Per dirla con le parole di Felice Gimondi, che ha caratterizzato un’era del ciclismo, per il Giro d’Italia 2023 non resta che “pedalare” in cerca di una nuova stagione d’oro

L’Italia propriamente detta esisteva solo da poche decine di anni, una monarchia parlamentare impegnata nel tentativo di diventare un Paese industrializzato al pari dei vicini europei mentre le profonde divisioni che attraversavano i suoi territori chiedevano il conto. A unire lo Stivale ci avrebbe pensato una bicicletta (simbolo della classe operaia) e la passione che, forse da allora o forse da sempre, gli italiani condividevano per lo sport.

Come tutte le cose migliori, il Giro d’Italia nasce un po’ per caso, tra convenienza e scopiazzatura. Il 5 agosto del 1908 il giornalista della Gazzetta dello Sport Tullio Morgagni scrisse un telegramma urgente al direttore Eugenio Camillo Costamagna: l’allora trisettimanale sportivo rischiava di farsi soffiare dal Corriere della Sera l’idea di una gara ciclistica a tappe che prendesse le mosse, da un lato, dal già noto Tour de France (la prima edizione, risalente al 1903, ha origine dal cosiddetto “affare Dreyfus”, a provare che la politica muove il mondo, così come gli scandali) e, dall’altro, dal Giro d’Italia automobilistico lanciato dallo stesso Corriere ma non altrettanto fortunato. Alla fine la gazzetta rosa – che quel colore così caratteristico l’aveva adottato già dal 2 giugno del 1899, mentre la maglia rosa arriverà solo nel 1931 – l’ebbe vinta e il 24 agosto del 1908 annunciò in prima pagina il via alla competizione. La prima edizione ebbe inizio alle 2.53 del 13 maggio 1909 da Piazzale Loreto, a Milano: 2.447 chilometri in 8 tappe complessive, tre alla settimana fino al 30 maggio, vinte da Luigi Ganna.

Da allora il Giro d’Italia ha scritto e riscritto la sua storia (ma non il suo organizzatore, ai tempi odierni RCS Sport che fa capo a RCS MediaGroup di cui fa parte la Gazzetta dello Sport) e, insieme, la storia delle competizioni sportive, ciclistiche in primis. Oggi rientra nella categoria dei “grandi giri”, di cui fanno parte anche il già citato Tour de France e la Vuelta a España, che fa il paio con le corse più antiche e prestigiose, dette “classiche monumento” (Milano-Sanremo, Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro di Lombardia). Escluse le parentesi delle due Guerre Mondiali, il Giro non ha mai perso un anno, neanche nel 2020, annus horribilis della pandemia, che lo ha visto rinviato da maggio a ottobre. A spingerlo e sostenerlo c’è sicuramente (ma non solo) la già nominata passione italiana per lo sport, e il ciclismo in particolare, terzo sport più praticato e quinto più seguito nel Belpaese, soprattutto da uomini tra i 34 e i 55 anni nel primo caso e over 55 nel secondo.

L’appuntamento annuale con la “Corsa rosa”, dunque, è diventato negli anni un rito quasi irrinunciabile. Nella scorsa edizione, quella del 2022, il Giro è andato in scena dal 6 al 29 maggio con partenza da Budapest, in Ungheria, e arrivo all’Arena di Verona: in mezzo 21 tappe e 3.449,6 chilometri con un dislivello complessivo di 50.580 metri, due crono, 6 tappe per i velocisti e cinque arrivi in salita. Sul podio, dei 149 ciclisti su 176 arrivati alla fine, sono saliti l’australiano Jai Hindley, l’ecuadoriano Richard Carapaz (tra i ciclisti più pagati al mondo con un contratto annuale di 2,2 milioni di euro) e lo spagnolo Mikel Landa. A rendere il Giro d’Italia una delle corse a tappe più prestigiose e importanti è sicuramente il seguito (e la sua capacità di generare un indotto economico che si aggira intorno ai 70 milioni di euro a edizione). Secondo le stime, infatti, ogni anno circa 8 milioni di spettatori decidono di assistere fisicamente al passaggio dei corridori (di questi l’11% sarebbero stranieri), mentre altri 700 milioni di persone da 194 Paesi diversi guardano le tappe in trasmissione diretta.

Si tratta di numeri importanti, sì, che tuttavia nel 2022, con la 105esima edizione, hanno confermato un trend ormai sotto gli occhi di tutti da anni: i telespettatori diminuiscono e, soprattutto, invecchiano. Lo scorso anno, infatti, il numero medio di telespettatori per tappa è stato di 1,3 milioni, in calo del 19% rispetto al 2018 e al 2019. Il pubblico del “Giro in diretta” è calato del 12% mentre il “Giro all’arrivo” ha registrato una flessione del 16,7%. I telespettatori complessivi, inoltre, avevano un’età media di 67,3 anni (contro i 65,4 anni nel 2019 e i 64,6 anni nel 2018). Un dettaglio, quest’ultimo, che a ben vedere non lascia davvero sorpresi, soprattutto alla luce dell’età di chi, come illustrato prima, pratica e segue il ciclismo. Le motivazioni per cui gli appassionati del Giro sono, per dirla alla “politicamente corretta”, âgées sono per lo più di carattere storico. In un’Italia, quella del 1909, che era ancora più frammentata che unita, la corsa ha rappresentato un modo per far conoscere il Paese a tutti, tramite le cronache giornalistiche delle tappe, ma soprattutto tramite i partecipanti, per lo più provenienti da classi sociali povere, che nell’immaginario collettivo divennero eroi nazionali. Dopo il primo vincitore, Luigi Ganna, manovale e muratore prima che ciclista professionista, emersero da subito altri personaggi, come Giovanni Gerbi, Costante Girardengo, Learco Guerra e Alfredo Binda. Con l’avvento della radio il Giro attirò ancora di più l’affezione della popolazione e dopo la Seconda Guerra Mondiale divenne un’occasione di rinascita e ripresa nazionale. È proprio tra gli anni Quaranta e Cinquanta, mentre la Repubblica muoveva i suoi primi passi, che il Giro d’Italia visse una delle sue stagioni più belle (eguagliando in popolarità il Tour de France), caratterizzata da una rivalità destinata a passare alla Storia: quella tra Fausto Coppi e Gino Bartali. I due campioni (vinsero rispettivamente cinque e tre edizioni della Corsa rosa – Coppi è ancora oggi il ciclista più giovane ad aver vinto il Giro, a soli 20 anni – e due a testa del tour francese) incarnarono in quei due decenni le polarizzazioni in primis politiche del Paese, divenendo Coppi il volto delle ispirazioni socialiste e Bartali l’eroe democristiano, e al tempo stesso misero in scena una rivalità eroica, quasi a mascherare, in realtà, un rapporto amichevole, fino al celebre scatto che li vide passarsi una borraccia d’acqua sulla salita polverosa del Col du Télégraphe durante il Tour de France 1952. Fino alla morte di Coppi, avvenuta il 2 gennaio 1960, che mise fine a un’era.

Qualche anno dopo una nuova coppia di rivali sembrò farsi strada nell’ormai viscerale attaccamento degli italiani al duo CoppiBartali, una nuova stagione di gloria del ciclismo italiano che venne tuttavia stroncata sul nascere dallo scandalo del doping. Nel 1965 Felice Gimondi, la “Nuvola Rossa” come lo soprannominò il giornalista Gianni Brera, vinse il Tour de France, battendo il belga Eddy Merckx, detto “il cannibale” (ai due Enrico Ruggeri dedicherà nel 2000 il brano Gimondi e il cannibale). Pochi anni dopo, nel 1968, quando a vincere il Giro d’Italia fu proprio Merckx, Gimondi comparve in una lista di 10 corridori risultati positivi ai test antidoping. Il campione ammise in seguito di aver assunto della fencamfamina, uno stimolante allora non proibito commercializzato con il nome di Reactivan, e venne reintegrato, ma l’anno successivo toccò al Cannibale finire al centro del ciclone per essere risultato positivo ai test, un risultato che, come si difese lui stesso appoggiato dalla stampa italiana e straniera, era frutto di un complotto ordito a sue spese. Dopo un tira e molla tra autorità, Merckx venne riammesso alle gare, giusto in tempo per il Tour de France, che dominò, e la sua carriera proseguì mentre l’ombra del doping continuava ad adombrare il ciclismo.

Non fu altrettanto fortunato un altro ciclista, l’ultimo eroe nazional-popolare della bicicletta prima che l’arrivo del nuovo millennio portasse il nuovo Giro, quello fatto di sponsor, multimedialità e social network, nelle case degli italiani. Nel 1999 Marco Pantani, per tutti “il Pirata” per via della bandana indossata al posto del cappellino, siede sulla cresta dell’onda: l’anno precedente ha segnato la doppietta, vincendo sia il Giro che il Tour (solo altri 6 atleti ci sono riusciti prima di lui, dopo nessuno), dopo ben due incidenti da cui si è ripreso tornando sempre in sella. Affronta la nuova edizione della Corsa rosa con grinta, tanto da arrivare alle ultime tappe in testa alla classifica generale. Il 5 giugno, poco prima dell’inizio della 21esima e penultima tappa tra Madonna di Campiglio e Aprica, i controlli antidoping, ormai diventati consuetudine, danno un esito funesto: la concentrazione di globuli rossi nel sangue di Pantani supera di quasi il 2% il limite consentito del 50%. Per il Pirata è l’inizio della fine: morirà il 14 febbraio del 2004 nella stanza di un albergo di Rimini, secondo la giustizia italiana a causa di un mix letale di cocaina e psicofarmaci, dopo essere caduto in depressione, schiacciato dal clamore mediatico e dal fallimento di un tentato ritorno alle corse che non si addiceva più alla sua forma fisica. Le circostanze intorno alla sua esclusione dal Giro del ‘99 – poi attribuita al volere della Camorra – e alla sua morte sono ancora oggi un capitolo aperto, mentre lo scalatore scriveva alla madre: «a Campiglio la Madonna non c’era quel giorno e ho pagato un prezzo che il mio ben che duro carattere non sopporta».

Il ciclismo italiano non si è mai ripreso da quella ferita, mentre il Paese sviluppava forse la pretesa di essere ormai “uno”, ma la speranza di un nuovo capitolo di gloria è sempre viva. Cosa aspettarsi dunque dalla 106esima edizione del Giro d’Italia? Il via scatterà il prossimo 6 maggio con la prima tappa, la cronometro abruzzese di 18,4 chilometri tra Fossacesia Marina e Ortona, sulla Costa dei Trabocchi. Nelle 20 tappe successive vedremo altre due cronometro, 8 tappe per velocisti e 7 arrivi in salita, prima del gran finale, il 28 maggio, ai Fori Imperiali di Roma che per la quinta volta nella storia della competizione sarà la “finish town”. In totale i corridori percorreranno 3.489,2 chilometri con 51.400 metri di dislivello e affronteranno sfide non da poco: tra le tappe più attese ci sono la quarta fino a Lago Laceno in Irpinia e la settima con arrivo sul Gran Sasso, il primo “tappone” alpino (termine usato per definire una “grande tappa”, ovvero un percorso che attraversa più passi di montagna, lungo più di 200 chilometri, con molti passaggi sopra i 2.000 metri di altezza sul livello del mare) da Borgofranco di Ivrea alla svizzera Crans Montana, unica tappa estera, e le ultime tre tappe prima della Capitale, rispettivamente la Oderzo-Val di Zoldo, la Longarone-Tre Cime di Lavaredo e la crono Tarvisio-Monte Lussari.

Per la presentazione ufficiale delle squadre, in programma a Pescara, bisognerà attendere il 5 maggio, ma alcune conferme sono già arrivate, così come i nomi dei primi favoriti. Quel che salta all’occhio, tuttavia, è che, a parte qualche nome sparso, gli italiani che aspirano alla vittoria sono ben pochi. Tra il giovane belga Remco Evenepoel (Soudal Quick-Step), lo sloveno Primož Roglič e l’olandese Wilco Kelderman (Jumbo-Visma), l’inglese Geraint Thomas el’olandese Thymen Arensman (Ineos Grenadiers), il portoghese João Almeida (UAE Team Emirates), il francese David Gaudu (Groupama-FDJ), i tempi di Vincenzo Nibali, soprannominato “Lo Squalo dello Stretto” con due vittorie del Giro d’Italia (2013 e 2016), una del Tour de France (2014) e una della Vuelta (2010), sembrano lontani. Fa eccezione qualche possibilità su Damiano Caruso (secondo classificato nel 2021) che potrebbe, tuttavia, non capitanare la squadra della Bahrain Victorious, e su Filippo Ganna (Ineos Grenadiers), detentore del record dell’ora su pista con 56,792 chilometri in 60 minuti al Tissot Velodrome di Grenchen, che potrebbe ambire alla maglia rosa nelle cronometro. Ecco dunque che forse proprio la mancanza di un campione sia da ascrivere tra le cause più influenti sul calo di popolarità del Giro d’Italia. Nella storia della Corsa e non solo, nulla è stato più in grado di avvicinare le persone ai giornali, alla radio, alla televisione, per le strade quanto un nome, un volto, una voce. E alla luce dell’Italia di oggi è innegabile che il Paese abbia ancora bisogno di un eroe “nostrano” che ridia nuova linfa unificatrice a un evento sportivo che dopo più di un secolo di vita ha ancora molto da dare. Perché, come il suo Trofeo senza fine, quello per il Giro in rosa è un “amore infinito”.