Dall’Europa alla questione mediorientale passando per l’AI: lo sdoganatore della destra si conferma il progressista dei conservatori italiani

Gianfranco Fini, classe ‘53, ha iniziato a fare politica, giovanissimo, nel Fronte della Gioventù, quando essere “fascista” era pericoloso. Fisicamente. Nel 1983 venne eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati. Rieletto nel 1987, Giorgio Almirante lo candidò pubblicamente come suo successore alla segreteria del Movimento Sociale Italiano. Da quel momento, la carriera politica dell’emiliano è legata a doppio filo all’evoluzione della destra italiana, fino alla conquista di Palazzo Chigi con Giorgia Meloni, a cui non ha direttamente partecipato ma di cui può essere considerato l’artefice ideologico.

La prima domanda è banale, ma non scontata. Come sta?
«Bene, grazie. Risposta lapidaria, semplicissima».

Lei, nel febbraio del 2002, venne nominato rappresentante del Governo italiano alla Convenzione europea, per la stesura della bozza di Costituzione europea. E nel 2003 scrisse: “l’Europa che verrà. Il destino del Continente e il ruolo dell’Italia”. Cosa ne pensa del documento sul futuro della competitività europea, recentemente presentato da Mario Draghi?
«Personalmente lo condivido. Come ha scritto Draghi, l’Unione Europea è a un bivio: o cambia o rischia di regredire. Questo per tante ragioni, ovviamente. Ne dico una, che mi sembra la più rilevante: quando, nel 2005, gli elettori francesi e olandesi con il referendum bocciarono il testo che era stato faticosamente redatto, la UE si è fermata. L’unico modo attraverso il quale si giunge a una decisione è il cosiddetto metodo intergovernativo: se tra i 27 non c’è l’unanimità, non si prende la decisione. È chiaro che questo ha comportato un fortissimo rallentamento e, quando si giunge a votazioni unanimi, è su documenti “sbiaditi”, non sempre accompagnati da indicazioni di misure cogenti. Quando poi c’è un Paese, come l’Ungheria, che non nasconde la propria posizione, a proposito del conflitto russo-ucraino, è evidente che l’Unione Europea suona il campanello d’allarme».

La presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen e l’ex presidente della BCE Mario Draghi alla presentazione del Rapporto Il futuro della competitività europea, settembre 2024

Nonostante i consensi, il documento di Draghi è stato anche definito un “libro dei sogni”.
«Il “libro dei sogni” è una definizione giornalistica, uno slogan, una semplificazione. Tuttavia, c’è la necessità di arrivare ad un debito comune, come è accaduto con la pandemia, che ha rappresentato forse l’unico scatto in avanti dell’Unione Europea negli ultimi anni, imposto da un’emergenza senza precedenti. L’ipotesi del debito comune viene fortemente avversata dai cosiddetti “Paesi frugali”, che hanno dei bilanci statali in cui molto spesso il rapporto deficit/PIL non è minimamente paragonabile a quello di tanti altri, Italia e Francia in primis, o addirittura con un saldo attivo. È giusto da un punto di vista di ottica nazionale, ma è altrettanto vero che se si continua a valutare l’interesse nazionale come prevalente, in assoluto il processo di ulteriore integrazione è già fermo. C’è anche qui un po’ di memoria. Il Trattato di Maastricht, da cui poi prese avvio la fase che portò alla nascita dell’Euro, prevedeva anche due passaggi successivi non definiti nel tempo, cioè condivisione di sovranità sulla politica fiscale ed economica e non si è fatto nulla. Come si disse, è un tavolino a tre gambe che ne ha una sola: non sta in piedi. Draghi ha parlato di regressione, poteva usare un’espressione ancora più netta: c’è chi ha detto che l’Europa rischia di implodere. È una realtà».

E poi ci sono le guerre. Quelle vere.
«Non solo all’interno del Continente europeo, ma anche a ridosso del medesimo, perché il Medio Oriente altro non è che il fronte Sud dell’Unione Europea. Se vuole avere un ruolo da protagonista in una politica che è sempre più globale, non può rinunciare non solo ad una politica estera quanto più condivisa possibile, ma ad una politica di difesa. E anche qui tante buone dichiarazioni, siamo ancora se non all’anno zero, all’anno uno. Dopo decenni, la politica estera europea c’è timidamente, e solo adesso, per quel che riguarda il confronto russo-ucraino, ma già sulla vicenda israelo-palestinese è meno netta una politica estera comune. Al di là delle sacrosante, dico sacrosante, dichiarazioni di principio circa le responsabilità, cioè di Putin e di Hamas, come ha ribadito il Governo Meloni. Mi soffermo un attimo sulla vicenda israelo-palestinese: il conflitto è antico e ha avuto diverse fasi. Sommessamente, metto in evidenza che c’è una componente estremista, molto più sul versante arabo-musulmano che in quello ebraico-israeliano. Oggi, rispetto al recente passato, Israele rimane l’unica democrazia di tutta quell’area. Si può giudicare Benjamin Netanyahu come lo si vuole, ma quando vanno in piazza per decine di giorni, centomila cittadini, è una democrazia. Vanno in piazza per protestare, non per applaudire il capo».

Lei sta seguendo da anni queste dinamiche…
«Il mondo musulmano è una galassia. In una situazione così complessa, tutti sono (anch’io) convinti che il popolo palestinese abbia il diritto di avere uno Stato, ma tantissimi governi musulmani non accetteranno mai l’invito che fa Khamenei che, nel nome dell’Islam, si prendano le armi e si distrugga il Sionismo e l’Occidente alleato. Non si può superficialmente parlare di un conflitto tra civiltà: c’è un confronto, che può essere conflittuale, tra due diversi modi di vedere il mondo, di concepire la vita, ma qui andiamo in un campo che non è per fortuna di politica estera, di politica militare. L’Europa deve vigilare su vari fronti, su tutti questi aspetti. Lo fa con le varie sensibilità, perché è chiaro che ci sono diverse sensibilità al riguardo».

Presidente di Alleanza Nazionale fino al 2008, quando ne promosse lo scioglimento in nuovo partito di centrodestra (fondato poi con il nome di Il Popolo della Libertà), con la vittoria delle elezioni nell’aprile del 2008, Gianfranco Fini venne eletto Presidente della Camera dei deputati, carica che mantenne fino al 2013. Era già stato ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio dei ministri

Come si collocano queste tensioni in Europa, in cui vivono e lavorano milioni di immigrati musulmani? Anche in Italia, ovviamente.
«È chiaro che il problema dell’integrazione dobbiamo porcelo e siamo un po’ in ritardo al riguardo. Altri Paesi questo problema lo hanno già avuto. Francia e Regno Unito sono ex imperi coloniali. Sempre andando a grandi linee, i due modelli di integrazione, il multiculturalismo dal lato british e l’assimilazionismo francese, danno segnali di crisi. L’Italia dovrebbe ragionare sul come, non dico, presuntuosamente, di dar vita a un terzo modello di integrazione, ma almeno come porsi il problema, non solo nel controllo delle frontiere. Ci sono due aspetti altrettanto importanti: uno è quello che, per comunità di linguaggio, chiamo il Piano Mattei, validissima intuizione di Meloni che non a caso ha determinato un forte interesse in ambito europeo, e l’altra questione è l’integrazione. Cosa significa integrare? L’integrazione non è solo il rispetto formale delle regole – fermati col rosso, paga le tasse, non buttare la carta per terra – l’integrazione è accettare e quindi riconoscere i valori fondanti della società in cui sei andato, in cui ci sono i tuoi figli. Ma, in Italia forse più che altrove, il dibattito è sempre sulla superficie, conta di più una battuta che un ragionamento».

E i risultati si vedono: l’Occidente non è più idealizzato.
«La Cina oggi è la più grande potenza del mondo. C’è la pena di morte, c’è il partito unico, non ci sono le elezioni, non ci sono i partiti. È vero che la Cina è un “continente”, non ha mai vissuto in 2.000 o più anni un giorno di democrazia, ma ha investito, in buona parte degli Stati africani, in ponti, ferrovie, scuole, strade, infrastrutture. Le miniere di cosiddette terre rare sono in gran parte di società cinesi. La Cina garantisce, con i fondi sovrani, buona parte del debito pubblico statunitense. È chiaro che non sentirà mai da Xi Jinping e dai suoi successori l’elogio dell’Occidente, del valore della cultura occidentale, e men che meno dai musulmani. Invece l’Occidente ha come battaglia culturale la cancellazione dei propri valori: questo ne fa un “fuscello al vento”».

Come vede il futuro?
«Oswald Spengler, già nel ‘22, scrisse sul tramonto dell’Occidente: io credo che ci siamo arrivati. Nonostante tutto cerco di rimanere ottimista, provando a ridare ai giovani la passione per l’impegno civile, che può significare impegno politico, ma anche volontariato, farsi carico delle esigenze altrui».

È nel Fronte della Gioventù – organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano – che nel 1992 inizia la carriera politica di Giorgia Meloni, sotto la segreteria di Fini. Crediti: ANSA/CLAUDIO PERI

E anche dell’ambiente, no?
«L’ambiente è l’altra grande questione. Non parliamo di inquinamento, ma di avvelenamento del globo. Ormai è innegabile che ci sono dei fenomeni, non solo meteorologici, di portata devastante, che derivano dal fatto che l’uomo, e, ahimè, si tratta in particolare dell’uomo occidentale, ha pensato che il globo fosse res nullius, che fosse uno dei tanti oggetti che poteva essere a piacimento sfruttato, devastato e quant’altro. E, anche qui, siamo in ritardo rispetto ai solenni impegni, persino delle Nazioni Unite, che sono diventate davvero un palazzo di vetro. Un palazzo di vetro nel senso che sarà pure trasparente, ma non conta quasi più nulla. Abbiamo cominciato con l’Unione Europea. Come potranno mai cambiare le regole dell’ONU con un consiglio di sicurezza in cui ci sono cinque Paesi che hanno il diritto di veto permanente? E si dà il caso che una di queste sia la Russia e un’altra sia la Cina: due dittature, diverse, ma due dittature. La consunzione potenziale del globo, io non la vedrò, avendo superato i 70 anni. Come non vedrò quello che porterà l’intelligenza artificiale, che non ha limiti potenziali di crescita e di applicazione, con tutte le conseguenze che ciò può comportare. Conseguenze che, oggi, si possono immaginare, auspicare o demonizzare. Ma nessuno può sapere esattamente di che cosa si tratta».

Fini è l’uomo che ha “sdoganato” la destra dal ghetto del post fascismo, con Silvio Berlusconi prima e con gli elettori poi. E, come si legge nelle cronache politiche degli ultimi 40 anni, non l’ha fatto (solo) per opportunità e ambizione politica, ma per un pensiero, spesso sorprendente, più vicino ai progressisti che ai conservatori. E un po’ di “nostalgia canaglia” per protagonisti della politica italiana di questo spessore c’è.

FOTO: Crediti: ANSA/ANGELO CARCONI