Dalle strade infangate di Bauru al tetto del mondo, il primo “numero 10” della Storia: ecco come Pelé ha riscritto il calcio
Nell’epoca di Cristiano Ronaldo che fa conteggi dei follower su Instagram e disprezza la Coca-Cola (ma poi firma contratti di sponsorship milionari con agenzie di scommesse online), dei gossip fanservice su Totti e il suo divorzio e delle canzoni in trend su Piqué, Shakira, Casio e Ferrari, sembra strano pensare che il calcio una volta si giocava anche. Per chi è cresciuto con il cliché del “calciatore e la velina”, sentendo i genitori (i padri, per la verità, ‘che il calcio in Italia è “una cosa da uomini” come la denominazione del “presidente del Consiglio” quand’anche quest’ultimo è una donna) discutere di Calciopoli e del FifaGate, è difficile immaginare un tempo in cui il calcio era qualcosa di più di pubblicità e allenamenti perfetti, fisici scolpiti venduti su Instagram e belle donne a far da accompagnamento. Eppure, così è.
C’è stato un tempo in cui il calcio era lo sport “della strada”: più sporco, più reale, più vivo. E non apparteneva agli sponsor, alle grandi multinazionali o ai dirigenti in giacca e cravatta seduti su qualche scranno in Occidente ad accarezzarsi la corona, ma a loro, ai bambini che correvano nel fango e giocavano creando palloni con calzini e stracci vecchi avvolti in uno spago. È in questa realtà che è nato Edson Arantes do Nascimento. L’uomo, il calciatore, passato alla storia con il nome di Pelé. O Rey.
1940, Brasile. Nella zona sud-orientale del Paese, nello stato di Minas Gerais, in una piccola città chiamata Bauru, il 23 ottobre Celeste Arantes mette alla luce il suo primogenito. Il padre, João Ramos do Nascimento, era un grande fan di Edison, l’inventore della lampadina: il bambino venne così chiamato “Edson“, ma per la sua famiglia sarebbe stato sempre Dico. Nel 1940 Bauru era poverissima: per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario, Dico lavora nei negozi di tè. In ogni minuto libero però, esce per strada a palleggiare: comincia a giocare con gli amici che abitano nella stessa strada, poi in qualche squadra amatoriale, fino al Bauru. Dico era un grande fan del portiere del Vasco da Gama, Bilé, ma per un difetto di pronuncia lo chiamava Pilé. Fu così che i compagni di scuola, per prenderlo in giro, cominciarono ad affibbiargli quel soprannome che avrebbe odiato per anni: “Pelé“. Ha 15 anni quando l’ex calciatore Waldemar de Brito diventa allenatore della sua squadra: è lui a convincere Dico e la sua famiglia ad accettare l’offerta del Santos, la squadra di San Paolo, e prima di compiere 16 anni il ragazzo gioca in prima squadra e percepisce uno stipendio di 6mila cruzeiros. Un’infinità, per un bambino cresciuto nelle favelas.
Dopo 10 mesi di carriera professionistica, l’allenatore della nazionale Pirillo lo convoca e gli consegna la maglia verdeoro. Nel 1958, a 17 anni, è il più giovane calciatore di sempre a vincere la Coppa del Mondo. Quei mondiali, Svezia ’58, segnano un punto importante nella storia del calcio mondiale. Per pura fatalità, a Pelé viene data da indossare la maglia numero 10: e alla fine del campionato è così osannato, la sua stella brilla così forte nel firmamento calcistico, che quel numero acquisisce le sfumature del mito e diventa un feticcio, un amuleto, un simbolo. La leggenda del numero 10, che poi spiccherà sulla schiena di Maradona. Nella sua lunga carriera, Pelé dimostrò una fedeltà pressoché assoluta al Santos, squadra in cui rimase fino al 1947, quando si ritirò. Con la maglia del Brasile vinse tre mondiali e la Fifa gli riconosce ad oggi il record di gol realizzati, 1.281 in 1.363 partite. È considerato una delle 20 persone più importanti del 21esimo secolo ed è stato dichiarato prima “tesoro nazionale” dal presidente del Brasile Quadros e poi “patrimonio storico-sportivo dell’umanità”.
Gli ultimi anni della sua carriera, O Rey li passò negli Stati Uniti. Nel 1948, a un anno dal ritiro, venne ingaggiato dai New York Cosmos che desideravano attrarre più americani negli stadi a vedere il calcio. Fu una rivoluzione che aprì la strada ai tempi moderni: in campo con i giocatori c’erano le cheerleader, i calciatori cominciarono ad avere il loro nome stampato sulla maglia in modo da essere riconoscibili e poter vendere le t-shirt come gadget; inoltre per quell’incarico, Pelé ricevette un compenso milionario: quattro milioni di dollari per tre anni, una cifra che anticipava gli ingaggi milionari cui ci siamo ormai abituati. Nel 1977 Pelé giocò la sua ultima partita, un’amichevole tra le sue due squadre, il Santos e i New York Cosmos: nel primo tempo indossò la maglia dei brasiliani, nel secondo quella degli statunitensi.
Una volta appese le scarpette al chiodo, divenne un vero uomo di spettacolo. Pubblicò libri e autobiografie, prese parte alla creazione del primo videogioco sul calcio nel 1980, divenne ambasciatore delle Nazioni Unite e dell’Unesco. Nel 1981 fu protagonista del film Fuga per la Vittoria, al fianco di Sylvester Stallone e Michael Caine: storica la sua rovesciata, eseguita durante la scena della partita tra gli ufficiali dell’aviazione tedesca e i detenuti. Sembra che proprio durante le riprese di questo film, Pelé ruppe involontariamente un dito della mano a Stallone, che interpretava il portiere nel match contro i militari nazisti.
Non è facile riuscire a spiegare cosa sia stato Pelé:non solo per il mondo del calcio ma per tutto un Paese, per una classe sociale, per una generazione. Un calciatore speciale, un simbolo, un dono; non si limitava a giocare con la palla: ci danzava, ci battagliava, ci faceva l’amore, in un crescendo di emozioni che dagli spalti facevano urlare i tifosi, impressionavano i giornalisti, colpivano i potenti. Il 29 dicembre 2022 Pelé è morto, dopo una lunga malattia che ne ha consumato il corpo ma mai l’anima: perché quando una stella brucia così forte quella luce continua a brillare, per millenni. Immortale.
BOX – Curiosità su Pelé
Nel corso degli anni sono numerose le curiosità emerse sull’uomo diventato leggenda del calcio. Per esempio, è esistito anche un Pelé portiere: gli è capitato più volte di giocare tra i pali, anche in qualche gara ufficiale, ed era molto bravo anche in quel ruolo. Il calciatore brasiliano è stato l’uomo più intervistato e fotografato di chiunque altro: venne accolto in 88 nazioni e ricevuto da 70 premier, 40 capi di Stato e tre Papi. Ai tempi della guerra con il Biafra, in Nigeria venne dichiarata una tregua di 48 ore per permettere a tutti di veder giocare Pelé. Non solo: secondo quanto si racconta, lo Scià di Persia lo aspettò tre ore in aeroporto per poter fare una foto con lui e alla frontiera tra Cina e Hong Kong le guardie abbandonarono la postazione scatenando le ire del regime per vedere il campione, giunto in città.