Gisèle Pélicot per anni è stata abusata da decine di uomini mentre era incosciente, drogata dal marito. Rinunciando all’anonimato ha deciso che la sua storia divenisse mediatica per imporre un cambiamento nella società
«Non spetta a noi provare vergogna, ma a loro. Voglio che tutte le donne che sono state violentate possano dire: Madame Pélicot l’ha fatto, allora lo posso fare anche io». In queste parole è contenuta la battaglia che Gisèle Pélicot ha deciso di portare avanti, mentre combatte un’altra battaglia, quella legale, nei confronti dell’ex marito e delle decine di uomini che hanno abusato di lei mentre era incosciente. La storia di questa donna 71enne è terribile non solo per il fatto in sé, quanto anche per la cortina di connivenza e omertà che ha protetto i suoi stupratori nel corso di un decennio; nessun uomo, infatti, nemmeno quelli che non hanno abusato di lei, ha pensato di denunciare quanto stesse succedendo tra le mura di una casa della Provenza.

I fatti
Le indagini hanno avvio nel 2020 quando Dominique Pélicot viene fermato per aver filmato alcune donne sotto la gonna in un supermercato. La polizia sequestra dunque telefono, computer e alcuni hard disk dell’uomo, scoperchiando così il vaso di Pandora. Gli agenti rinvengono migliaia di chat su sito “Coco.fr” nella chat room “a son insu” (letteralmente “a sua insaputa”) – dove numerosi uomini si raccontavano quelli che definivano rapporti sessuali, ma che in realtà erano degli stupri (dopo un’indagine durata 18 mesi che aveva interessato tutta l’Europa, il sito è stato chiuso e il suo proprietario arrestato) – e ricostruiscono il decennio di abusi in corso a casa Pélicot. Dalle conversazioni scoprono come Dominique somministri camuffandolo nel cibo la benzodiazepina utilizzata per ansia e insonnia Temesta (conosciuta in Italia come Tavor) e che una volta che Gisèle cada nel sonno più profondo faccia entrare gli uomini contattati in chat nella camera da letto della loro abitazione per violentare la donna. Dominique chiedeva di assistere e filmare la violenza. Dalle indagini è emersa, in una chiavetta USB, la cartella “abus” (“abuso”) contenente 128 video catalogati per data e nickname dello stupratore, la polizia è riuscita a identificare 51 degli 83 uomini che hanno violentato Gisèle Pélicot. A violentare la donna sono stati uomini tra i 30 e i 74 anni, alcuni accusati di un singolo stupro, altri un massimo di 6; sono uomini che abitano non lontano da casa Pélicot, si tratta di pompieri, militari, guardie carcerarie, infermieri, camionisti, giornalisti. Alcuni degli uomini ripresi nei video sono in carcere per reati legati alla violenza di genere o hanno dei precedenti legati a questo reato. In molti, dopo le perquisizioni degli agenti di polizia, hanno negato le accuse c’è chi ha sostenuto di non essersi reso conto che la donna fosse incosciente, chi ha dichiarato che l’aver ricevuto il “permesso” a stuprare la donna dal marito fosse sufficiente (qualcuno ha parlato di “stupro involontario”) e ancora c’è chi ha dichiarato di aver creduto che la vittima avesse accettato di essere resa incosciente. Antoine Camus, legale di Gisèle Pélicot, ha dichiarato: «se questa è la concezione del consenso in materia sessuale nel 2024, allora abbiamo molto, molto, molto lavoro da fare».

Il processo
Il 23 ottobre (il processo è iniziato a settembre) è stata Gisèle Pélicot a raccontare la sua storia davanti ai giudici: «per 8 settimane sono stata ferita e interrogata. Ho deciso di rinunciare a questa seduta a porte chiuse perché non avevo nulla di cui vergognarmi e non avevo nulla di cui rimproverarmi. Sono stata violentata centinaia di volte ed è stato difficile prendere questa decisione». Durante la testimonianza ha ribadito di aver rinunciato alla sua privacy per “cambiare la società” e per rappresentare simbolicamente tutte le donne vittime di stupro, ribadendo che la vergogna non debba essere provata dalle vittime, ma dagli stupratori. Gisèle Pélicot ha inoltre citato la “cultura dello stupro” come questione non laterale del processo, infatti in riferimento alle testimonianze di mogli, madri e sorelle degli imputati che, nelle scorse settimane, li avevano descritti come “uomini eccezionali” la donna ha spiegato che se anche un solo uomo avesse denunciato quanto stesse accadendo, a quanto avesse assistito o, peggio, partecipato, avrebbe potuto salvarla, ma nessun uomo ha fatto nulla e ha ribadito che quegli “uomini eccezionali” sono “proprio come la persona che avevo dentro casa. Perché uno stupratore non è soltanto qualcuno che incontri in un parcheggio buio a tarda notte. Lo puoi trovare anche in famiglia, tra gli amici”. La donna aveva infatti raccontato di non aver mai avuto alcun sospetto del marito, anzi che “spesso, quando c’era una partita di calcio in televisione, lo lasciavo a guardarla da solo. Poi mi portava il gelato a letto: il mio gusto preferito, lampone. E io pensavo: quanto sono fortunata”. Inoltre, durante il periodo delle sedazioni Gisèle Pélicot ha riferito di essere molto spossata e vere spesso vuoti di memoria, “sintomi” che aveva associato all’Alzheimer, preoccupata di stare sviluppando la patologia era andata a diverse visite neurologiche accompagnata dal marito che assecondava questo suo timore.
Dominique Pélicot, ha spiegato la sua legale Béatrice Zavarro, si è “sempre dichiarato colpevole” e ha aggiunto che spera che il processo permetta di capire “come tutti questi uomini di provenienze, culture, con professioni diverse si siano ritrovati in questa stanza a fare tutti la stessa cosa” (questione che, si permette di aggiungere chi scrive, è in realtà comprensibile proprio alla luce di quella cultura dello stupro che la stessa Gisèle Pélicot cita). L’uomo rischia fino a 20 anni di carcere.
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#MendorsPas
Come parti civili nel processo accanto a Gisèle Pélicot siedono i due figli e la figlia della coppia. La figlia, con lo pseudonimo Caroline Darian ha pubblicato un libro “Et j’ai cessé de t’appeler Papa” (“E ho smesso di chiamarti papà”) che, partendo dalla storia della madre, analizza il fenomeno della “sottomissione chimica” che è quello che ha interessato la stessa Gisèle: drogare una persona a sua insaputa e abusarne senza che non solo la persona possa reagire ma, spesso, nemmeno rendersene conto. Caroline Darian ha lanciato la campagna social #MendorsPas (Non mi sedare) spiegando che l’utilizzo di farmaci “come un’arma” sia un fenomeno ancora sconosciuto e sottostimato che, soprattutto, non si limita alla “droga dello stupro” né a bar o discoteche. Tendenzialmente infatti i farmaci usati “come un’arma” sono di uso comune come sonniferi, sedativi, ansiolitici o antistaminici; per le vittime di questi abusi “non avere chiari ricordi dell’aggressione e non riconoscerne i sintomi rende particolarmente difficile riconoscersi anche come vittime”.

La parola alle esperte
Della vicenda di Gisèle Pélicot abbiamo parlato con le avvocate Alessandra Lentini, Isabella Ferretti e Francesca Rissone dello Studio Legale di Genere Le Avvocate di Torino che ha, come missione, la difesa dei diritti delle donne fatta da donne, combattendo gli stereotipi di genere.
Gisèle Pélicot sta ribaltando l’immagine di vittima e sostiene che non debbano provare vergogna le vittime di violenza, ma gli imputati. Quanto siamo ancora lontani da questo traguardo?
«Purtroppo siamo decisamente lontani da questa prospettiva, quantomeno in Italia, dal momento che la cosiddetta vittimizzazione secondaria è ancora molto presente, sia nella società civile, sia purtroppo anche tra le istituzioni. In particolare con questa definizione si fa riferimento ai meccanismi che comportano il far rivivere le condizioni di sofferenza a cui è stata sottoposta la vittima di un reato, che è spesso determinata dalle procedure delle istituzioni susseguenti ad una denuncia, o comunque all’apertura di un procedimento giurisdizionale, nel corso del quale spesso la vittima viene sottoposta a un approccio molto giudicante e invasivo (si pensi alle domande sulle abitudini sessuali, sugli abiti indossati, e sul motivo della mancata “reazione”) o addirittura sminuente rispetto alla violenza subita».
La vicenda di Gisèle Pélicot può essere importante non solo in Francia ma anche in Italia e in generale in Europa?
«Assolutamente sì, in particolare riteniamo che sensibilizzi in modo straordinario l’opinione pubblica in merito all’argomento per cui la violenza di genere, e in particolare la violenza sessuale, nella maggior parte dei casi si verifica tra le mura domestiche e da parte di partner o ex partner, e non quindi da sconosciuti. Il caso di Gisèle Pélicot coinvolge infatti in primis il marito e poi ovviamente tutti i suoi complici che tuttavia sono stati da lui introdotti sempre nelle mura domestiche. L’idea che sia lo sconosciuto per strada a agire violenza sulle donne è un concetto da rivedere perchè statisticamente così non è, senza tuttavia negare che anche questo terribile fenomeno esista (si pensi al recente caso avvenuto proprio a Torino dove una ragazza è stata vittima di uno stupro di gruppo al Parco del Valentino)».
La scelta di Gisèle Pélicot di rinunciare alla sua privacy proprio per scardinare anche una certa narrazione della violenza è importantissima, quanto anche i media dovrebbero cambiare grammatica per raccontare questo genere di vicende?
«Siamo del tutto d’accordo, la scelta di Gisèle Pélicot è di grande coraggio perché è volta a cristallizzare un principio molto semplice ma per niente scontato: la vergogna è di chi agisce la violenza e non di chi la subisce; il suo coraggio sta proprio “nell’averci messo la faccia”. Tuttavia basta soffermarsi sui numerosi articoli che raccontano fatti di cronaca relativi a simili vicende per osservare come spesso lo stesso linguaggio sia colpevolizzante nei confronti della vittima o comunque incline a sottolineare e approfondire il punto di vista o le abitudini dell’autore di reato. Esiste un osservatorio circa il corretto linguaggio che dovrebbe essere adottato dai giornalisti, soprattutto in tali vicende di cronaca e ognuno può sottolineare lo scorretto utilizzo del linguaggio, ma come Voi saprete ancora meglio di noi, molto spesso le esigenze di fare notizia e stimolare il dibattito con la divulgazione di particolari “morbosi” ma irrilevanti, comportano non di rado la violazione di tali canoni a tutto discapito delle vittime».

Lavorando nel campo del diritto di genere, qual è la situazione in Italia? Dopo il moto emozionale a seguito del femminicidio di Giulia Cecchettin l’attenzione intorno alla violenza di genere si è affievolito?
«Ogni femminicidio risveglia un dibattito, tuttavia molto flebile, senz’altro quello che ha visto vittima Giulia Cecchettin ha riscosso un grande interesse nell’opinione pubblica, anche grazie alle potenti parole della sorella Elena e alla figura straordinaria del padre Gino Cecchettin. Attualmente ci pare che l’interesse per la violenza di genere sia nuovamente affievolito, e anzi purtroppo la famiglia di Giulia è costretta a subire attacchi e critiche anche molto tenaci dei cosiddetti “haters”. Il problema fondamentale è che per poter contrastare in modo efficace il fenomeno della violenza di genere occorrerebbe un radicale cambiamento culturale che attualmente ci pare lontano. Per esempio i cosiddetti corsi sull’educazione sessuale o affettiva di cui tanto si parlava un anno fa, sono rimasti solo un buon proposito che non ha trovato alcuna attuazione».
Come è nato il progetto dello Studio Legale di Genere Le Avvocate?
«Lo studio è nato dall’idea di cinque colleghe che in maniera autonoma svolgevano la professione, con particolare attenzione a questa materia tanto che la nostra conoscenza ha avuto inizio proprio durante un corso di formazione su queste tematiche. Abbiamo pensato che la nostra collaborazione potesse permettere uno studio mirato e uno scambio di riflessioni sugli argomenti legati alla violenza di genere e allo stesso tempo che avremmo potuto realizzare uno studio legale che potesse essere un punto di riferimento soprattutto per donne alla ricerca di una tutela in tale campo. Sono trascorsi quattro anni dall’inizio del nostro progetto e possiamo ritenerci soddisfatte anche se nell’ambito legale e in questo in particolare occorre una continua formazione specie sulle evoluzioni normative e giurisprudenziali. Inoltre non possiamo negare che vi sono anche aspetti critici, per esempio la lunghezza dei tempi processuali e le non lievi difficoltà probatorie, specie nei casi di violenza psicologica e /o economica, che talvolta rendono il nostro lavoro non molto agevole. In generale la professione legale in questo campo è molto particolare perché, oltre alle competenze giuridiche, è indispensabile avere un approccio empatico e accogliente. Infine ci preme sottolineare che le donne che sono anche prese in carico da un centro antiviolenza e sostenute psicologicamente hanno maggiori risorse nell’affrontare le non semplici battaglie legali, quindi in questi casi è anche proficuo un lavoro in rete connotato dall’obiettivo comune di supportare la donna nel percorso di uscita dalla violenza».
La rivoluzione di Gisèle Pélicot
La storia di Gisèle Pélicot è sconcertante, la reazione, però, di Gisèle Pélicot è storica. La sua decisione di mettere alla sbarra non solo i suoi stupratori ma un sistema valoriale che si ascrive alla cultura dello stupro ribaltando il concetto di vergogna e della modalità in cui si tratta la figura della vittima è importantissimo. La donna ripete come un mantra che non è chi subisce violenza a doversi vergognare, ma chi la agisce. Se infatti il tribunale stabilisce la colpa ed è la colpa a essere giuridicamente rilevante, è la vergogna che investe la persona. La vergogna è un sentimento che si internalizza socialmente ed è utile a mantenere un “ordine” sociale (non facendo compiere azioni che “fanno vergognare” intese come azioni socialmente deprecabili), a questo proposito è interessante notare quanto dimostrato da alcuni studi a proposito della vergogna che indagano la differenza di genere. Le donne provano vergogna per ragioni legate alle aspettative sul ruolo sociale femminile: il corpo, la maternità, la sessualità; gli uomini provano vergogna in merito all’inadeguatezza e alla debolezza in determinati contesti che ne definiscono il ruolo in società. Collegato alla vergogna c’è un fatto del processo. Gli avvocati della difesa hanno mostrato pubblicamente foto intime (scattate con il suo consenso) di Gisèle Pélicot, mentre i video degli stupri, sempre gli avvocati della difesa, hanno chiesto che venissero visionati privatamente come scrive Irene Graziosi “la vittima la vergogna la deve gestire, per gli uomini è troppo. Non l’avevano mai interiorizzata prima, evidentemente”.
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Il ribaltamento di questo sentimento e di una certa narrazione intorno a questioni di questo genere non è solo una questione di giustizia, ma è necessario per una società per dirsi civile.
di: Flavia DELL’ERTOLE
Foto in copertina: manifestazione a supporto di Gisèle Pélicot a Parigi del settembre 2024. ANSA/Karim Ait Adjedjou/ABACAPRESS.COM