Non solo Raisi: sono molti i leader coinvolti in incidenti aerei sospetti. Dal presidente dell’Ecuador Jaime Roldos al numero uno della Polonia Kaczyński, tra disgrazia e congiura
La morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi e del ministro degli Esteri Amir-Abdollahian ha riaperto la discussione sulla lunga serie di incidenti – reali e presunti – che ha coinvolto nel corso del tempo leader di tutto il mondo. Sul disastro che ha provocato il decesso di Raisi si stanno facendo in queste ore molte congetture. La dinamica dell’incidente non è ancora chiara e questo non aiuta, ma la teoria del “guasto tecnico” con cui l’agenzia di stato iraniana Irna ha chiuso il discorso sulla morte del secondo uomo più importante dell’Iran, in un momento storico come quello che stiamo vivendo, non convince tutti. Si diffondono così teorie del complotto che vanno da Israele allo stesso ayatollah iraniano, Alì Khamenei, alimentate soprattutto dai dubbi relativi alla scelta di far salire Raisi su un elicottero che il ministro degli Esteri italiano Tajani ha definito “medievale”, il Bell 212 appunto. Lascia perplessi anche il modus operandi che è seguito alla scomparsa dell’aereo del presidente: è stato un drone turco (il Bayractar Akinci) a individuare i rottami del velivolo, dopo aver setacciato la zona per ore perché non erano state date indicazioni più chiare per circoscrivere le ricerche. Eppure Raisi non volava da solo: il suo aereo faceva parte di un convoglio che ne comprendeva altri due, giunti a destinazione senza intoppi. Quindi, perché i due elicotteri che volavano insieme a lui non hanno segnalato quantomeno la zona della scomparsa rendendo più agevole la ricerca? E perché Raisi non era sui mezzi più moderni e sicuri, perché è stato fatto salire proprio su quello più accidentato, che peraltro secondo fonti locali aveva avuto problemi al decollo due giorni prima dell’incidente? Il Bell 212 non è un velivolo adatto all’uso in montagna, e il personale era a conoscenza delle pessime condizioni meteo. Come mai sono decollati ugualmente? Lascia sgomenti anche il modo in cui i rottami sono stati ritrovati. Il Bell 212 si è rovesciato completamente, come se una massa d’aria l’avesse capovolto prima di spingerlo oltre il terreno, oppure come se la doppia turbina si fosse bloccata nella tempesta. Ma ai comandi c’erano due colonnelli dell’Aeronautica militare, non proprio di primo pelo.

Insomma, punti oscuri se ne trovano e di conseguenza materiale per le teorie del complotto ce n’è in abbondanza. Qualcuno ha avanzato l’idea che l’incidente sia stato causato dall’intervento del Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana; secondo qualcun’altro invece è stato lo stesso Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran, che ha ordito tutto per “eliminare” il rivale del suo figlio secondogenito Mojtaba: per prendere il posto di Khamenei come guida suprema infatti, Raisi era in gara proprio con Mojtaba. Naturalmente, non sono altro che congetture, spesso alimentate dai social stessi e la spiegazione razionale, a volerla cercare, si trova. Per esempio, come spiega Repubblica, gli altri due velivoli (un Mil-17 russo e un altro Bell) non hanno volato di fianco all’aereo del presidente per renderne più difficile l’identificazione, per ragioni di sicurezza.
Ma come spesso accade, e come dicevamo in apertura, quando incidenti di questo tipo – per forza di cose avvolti nella nebbia – coinvolgono personaggi di un certo rilievo (e tanto divisivi, macchiati di crimini come quelli che la comunità internazionale ha riconosciuto a Raisi) è inevitabile pensare che ci sia “di più”. D’altronde è già accaduto, e se la Storia ci insegna qualcosa è che tutto tende a ripetersi.
Incidenti sospetti in Europa
Nel corso degli anni si sono verificati numerosi di questi incidenti “sospetti” in Europa.
Il 18 settembre del 1961 un aereo della compagnia svedese Transair diretto nella Repubblica del Congo andò a schiantarsi nello Zambia. A bordo c’era il segretario generale della Nato, Dan Hammarskjöld, in viaggio per partecipare ai colloqui per il cessate il fuoco tra le forze dell’Onu e le truppe della provincia separatista del Congo, Katanga. Insieme a lui c’erano altri 15 passeggeri, rimasero tutti uccisi. Secondo un’inchiesta condotta nel 1962 la colpa del disastro era da attribuire al pilota che volava a bassa quota; ma analizzando fonti più recenti, il Guardian condusse una nuova inchiesta nel 2011 e portò alla luce le prove del fatto che l’aereo era stato abbattuto sopra la Rhodesia settentrionale. Sembra, secondo il quotidiano, che le autorità coloniali britanniche abbiano insabbiato l’incidente, ma nel mirino per il presunto complotto vengono citati il KGB russo e le compagnie minerarie.
Nel 1977 il primo ministro jugoslavo Džemal Bijedić è morto quando il suo aereo, un Leerjet, si è schiantato in Bosnia-Erzegovina contro il monte Inač. A bordo c’erano anche la moglie Razija e altre 6 persone, non si salvò nessuno. Bijedić era stato un partigiano nella Seconda guerra mondiale e da molti era visto come un successore di Tito, ormai anziano, che aveva guidato il movimento partigiano e guidato lo Stato socialista dal 1945. Vista la sua rilevanza politica e la rapida carriera che stava facendo, in molti hanno pensato che il suo incidente non fosse dovuto al maltempo – come dichiarato inizialmente – ma che fosse piuttosto il risultato di un complotto ordito dai rivali.
Il 4 dicembre del 1980 il primo ministro portoghese Francisco Sa’ Carneiro è rimasto vittima di un disastro aereo insieme al suo ministro della Difesa, Amaro Da Costa. I due politici si trovavano a bordo dell’aereo presidenziale che è precipitato nell’area di Lisbona. Sà Carneiro era stato uno dei fondatori del Partito Social Democratico, dopo la Rivoluzione dei garofani nel maggio del ’74. La notte della sua morte era diretto a Porto, dove doveva partecipare a un comizio in appoggio del candidato alla presidenza della Repubblica, il generale Antònio Soares Carneiro. Non è mai stato chiarito realmente cosa sia accaduto quella notte su quel volo, ma ci sono due tesi contrapposte: una, quella dell’incidente, sostiene che la causa del disastro fosse da imputare alla negligenza nella manutenzione dell’aereo, che peraltro non era nuovo; l’altra invece vede una mano terroristica dietro l’evento. Le analisi chimiche svolte nel 2004 su parti del relitto hanno dimostrato infine che sotto la cabina di pilotaggio era stata piazzata una bomba. Si sospetta che il vero obiettivo fosse il ministro della Difesa Da Costa, che avrebbe portato all’Onu documenti relativi alla teoria del complotto October surprise (secondo la quale la campagna elettorale di Ronald Reagan aveva lavorato per ritardare il rilascio degli ostaggi statunitensi in Iran in modo da danneggiare la possibilità di rielezione dell’allora presidente Usa, Carter. In effetti, gli ostaggi vennero rilasciati subito dopo l’insediamento proprio di Reagan. Questa teoria non è però mai stata confermata: al Congresso non sono mai arrivate prove sufficienti per dimostrarla, prove che, secondo molti, erano in mano a Da Costa quando è stato ucciso).






Arrivando in tempi più recenti, il 10 aprile del 2010 il presidente della Polonia Lech Kaczyński è morto nello schianto dell’aereo su cui stava viaggiando vicino a Smolensk, nella Russia occidentale. A bordo oltre a lui c’erano 95 passeggeri: sua moglie, alti ufficiali militari, parlamentari polacchi, dignitari. Una delegazione intera morta sul colpo, mentre si recava al 70esimo anniversario del massacro di Katyn, in cui vennero giustiziati migliaia di ufficiali polacchi per mano dei sovietici durante la Seconda guerra mondiale. L’incidente è avvenuto mentre l’aereo cercava di atterrare in un fitto banco di nebbia all’aeroporto di Smolensk Nord: sembra che il velivolo abbia scontrato le cime degli alberi e si sia schiantato nella foresta vicino alla pista dopo aver perso il controllo. Secondo la giornalista e politica russa Valeriya Novodvorskaya, è stato il Cremlino a uccidere il presidente della Polonia: però non ha mai avuto abbastanza prove a sostegno di questa denuncia. Di certo c’è che la morte di Kaczyński ha gettato la Polonia nel caos e ha inasprito i rapporti con la Russia di Vladimir Putin.
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Disastri aerei nel mondo
Incidenti simili a quelli di cui abbiamo appena parlato sono accaduti anche in altre zone del mondo e hanno sempre lasciato dietro di sé una scia di dubbio, terreno fertile per le teorie cospirazioniste più fantasiose (ma non sempre errate, come hanno dimostrato alcune inchieste).
Il 24 maggio del 1981 un incidente aereo a Quito uccise il presidente dell’Ecuador Jaime Roldos e sua moglie, Martha Bucaram. Insieme a loro viaggiavano anche il ministro della difesa Marco Subía Martínez, Irlanda Sarango, i tenenti colonnelli Héctor Torres e Armando Navarrete, il pilota Marco Andrade, l’altro pilota Galo Romo e l’assistente di volo Soledad Rosero. L’aereo era diretto a Macarà e, già in fase di discesa, andò a schiantarsi contro la parete rocciosa del Huayrapungo, esplodendo. In un primo momento si parlò di un incidente ma la polizia di Zurigo, investigando sul caso, scoprì che al momento dello schianto i motori dell’aereo erano spenti. Secondo lo scrittore John Perkins la responsabile della morte del presidente ecuadoriano era la CIA e il movente era una diversa visione politica in materia di giacimenti di petrolio nazionali. Anche il giornalista ecuadoriano Jaime Galarza Zavala ha puntato il dito contro il Governo Usa, dichiarando che Roldos non piaceva agli Stati Uniti sia perché pregiudicava gli interessi statunitensi in patria sia perché alla sua morte sarebbe stato sostituito da Osvaldo Hurtado, molto vicino allo Stato di Israele.
Meno oscura ma altrettanto misteriosa è la morte del presidente del Mozambico Moses Samora Machel: l’aereo su cui viaggiava venne abbattuto da un missile il 19 ottobre del 1986 mentre sorvolava il Sudafrica. Insieme al presidente morirono il ministro dei Trasporti e Telecomunicazioni mozambicano, Luis Alcantara Santos, e il ministro della Difesa, generale Alberto Chipande, unitamente ad altre 22 persone. Si salvarono in 9. Secondo diverse fonti il responsabile del lancio del missile era il Sudafrica, sospetto che venne apertamente sostenuto dall’Unione Sovietica. Non vennero però mai trovate prove schiaccianti, nemmeno quando, all’indomani della caduta del regime bianco dell’apartheid, il Governo di Nelson Mandela riaprì le indagini nel contesto dei lavori della Commissione per la verità e la riconciliazione. La vedova di Machel, Graça Machel, che nel 1998 ha sposato proprio Mandela diventando first lady del Sudafrica dopo esserlo stata del Mozambico, non ha mai smesso di cercare risposte.

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Il 17 agosto del 1988 il velivolo Hercules C130 esplose in volo: morì il presidente pachistano Zia Ul Haq, che viaggiava con l’ambasciatore Usa Arnold Raphael e altre 37 persone. Per indagare sull’accaduto Washington inviò una squadra di ufficiali dell’aeronautica americana, teoricamente per assistere i pakistani nelle indagini. Tuttavia nella pratica, le due parti giunsero a conclusioni nettamente diverse. Secondo gli Usa, l’incidente era stato causato da un problema meccanico comune ai C-130 tanto che un incidente simile era accaduto a un velivolo dello stesso tipo in Colorado. Gli investigatori pakistani invece avevano trovato prove di “problemi tecnici”, “cavi di controllo spezzati” e “ampia contaminazione di particelle di ottone e alluminio” nel sistema di sollevamento dell’ascensore dell’aereo. Insomma, secondo il Pakistan non era stato un incidente, secondo gli Stati Uniti sì. Partendo da questo presupposto fiorirono numerose teorie complottistiche che riguardavano l’Unione Sovietica, l’India e gli Usa.
Il 6 aprile del 1994 il jet privato su cui viaggiavano il presidente della Repubblica del Ruanda Juvenal Habyarimana e quello del Burundi Cyprien Ntaryamira, insieme con due ministri e altri 8 passeggeri, venne abbattuto da un missile. Era chiaramente un attentato e il principale movimento Hutu accusò del fatto il leader politico Tutsi, Paul Kagame: la conseguenza di questo dito puntato fu lo scoppio della violenza, alimentata dall’odio etnico, sociale e politico che divideva le due fazioni. Gli Hutu misero in atto un vero e proprio genocidio, eliminando tutti coloro che portavano la scritta “Tutsi” nelle carte di riconoscimento. In meno di tre mesi in Ruanda venne ucciso quasi un milione di persone. In realtà, però, ci sono molti dubbi sull’attentato che diede inizio alla guerra civile: secondo molti (a partire dai membri dell’RPF) furono gli stessi movimenti Hutu a uccidere Habyarimana perché avevano malvisto le aperture del presidente verso la minoranza Tutsi.
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Altri casi avvennero negli anni 2000: nel 2001 in Iran il ministro dei Trasporti Rahmad Dadman morì quando il suo aereo precipitò a nord di Kashmar, nella provincia del Khorasan; nel 2004 il presidente della Macedonia Boris Trajkovski morì quando il suo aereo si schiantò a Mostar, in Bosnia, in fase di atterraggio; e ancora nel 2006 il sultano del califfato di Sokoto morì in un incidente a bordo di un aereo di linea della compagnia privata Adc ad Abuja, in Nigeria.

Insomma, il caso di Ebrahim Raisi non è il primo e probabilmente non sarà nemmeno l’ultimo: le ombre che accompagnano queste indagini sembrano difficili dal diradarsi, e le storie analizzate fino a qui dimostrano come sia complesso, anche a distanza di decenni, arrivare a una verità assoluta. Ci sono, tendenzialmente, due possibilità: o ciò che è davvero accaduto è stato insabbiato così bene e a così tanti livelli che è impossibile portarlo a galla; oppure la verità è più semplice di quella che si immagina e, dunque, c’è molto poco da scoprire. Sventura, insomma. O un complotto che non sveleremo mai.
di: Micaela FERRARO
FOTO: ANSA/SHUTTERSTOCK