Storie di donne dietro le telecamere del chiacchieratissimo OnlyFans

«Non mi piace che mi si dia della prostituta, anche se non ci trovo nulla di male. Però non è quello che faccio: prostituta è chi si incontra dal vivo con i clienti; mentre OnlyFans non prevede che tu lo faccia, è stato progettato esclusivamente per pubblicare contenuti online. Se stabilissimo che anche chi produce foto e video porno è una prostituta, dovremmo considerare tali anche le pornostar. Ma sarebbe assurdo». A parlare è Ilaria Borgonovo che, oltre ad essere content creator di OnlyFans, è anche una donna di legge, laureata in giurisprudenza con due master che lavora nel campo della cyber sicurezza. Una voce a metà tra il mondo fuori dal sito e quello che crea contenuti hot e ne fruisce, un numero non indifferente di persone considerando che poco dopo l’inizio della pandemia (aprile 2020) sul social network navigava una media giornaliera di 200 mila utenti nuovi nel mondo ogni 24 ore. Sempre da aprile la piattaforma contava 17 milioni di iscritti con oltre 70 mila content creators, per un fatturato di 187 milioni di dollari di cui ai creatori di contenuti venivano ceduti circa 150 milioni. Un guadagno non indifferente ottenuto grazie ad “abbonamenti” che permettono di accedere a foto e video e che costano all’utente dai cinque ai 20 dollari (cioè dai quattro ai 18 euro). Fin da subito, è stato tacciato di essere un sito torbido, poco trasparente. Ma è davvero così?

Sicuramente ambiguo è il profilo del suo fondatore: Leonid Radvinsky, ucraino naturalizzato americano, è una delle figure meno cristalline dell’universo Internet. Oltre ad essere stato noto da prima dell’acquisizione di OnlyFans come uno dei maggiori magnati del porno, è coinvolto in diverse controversie a causa di attività illegali o al limite del legale perpetrate tramite altri siti web di sua proprietà. Uno di questi, Password Universe, nel 2000 ha iniziato a vendere password che, almeno nei claim, permettevano agli utenti che le acquistavano di accedere a contenuti pedopornografici, in alcuni casi pure zoofili. Uno “specchio per allodole” che rimandava ad altri siti, che rimandavano a loro volta ad altri URL e così via, in un sistema complesso di scatole cinesi che ha impedito a lungo agli investigatori di capire se i link di Radvinsky conducessero effettivamente a contenuti pornografici. Nel 2005 una modella, Sheila Lussier, ha fatto causa all’azienda di Radvinsky,Cybertania,per aver utilizzato una sua foto (non di nudo) per promuovere un sito pornografico. In questo caso, come anche in un’altra controversia con Amazon e Google, Cybertania ha preferito risolvere la questione in modo extragiudiziale, a colpi di risarcimenti si presuppone notevoli. Si presuppone perché fino ad oggi Radvinsky ha rilasciato ben poche interviste, lasciando gli utenti con più dubbi che certezze.

Se il Ceo della piattaforma è un mistero, meno misteriose sono le content creator che caricano contenuti su di essa. Sex workers certo, che con le restrizioni della pandemia hanno trovato nel social un’utile via d’uscita per continuare a fatturare quando non potevano incontrare i clienti di persona. Ma anche “ragazze della porta accanto” che, per curiosità o per desiderio di aggiungere un guadagno al loro portafoglio, hanno capitalizzato la loro popolarità su altri social network: primo tra tutti, Instagram. Anche Beatrice Segreti, oggi onlyfanser, lo ha scoperto così, partendo da un profilo di nudo artistico e poi arrivando a contenuti più hot: «le persone volevano vedere di più e avvicinarsi di più; e i miei contenuti (non ancora così espliciti) giravano già su Internet. Inoltre volevo sperimentare, trasgredire e spingermi più in là, per me stessa; non è stata una ricerca di guadagno ma una ricerca di me. Nemmeno io pensavo che sarebbe diventato un lavoro e non immaginavo certo che mi avrebbe garantito entrate assimilabili a uno stipendio, se non di più». All’inizio si trattava di: «contenuti semplici e brevi, dove mi toccavo o pubblicavo foto esplicite. Poi sono diventati contenuti più lunghi».

Il rapporto con i clienti in genere è abbastanza positivo. Segreti spiega: «per me sono un po’ come i miei “ragazzi”. Alcuni si collegano ma restano poco, perché sono solo curiosi o perché vogliono rimanere distanti, per altri divento parte integrante della loro vita. Vanno avanti con l’abbonamento per mesi, se non per anni, in un rapporto da “fidanzata virtuale”». Gli utenti che servono sono diversi, come le loro richieste: la platea di entrambe le creators va da chi può permettersi “solo” una chat, a chi spende senza pensieri cifre più alte. Borgonovo spiega: «ho un “menù” generale con prezzi stabiliti mesi prima, dopodiché ci sono i video personalizzati, che sta a me accettare o meno». Ad esempio il contenuto che le viene più richiesto e per cui è famosa è il“dick rating”:la valutazione del pene. In più“vanno molto bene video di masturbazione e soprattutto le chat erotiche”. È facile che si crei un rapporto di confidenza e cordialità. Ma talvolta qualcuno fraintende ed esagera: «alcuni di loro chiedevano insistentemente di vedermi, è stato il problema che ho riscontrato di più, oltre a qualche sporadica persona molto maleducata – racconta Segreti.– L’unico modo per evitare queste situazioni è cominciare ad allontanarsi e ricordare loro che per quanto sia un lavoro fatto col cuore, è pur sempre un lavoro. Quindi mettere in chiaro le rispettive posizioni. Inoltre si può fare reclamo alla piattaforma, che può aiutarti e bloccare l’utente». Anche Borgonovo ha avuto problemi simili: «ci sono stati tanti che per una parola in più finivano per tartassarmi di messaggi, e si sono offesi perché non ho risposto subito, o anche chi di punto in bianco prorompe in dichiarazioni d’amore. Quando succede mi sento infastidita e in soggezione, perché non ha niente a che fare con il mio lavoro sul sito; quindi ciò che faccio è mettere le cose in chiaro fin dall’inizio». E se qualcuno minaccia di rendere pubbliche le foto, come “revenge porn”?: «rispondo “Vuoi pubblicare un mio video? Fallo”. Non sono una persona menefreghista, so che qualora uscisse una mia foto probabilmente mi vergognerei, ma poi farei spallucce. Quando apri OnlyFans c’è questo tipo di rischio e te ne devi fregare. Il rischio che usino le immagini, che lo minaccino in anticipo o meno, ovviamente c’è».

In generale però la piattaforma secondo le ragazze è sicura, sia per gli utenti che per i fruitori. Il che non è scontato visto che il social è stato spesso accusato di non controllare abbastanza l’età di chi si registra, con il rischio che lo facciano anche i troppo giovani: «per poter accedere, quando ho iniziato, dovevi caricare sul portale un documento di identità e una foto che vengono controllati immediatamente, per cui penso che sia estremamente difficile barare» commenta Segreti, mentre Borgonovo sottolinea: «sono cose che possono accadere anche su altre piattaforme, e se comunque qualcuno mente sull’età legalmente ne è responsabile, non si può addossare la colpa alla piattaforma che deve gestire un vasto numero di utenti». Anche il “liberi tutti” che ci si aspetterebbe sui contenuti è un falso mito; se Ilaria racconta di termini come “escort” o “fisting” bannati, Beatrice ad esempio ricorda: «una volta avevo fatto un video roleplay dove avevo un vestito “lolita”, un po’ infantile, con la scritta “I love you daddy”. È stato bannato a un minuto dalla pubblicazione».

Sulle ragazze a volte pesa uno stigma, che incrina i rapporti con amici e parenti; altre volte, no. Segreti ad esempio racconta: «questo lavoro mi è servito a capire chi voleva davvero starmi vicino e chi no. Mi sono resa conto che per questo bigottismo inculcato le persone erano disposte a negare anni di amicizia, solo perché uno è a proprio agio nel mostrarsi nudo. È una mentalità che sento molto in Italia, ma non vuol dire che non ci sia anche altrove. Sono quasi contenta che ci sia, perché da questo capisci molto delle persone». A Borgonovo invece è andata meglio: «non l’hanno scoperto subito, non è che l’ho tenuto nascosto ma per i primi mesi non ne parlavo anche perché non avevo ancora idea di come funzionasse e di cosa mi potesse servire. Sono rimasti sicuramente spiazzati, ma poi la reazione è finita lì e si sono sempre comportati in modo normalissimo». A coprirle le spalle, certo, anche la sua cultura giuridica: «ci sono tanti che mi scrivono, in chat o in live “Quello che fai è illegale, io ti denuncio”, io rispondo, a volte usando il “giuridichese”: “Per cosa? Dimmi i capi d’imputazione per i quali tu mi stai andando a denunciare”. E lì cambiano, vanno sul classico “sei una troia” e così via, perché non ottengono quello che vogliono». Ci tiene a ricordare che: «questa non è prostituzione. L’associazione tra OnlyFans e prostituzione è basata su una sentenza della Corte di Cassazione (la n° 37188/2010) che associava le “cam girl” alla prostituzione; il punto è che OnlyFans non ti dà questa possibilità, ti permette di fare delle dirette ma non di vedere l’altra persona. E comunque parliamo di una sentenza, non di una legge dello Stato».

In futuro nessuna delle due prevede di farne una professione solida. Borgonovo spiega: «io credo che qualunque cosa su Internet, come anche i social, prima o poi è destinata a morire. Finché potrò ne approfitterò, perché è inutile girarci intorno, c’è un guadagno dietro; ma non è il lavoro della mia vita. Ho studiato, ho due master, ho un altro lavoro e la mia strada primaria è quella. Questo è nato più come un hobby che, per assurdo, è diventato un secondo lavoro con cui guadagno più che con il primo». Ilaria infatti con il lavoro “canonico” guadagna mille euro netti, mentre online arriva a fatturare tra gli 8mila e 10mila. Eppure: «ciò che consiglio è prenderlo come un gioco, non come un lavoro. Da un momento all’altro può svanire (perché passa di moda, perché esce qualcosa di meglio e così via) e il rischio è trovarsi con niente in mano». Anche Segreti mette in guardia gli “onlyfanser wannabe”: «io lo faccio perché sono la stessa persona che sono su OnlyFans, farei le stesse cose anche a telecamere spente. Ci sono tanti che si fanno abbagliare dalla possibilità di un lauto guadagno e per questo lasciano il lavoro e gli studi. Ma è sbagliatissimo. Non fatelo se non fa parte del vostro essere. I contenuti che vanno su Internet, una volta che li crei, è come lanciarli in un buco nero: non li controlli più e non sai dove vanno a finire. Un giorno potrebbe essere notato per esempio in un colloquio e “bruciare” un’assunzione».

Ilaria, Beatrice e altri content creators lasciano dietro le spalle ogni sera un lavoro, per indossare una seconda identità e mettersi di fronte a una telecamera, entrando in un universo parallelo che abbatte le barriere dello stato sociale. Un mondo dove ci si spoglia non solo dei vestiti, ma anche di quella patina di morale che sfuma ed evapora nella notte, quando anche il distinto signore in giacca e cravatta si collega al sito. E che è troppo facile giudicare là fuori; perché: “si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio”.