Nel 1999, a Madonna di Campiglio, si concluse, di fatto, la carriera sportiva di Marco Pantani. Forse anche la sua vita. Ancora oggi sul test antidoping c’è l’ombra della Camorra
Carlo Azeglio Ciampi era Presidente da un paio di settimane e le Nuove BR avevano scosso l’opinione pubblica con il loro primo omicidio, freddando a Roma il consulente del ministero del Lavoro Massimo D’Antona. Il Milan aveva vinto lo scudetto di un punto sulla Lazio, che si era consolata conquistando la Coppa delle Coppe. Alla radio passava Linvin’ la vida loca dell’aitante Ricky Martin e le temperature ormai estive invitavano le ragazze a mostrare gli ombelichi; l’italiano medio si godeva il weekend in bermuda e ciabatte.
Ma, da Madonna di Campiglio, un vento ancora invernale raggelò l’Italia: Marco Pantani, la maglia rosa del Giro d’Italia 1999, aveva un valore di ematocrito del 51,8%, di poco superiore al margine di tolleranza dell’1% sul limite massimo consentito dai regolamenti, 50%. Pur non risultando positivo al controllo antidoping, Pantani fu legittimamente escluso dalla Corsa Rosa “a scopo precauzionale” (come si usava dire al tempo): sulla base dei regolamenti sportivi da poco introdotti a tutela della salute dei corridori, avrebbe dovuto ripresentarsi dopo 15 giorni a Losanna per effettuare un controllo, verificare l’abbassamento dei livelli e avere il via libera a riprendere le corse.
Scoppiò una bufera, ed era solo l’inizio: alla notizia dell’esclusione, la squadra del Pirata, la Mercatone Uno, si ritirò in blocco dal Giro. Paolo Savoldelli, nonostante fosse subentrato al primo posto in classifica, rifiutò di indossare la maglia rosa alla partenza della tappa del Mortirolo, rischiando una squalifica. Quel Giro andò a Ivan Gotti. Nelle settimane seguenti, il nome di Pantani venne associato al doping dal ciclista reo confesso Jesús Manzano, ma anche dall’ex fidanzata Christina Jonsson, che in un’intervista riferì di come il campione di Cesenatico facesse uso regolare di sostanze illegali. La conferma definitiva dell’uso di sostanze dopanti (nello specifico, dell’eritropoietina) si ebbe nel 2003 con la sentenza del Tribunale di Ferrara a carico del medico sportivo Francesco Conconi e altri.
Il grande popolo del ciclismo aveva conosciuto Pantani esattamente cinque anni prima di quel test, il 5 giugno 1994, grazie a un’autentica cavalcata verso il successo nella tappa tra Merano e Aprica. Gli esperti capirono al volo che era nato un campione, che, nelle ultime tappe, cercò addirittura di vincere il Giro. A Milano arrivò secondo, al Tour de France terzo. Nei tre anni successivi, una serie di infortuni e sfortune gli impedirono di consacrarsi campione sulle strade ma non nel cuore del pubblico, che si innamorò del personaggio, del romagnolo ossuto con la bandana. Il Pirata.
Poi arrivarono anche le vittorie: nel 1998, Giro e Tour, una doppietta riuscita soltanto a 7 ciclisti prima di lui (Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Steven Roche e Miguel Indurain). Nel Giro del ‘99 stava dominando: vinse sul Gran Sasso con condizioni meteo proibitive; il giorno successivo, sulla salita verso il santuario di Oropa, gli saltò la catena e gli avversari ne approfittarono, scattando in avanti. Innervosito dall’imboscata, fece vedere di cosa fosse capace: a uno a uno li rimontò tutti e arrivò primo al traguardo. E continuò a vincere. Poi, alla penultima tappa, quel controllo. Quel risultato.
Nel giro di pochi minuti Pantani perse lo scettro di re del ciclismo, ricevendo in cambio l’etichetta del dopato. Non riuscì mai a superare quel momento, entrando nella spirale della depressione e della droga. Emblematiche le sue parole dopo Campiglio: «mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile». Morì appena cinque anni dopo, il 14 febbraio 2004, in un residence riminese, per un’overdose di cocaina e psicofarmaci. Solo. Forse.
Perché di giallo nella vita del Pirata non ci fu solo la maglia conquistata al Tour. Alcuni particolari non tornano: la madre, Tonina, supportata dal giornalista Davide De Zan, ormai da anni porta avanti la tesi dell’omicidio; il decesso per overdose sarebbe frutto di una montatura atta a depistare. A supporto di questa posizione ci sarebbero diversi elementi: non convince la stanza trovata danneggiata e in grande disordine, troppo per un uomo solo, seppur sotto effetto di stupefacenti; le tracce di sangue sul pavimento sembrerebbero suggerire che il corpo sia stato trascinato. E poi una bottiglia sporca di polvere bianca mai esaminata. Ma chi può aver avuto interesse a uccidere Pantani? Una pista porta a spacciatori e malavitosi con cui era venuto a contatto. Tonina e De Zan ipotizzano un complotto del mondo del ciclismo per far tacere Marco per sempre, magari per insabbiare uno dei tanti scandali che hanno macchiato il movimento.
La pista è supportata dalle dichiarazioni dell’ex bandito Renato Vallanzasca ai carabinieri di Forlì, incaricati dell’indagine, nel 2014. Raccontò che, 6 o 7 giorni prima della tappa di Madonna di Campiglio, era stato avvicinato da un altro detenuto che gli offriva una scommessa sicura: la sconfitta di Pantani al Giro. Vallanzasca rifiutò, ma la mattina del 5 giugno, lo stesso detenuto, con la sua inflessione campana, gli disse: «Renà hai visto? A Marco l’hanno fatto fuori… ò doping! Hai visto che avevo ragione io?». Da audizioni successive, emerse che la popolazione carceraria legata alla Camorra sapeva che l’organizzazione criminale avrebbe lavorato per l’esclusione del Pirata, guadagnando così cifre molto importanti nel mondo delle scommesse. L’inchiesta, tuttavia, venne chiusa per assenza di prove. Ma Tonina Pantani non si è arresa – da qualcuno Marco la tenacia per scalare le montagne doveva pur averla presa – e, nel 2019, ha ottenuto che la Commissione parlamentare antimafia esaminasse il caso: la relazione ha evidenziato le lacune delle indagini precedenti e chiesto ulteriori approfondimenti. A 20 anni dalla morte, la corsa del Pirata non è ancora finita: il traguardo è la verità.