelli non vinti. Monica Vitti, sfuggente e solida, a noi che abbiamo guardato e dall’esterno, sembra aver costruito se stessa con quel tipo di umorismo che allaccia l’inquietudine alla smania di vivere. «Il segreto della mia comicità? La ribellione di fronte all’angoscia, alla tristezza e alla malinconia della vita», diceva lei.
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