Claudia Pinelli ricorda la madre: “una vita per la verità e la giustizia: era il suo contributo per una società civile”. La storia di Licia Rognini, dagli anni più bui della Repubblica ad oggi

È morta a 96 anni a Milano Licia Rognini, la vedova dell’anarchico Giuseppe “Pino” Pinelli , accusato ingiustamente della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre ‘69, e deceduto cadendo da una finestra della questura meneghina, tre giorni dopo. 

«Mia madre ha passato una vita perché ci fosse una verità, una giustizia – spiega la figlia Claudia Pinelli -. Quello che lei ha intrapreso non l’ha fatto solo per PIno e per sé stessa: era il suo contributo a una società più civile. Ed è importante continuare a crederci e a insistere: una piccola goccia d’acqua ma resistente. Questo ha portato avanti Licia e la nostra famiglia. Nulla è inutile. Non ho avuto giustizia nelle aule di tribunale, ma, come aveva detto il giornalista Piero Scaramucci, “giustizia è che tutti sappiano la verità”».

I fatti

La vicenda di Pinelli è una delle più tragiche e controverse della storia italiana contemporanea, strettamente collegata alla strage di Piazza Fontana, che segnò l’inizio degli anni di piombo.

Il salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana dopo l’attentato – ANSA

Il 12 dicembre 1969, una bomba esplose all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, provocando la morte di 17 persone e il ferimento di altre 88. L’attentato fu un evento sconvolgente e segnò un punto di svolta nella storia italiana: le indagini iniziali si concentrarono subito sull’area anarchica milanese, e diversi sospetti furono arrestati.

Pinelli, un ferroviere anarchico milanese, venne fermato e portato in questura come persona informata sui fatti, in quanto figura di riferimento del circolo anarchico “Sacco e Vanzetti” a Milano. Non era formalmente accusato di nulla, ma era conosciuto alle forze dell’ordine per il suo impegno in campo anarchico e per la sua opposizione alla violenza politica.

Fu trattenuto in questura per tre giorni, nonostante il limite massimo di fermo fosse 48 ore. La notte del 15 dicembre 1969, intorno alla mezzanotte, avvenne la tragedia: precipitò dalla finestra dell’ufficio al quarto piano della questura, morendo poco dopo per le ferite riportate. La dinamica dei fatti risultò fin da subito molto oscura.

Sopralluogo sul luogo della tragedia – ANSA

«La pista anarchica era stata suggerita dagli uomini dell’Ufficio affari riservati, guidata da Federico Umberto D’Amato, dal cosiddetto Ufficio stragi – ricorda la giornalista d’inchiesta Raffaella Fanelli – . Oggi sappiamo che D’Amato è stato uno dei mandanti della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 80. Quella falsa pista portò poi ad interrogare Pinelli e, forse, a defenestrarlo. Sicuramente non fu un malore attivo, come scrisse il giudice Gerardo D’Ambrosio: quell’uomo fu probabilmente spinto».

La versione ufficiale fornita dalla polizia sostenne inizialmente che Pinelli si fosse “suicidato” lanciandosi dalla finestra, in preda a una crisi di colpa, poiché convinto che il compagno anarchico Pietro Valpreda (anch’egli sospettato) fosse il responsabile della strage. Tuttavia, questa spiegazione sollevò immediatamente molti dubbi, poiché il ferroviere non era stato formalmente accusato di nulla, e gli amici e la moglie respinsero con forza l’ipotesi del suicidio, descrivendolo come una persona equilibrata e pacifica.

Nelle successive settimane, emersero numerose incongruenze nelle testimonianze dei poliziotti presenti. Il commissario Luigi Calabresi, presente quella notte, affermò che Pinelli si era sentito male, perdendo l’equilibrio e cadendo accidentalmente. Successivamente, si fece strada anche l’ipotesi del “malore attivo”, una versione che risultò anch’essa poco credibile, tranne che al giudice D’Ambrosio.

«Vito Panessa, che era uno dei carabinieri presenti in quell’ufficio, dice di aver afferrato Pinelli per cercare di salvarlo mentre stava precipitando, tanto che disse che gli rimase in mano una sua scarpa. Peccato però che sul cadavere c’erano entrambe», dettaglia Fanelli

La morte dell’anarchico suscitò un’enorme ondata di indignazione nell’opinione pubblica italiana e alimentò il clima di sospetto verso le forze dell’ordine e le istituzioni. Molti cominciarono a vedere la morte di Pinelli come parte di una più ampia strategia di repressione politica. Dopo mesi di polemiche, la magistratura aprì un’inchiesta, che però non portò a nessuna condanna. La morte di venne archiviata come “accidentale“, scatenando un ulteriore scandalo.

Parallelamente, il commissario Luigi Calabresi divenne oggetto di una forte campagna di odio da parte di alcuni ambienti di sinistra radicale e anarchici, che lo ritenevano responsabile della morte del ferroviere.. Questa pressione culminò in un omicidio, quando, il 17 maggio 1972, Calabresi fu assassinato a Milano. Solo nel 1988, alcuni membri del gruppo di estrema sinistra Lotta Continua, tra cui Ovidio Bompressi e Adriano Sofri, furono accusati e poi condannati come mandanti, ma la vicenda continuò a essere controversa e fu oggetto di ulteriori processi.

Foto d’epoca della scena dell’omicidio di Luigi Calabresi – ANSA

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L’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana negli anni successivi cambiò direzione: si scoprì che il vero responsabile dell’attentato era l’estrema destra neofascista, in un contesto di tentativi di destabilizzazione politica noti come “strategia della tensione”. La pista anarchica si rivelò quindi una falsa ipotesi, costruita in parte per coprire le trame eversive di estrema destra, probabilmente con l’appoggio di settori deviati dei servizi segreti.

Una sentenza della Cassazione nel 2005 ha affermato che la strage fu realizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», dichiarandoli però non più processabili in quanto «irrevocabilmente assolti dalla Corte d’assise d’appello di Bari». «Freda, ad oggi, non ha scontato un giorno per quella strage. È stato condannato a 14 anni solo per gli attentati che l’hanno preceduta, attentati che ha messo a segno, con lo stesso esplosivo poi utilizzato in Piazza Fontana» osserva Fanelli, che ha intervistato il terrorista nero nel podcast “Un caffè con l’assassino” (ed. StorieLibere). 

In questa Italia lacerata, oscura e impaurita, la verità sulla morte di Pinelli non è mai stata accertata completamente.

La lunga battaglia di Licia

Licia Rognini, si è battuta con straordinaria tenacia per fare luce sulle circostanze della morte del marito, diventando un simbolo di giustizia e resistenza contro le ingiustizie di Stato. La sua lotta è stata caratterizzata da una ricerca incessante della verità, dal desiderio di riabilitare la figura di Pinelli, e dalla determinazione a ottenere una piena e trasparente giustizia. 

Giuseppe Pinelli in una foto d’archivio – ANSA

Fanelli ricorda il suo incontro con la vedova: «Durante un’intervista, Licia ha ricordato quella tragica notte, quando apprese della morte del marito dai giornalisti accorsi a casa loro. Ha ricordato la perquisizione delle forze dell’ordine, quando addirittura furono aperti i regali di Natale che avevano nascosto per le figlie. Durante quella perquisizione cercavano i responsabili di una strage commessa da tutt’altri ambienti». 

Licia iniziò a combattere contro la versione ufficiale che attribuiva il decesso a un presunto suicidio. Assieme alla comunità anarchica e ai molti amici di Pinelli, rigettò con forza questa ipotesi, sottolineando come Pino fosse una persona pacifica, stabile e del tutto innocente. La sua instancabile determinazione e la sua testimonianza personale contribuirono a mettere in discussione la narrazione ufficiale e a spingere la magistratura a esaminare le circostanze del “volo” dal quarto piano della questura di Milano.

Rognini, accompagnata dagli avvocati della famiglia, seguì in prima persona ogni fase delle indagini e dei processi che si succedettero, anche se la giustizia si dimostrò spesso evasiva e deludente. Nel 1975, l’inchiesta fu chiusa con un decreto di archiviazione, e la morte di Pinelli fu dichiarata “accidentale”, attribuendola a un “malore attivo” che avrebbe causato la caduta dalla finestra. Licia e i suoi sostenitori trovarono questa conclusione inaccettabile e continuarono a chiedere un’indagine completa e onesta.

Non si limitò alla battaglia legale, ma partecipò attivamente anche a una campagna pubblica, collaborando con intellettuali, giornalisti e artisti che si erano schierati a favore della verità per Pinelli. Tra questi, Dario Fo e Franca Rame, che con la loro opera teatrale Morte accidentale di un anarchico diedero voce al caso e denunciarono l’assurdità della versione ufficiale. Questa rappresentazione contribuì a tenere viva l’attenzione mediatica e pubblica sul caso, dando alla famiglia un grande sostegno morale e motivazionale. Sono stati, e ancora sono, numerosi gli intellettuali che hanno acceso una luce sul caso: tra gli altri, Roberto Faenza, Marco Tullio Giordana, Camilla Cederna, Adriano Sofri, fino a Carlo Lucarelli con Francisco Barilli. La stessa Claudia PInelli ha firmato con PIetro Scaramucci un volume dettagliato sull’inchiesta.  

Da sinistra a destra: Licia Pinelli, il Presidente Giorgio Napolitano e Gemma Calabresi – ANSA/U.S. PRESIDENZA

Negli anni, Licia continuò a richiedere una dichiarazione di colpevolezza da parte dello Stato. Sebbene non sia mai giunta una vera e propria condanna per la morte di Pinelli, nel 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del quarantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, riconobbe pubblicamente l’anarchico come una “vittima innocente”, la diciottesima. Anche il Comune di Milano, nel 2012, autorizzò una lapide commemorativa in memoria di Pinelli, posta in Piazza Fontana. 

Fino all’ultimo giorno, Rognini non aveva mai smesso di parlare del marito e di cercare giustizia. È intervenuta in interviste, ha partecipato a convegni e manifestazioni, e ha collaborato a progetti per mantenere viva la memoria del marito. «Non si è fatta schiacciare dalla morte di Pino – ricorda la figlia Claudia -. Ha reagito, ha cercato di costruire da un grandissimo, atroce dolore. E questo è forse l’esempio più grande che ha dato come donna».

Claudia Pinelli – ANSA

«E ha continuato ad avere una vita; aveva due figlie che continuano, anche a nome suo, adesso. E ha lavorato per tutta la vita, ha anche viaggiato, ha cantato in un coro, ha fatto yoga… . Senza mai dimenticare – prosegue -. È stata una donna che ha avuto una vita piena e che è arrivata al termine della sua vita lasciando affetti, consapevolezza, libri, affinchè non si perdesse memoria e testimonianza»

«È stata una persona che non ci deve mancare, perché, altrimenti, non riconosceremmo quello che ha fatto durante la vita» dice Claudia Pinelli al termine dell’intervista. E non c’è conclusione più preziosa. 

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di: Giulia GUIDI

FOTO: ANSA (in copertina Licia Rognini Pinelli, foto senza data)