Un approfondimento della professoressa Angela Gadducci
di: Angela GADDUCCI
Il 9 aprile u.s. è iniziato l’iter parlamentare della Proposta di Legge n.645 recante “Misure di prevenzione da atti di vandalismo” presentato il 5 aprile 2023 su iniziativa del deputato Lisei (FdI). Per quanti distruggano, disperdano, deteriorino, imbrattino o usino illecitamente beni culturali o paesaggistici rendendoli “in tutto o in parte” inservibili, incompatibili “con il loro carattere storico o artistico” o pregiudicandone la conservazione, sono previste pene detentive da sei mesi a tre anni e, nei casi meno gravi, pene pecuniarie di migliaia di euro destinate al Ministero della Cultura affinchè vengano impiegate per il “ripristino dei beni“.
La proposta normativa è stata concepita per contrastare gli atti vandalici contro opere d’arte o luoghi storici, come quelli commessi ultimamente da militanti ecoambientalisti: il 17 marzo 2023 è stata imbrattata di vernice arancione la facciata di Palazzo Vecchio a Firenze sotto gli occhi del Sindaco che per puro caso si trovava nei pressi e aveva assistito al raid, mentre il 1° aprile è stato versato del liquido nero nelle acque della fontana della “Barcaccia”, il capolavoro di Pietro e Gianlorenzo Bernini in piazza di Spagna a Roma, già oggetto nel 2015 di un altro atto riprovevole (bottiglie e spazzatura gettati nella fontana) da parte di tifosi olandesi in occasione della partita Roma-Feyenoord.
Per entrambi i guasti, il gesto è stato rivendicato dagli ambientalisti radicali di Ultima Generazione per protestare contro il collasso climatico. E’ toccato anche a Papa Wojtyla: il 2 aprile 2023, in occasione dell’anniversario della sua morte, è stato profanato il monumento eretto in sua memoria a Lodz in Polonia: è stato imbrattato con vernice rossa e gialla, mentre la scritta “Maxima Culpa” dipinta sul piedistallo farebbe riferimento al titolo del libro recentemente pubblicato da un corrispondente olandese in Polonia, secondo il quale Wojtyla, quando era cardinale di Cracovia, avrebbe protetto i preti della sua diocesi incolpati di episodi di pedofilia.
Svariate forme vandaliche si sono avvicendate nella storia dell’umanità permeando un’ampia quota della nostra arte. Vale forse la pena ricordare le martellate inferte nel 1972 ad una mano e al volto della Madonna nella Pietà di Michelangelo esposta nella Basilica di San Pietro in Vaticano e quelle che nel 1993 danneggiarono al Museo di Nimes Le Fountain di Duchamp. Tra i vandalismi degli ultimi anni sono poi da ricordare la zuppa di pomodoro che due attiviste di Just Stop Oil nell’ottobre 2022 lanciarono sui Girasoli di Van Gogh alla National Gallery di Londra e il purè sui Covoni di Monet nel 2018 al Museo Barberini di Potsdam per mano di attivisti di Last Generation. Poco prima, nel luglio 2022, si erano verificati altri due significativi atti vandalici: per ciò che riguarda la Primavera di Botticelli esposta agli Uffizi di Firenze, alcuni militanti ambientalisti incollarono le mani al vetro che protegge la tela, mentre per la scultura di Boccioni Forme Uniche della Continuità nello Spazio esposta al Museo del Novecento di Milano, i membri del collettivo Ultima Generazione, anch’essi sostenitori ecologisti, si incollarono letteralmente all’opera d’arte. Ma tutto ebbe inizio ancor prima, nel maggio 2022, con la panna di una torta scagliata contro il vetro della Gioconda di Leonardo da Vinci al Louvre di Parigi, sempre in nome della difesa ambientale.
Il fenomeno del vandalismo richiama alla memoria lo storico movimento iconoclasta: per quanto si tratti di modalità distruttive differenti, i confini tra i due termini sono talmente labili da essere suscettibili di osmosi.
Il termine iconoclastia, utilizzato ogni qualvolta la storia ci consegni la distruzione di opere d’arte a testimonianza del passato, riconduce a quel movimento religioso sorto nell’Impero bizantino che tra il 726 e l’848 d.C. bandì il culto delle immagini sacre procedendo alla loro rimozione e distruzione. Ben note sono le due ondate iconoclaste che si scatenarono, rispettivamente, nel 726 su ordine dell’imperatore Leone III Isaurico e nell’813 nella Bisanzio di Leone V l’Armeno, come altrettanto nota è la disputa sulla dottrina delle immagini sacre ad opera della Riforma Protestante, nel 16° secolo: ogni volta che si è verificata una rivoluzione, abbiamo assistito ad una sorta di pratica di liberazione catartica consistente nella distruzione di tutti quei simboli che rappresentavano ciò che si voleva contrastare.
Agli esordi del terzo millennio ebbe inizio una nuova fase di attacchi distruttivi al patrimonio artistico-culturale dell’umanità, successivamente condannati dall’UNESCO perchè riconosciuti come crimini di guerra. Questa volta furono i Talebani ad essere protagonisti di una violenta campagna iconoclasta che, iniziata nel 2001 con l’abbattimento delle due colossali statue di Buddha scolpite nella roccia tra il 3° e il 5° secolo nella valle di Bamiyan in Afghanistan, proseguì nel 2015 con la devastazione a colpi di mazza degli oggetti sacri conservati nelle sale del Museo di Mosul in Iraq, con l’esplosione del tempio di Bel nell’area archeologica della siriana Palmyra e con la demolizione dei resti dell’antica città assira di Ninive, nella periferia di Mosul.
In tempi più recenti un’importante ondata iconoclasta si è verificata nel 2020 a seguito dell’uccisione (25 maggio 2020) dell’afroamericano George Floyd per mano di un agente della polizia di Minneapolis (Minnesota): le proteste antirazziste sorte spontaneamente in ogni città, da parte di attivisti, comunità indigene e afroamericane che già da tempo invocavano la rimozione dal suolo pubblico di alcune controverse figure del passato e simboli associati a schiavismo e colonialismo, sfociarono nell’abbattimento a Bristol della statua in bronzo dedicata al filantropo e commerciante di schiavi africani Edward Colston. Anche in altre città degli Stati Uniti vennero prese d’assalto -imbrattandole, danneggiandole o, addirittura, abbattendole- statue raffiguranti Generali confederati considerati soggetti colonialisti e imperialisti. Persino la statua dell’esploratore Cristoforo Colombo fu presa di mira a Minneapolis. Ma le proteste non si fermarono sul suolo statunitense: il movimento si estese a macchia d’olio anche in terra europea. A tal proposito, meritano di essere ricordati il caso del Belgio, dove l’ira iconoclasta si riversò sui monumenti commemorativi dedicati al re Leopoldo II responsabile di una cruenta politica coloniale in Africa, e il caso dell’Inghilterra, dove a Londra venne oltraggiato il monumento dedicato a Winston Churchill, primo ministro conservatore britannico ed eroe della Seconda Guerra Mondiale, alla cui base comparve la scritta: “Era un razzista”. E’ toccato anche alla statua di Jefferson Davis, il primo e unico Presidente degli Stati confederati d’America, che fu abbattuta a Richmond (Virginia) e a quella di George Washington, primo Presidente degli Stati Uniti, che fu abbattuta e poi bruciata a Portland (Oregon). Un cappio si è stretto intorno alla figura di Abramo Lincoln, 16° presidente degli Stati Uniti, a Washington; stessa sorte al monumento equestre di Theodore Roosevelt, 26° presidente degli Stati Uniti, a New York City, e alla statua di Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV e autore del Code Noir, a Parigi. Schegge di rabbia investirono anche l’italiano Italo Balbo la cui popolarità in America risale al successo della crociera aerea transatlantica avvenuta nel 1933.
Anche la statua di Indro Montanelli a Milano, nei giardini a lui intitolati, è stata ripetutamente imbrattata: un primo tentativo di danneggiamento risale al 2012, quando sotto al cappello venne ritrovato un finto ordigno; nel 2019 un gruppo di femministe coprì la statua di vernice rosa; nel 2020 un fiume di vernice rossa venne fatto colare sulla testa, sul busto e sugli arti del giornalista, accompagnato dalla scritta “Razzista stupratore” in relazione al periodo trascorso come sottotenente in Abissinia; nel 2021 la statua è stata invece decorata con i simboli di falce e martello.
Queste proteste e azioni scellerate, che non sono certamente riconducibili a singoli episodi di irragionevole violenza o ignoranza, sono addirittura antecedenti rispetto all’uccisione di Floyd: il disegno iconoclasta prese l’avvio già nel 2017 quando sulle sorti dei monumenti si levò un dibattito così vivace e un’indignazione tale da sollecitare i nazionalisti bianchi a scendere in piazza a Charlottesville (Virginia) contro la proposta di rimozione delle statue. Il contrattacco, finito in tragedia (19 feriti e un’uccisione) condusse alla eliminazione di memoriali dedicati agli Stati confederati d’America e di figure centrali della storia americana: le statue dedicate a Generali e leader sudisti, a commercianti e proprietari di schiavi, simboli del suprematismo bianco, del colonialismo, della visione imperialista.
Certo è che l’abbattimento di una statua non può cancellare automaticamente il potere evocativo del ricordo legato alla persona raffigurata nell’immagine, né implicare una soluzione al problema del razzismo, e neppure tornare indietro nel tempo per ridefinire le intenzioni dell’uomo. Tanto meno riportare in vita George Floyd. Anzi, gli iconoclasti si rendono complici di una pericolosa azione censoria tesa ad annullare la storia: sostenendo la cultura della ‘cancellazione’, la pratica iconoclasta finisce per dipingerli come ‘attentatori’ e ‘nemici’ del patrimonio artistico-culturale dell’umanità, incapaci di apprezzarne lo storico valore simbolico.
Gli iconoclasti di ieri e quelli di oggi, nati in un mondo globalizzato dove l’immagine conta più della parola, condividono la convinzione che le immagini che essi intendono irrefrenabilmente rimuovere sono state prodotte ed esibite al pubblico per esortare quell’istintiva e diretta emozione suscitata dalla loro forza evocatrice tesa alla conservazione nella memoria di certi dati storico-culturali: atteggiamento, questo, tipico di ogni totalitarismo che pretenderebbe l’annientamento delle ‘infedeli’ testimonianze del passato attaccando dalle fondamenta quanto sia stato creato da civiltà antecedenti la propria.
Diverso il discorso sul vandalismo. Mentre in passato si configurava come un atto di violenza cieca e gratuita, frutto esclusivo di barbarie e ignoranza, spesso ascrivibile a singole personalità, quello odierno non è un vandalismo occasionale, non è attribuibile ad azioni dettate da disprezzo e chiusura, né risulta il prodotto della percezione alterata di uno squilibrato, ma scaturisce da una motivazione collettiva, sorretta da solide argomentazioni seppur discutibili nella forma della loro esplicitazione. I ‘cancellatori’ di oggi non hanno smanie imperialiste, non si propongono di distruggere con violenza indiscriminata ciò che prendono di mira, né intendono impossessarsi di tesori artistici: vogliono semplicemente scuotere le coscienze e attirare su di sé l’attenzione per essere ascoltati. Provocando danneggiamenti come strumento di lotta contro riscontrate o presunte inadempienze, autoritarismi o corruzione e muovendo dall’idea che nessuno può restare insensibile o indifferente di fronte a certe dissacrazioni, invocano visibilità. E le opere d’arte, grazie alla loro staticità, costituiscono facili bersagli per chi intende danneggiarle come azione di protesta: non potendo fuggire, si consegnano arrendevoli alla violenza degli aggressori convinti di potersi ammantare di un alone di rilievo e considerazione semplicemente offuscando lo splendore che illumina opere-simbolo dell’umanità e della partecipazione democratica.
FOTO: ANSA/TINO ROMANO