Dopo il lungo stop occorso con lo scoppio della pandemia, i viaggi verso l’India tornano in auge

Da subito, per tenerla bene a mente, una raccomandazione: l’India non è per tutti. Non è per i deboli di stomaco, per gli affezionati ai preconcetti, per chi perde facilmente le staffe. Eppure, si tratta di uno di quei viaggi che andrebbe fatto una volta nella vita. Con il suo quasi miliardo e mezzo di abitanti e la sua superficie di un milione e trecentomila chilometri quadrati, l’India è un crogiuolo esplosivo di culture e biodiversità. Sara Melotti, foto reporter di viaggi ed esteri, nonché autrice del libro La felicità è una scelta (Piemme, 2021), dopo ben 12 viaggi in questo Paese misterioso non saprebbe comunque enumerare tutte le sue innumerevoli sfaccettature. «Una persona che vuole avvicinarsi all’India – spiega fin dall’inizio della nostra chiacchierata – deve capire che sta entrando a contatto con un mondo in cui regole e logica sono completamente diverse dalle nostre».

«Un elemento che lascia sempre a bocca aperta – cita come esempio Melotti è la spiritualità: è qualcosa che ci lascia di stucco perché è molto più esternata e viscerale di come siamo abituati a viverla in Europa. Ad esempio – mi racconta – noi siamo abituati al pudore della morte, a nasconderla e a non parlarne. Per loro invece la morte è una parte dell’esistenza: i crematori spuntano dagli angoli delle strade, i morti sono portati in corteo fuori dalla bara col volto scoperto e dipinto». Addirittura esiste una “Città dalle Morte”: si chiama Varanasi, e milioni di persone da tutta l’India vengono qui al solo scopo di morire; credono infatti che sia l’unico luogo dove sia possibile interrompere il ciclo delle reincarnazioni, giungendo finalmente al paradiso di Shiva. «D’altra parte, questo senso fortissimo della religione convive fianco a fianco con strade sporche, povertà, mille contraddizioni – avverte la fotografa – si tratta comunque di un luogo problematico. Tiziano Terzani disse di questo Paese che è “marcio”».

Ma analizziamo qualche regola d’oro del bravo viaggiatore in India. Primo, portare sempre un anti-acido e qualche pastiglia per la flora batterica con sé: potreste averne bisogno. «È meglio armarsi di spirito di adattamento, anche e soprattutto con lo street food: bisogna tenere presente che il cibo rimane in strada, esposto alle contaminazioni, con temperature particolarmente elevate soprattutto in estate, diventando così habitat per batteri. O si scelgono pietanze cucinate sul momento, o certo il rischio di avere qualche problema c’è, anche se – ci tiene a sottolineare Melotti non mi sono mai sentita male, come invece è avvenuto in altri Paesi». Eppure è proprio grazie allo street food che i viaggiatori più “low budget” possono rimediare a basso costo sia pranzo che cena (spendendo fino a tre euro al giorno per entrambi!). Anche grazie alla sua vastità, il ricettario indiano è tra i più variegati al mondo. Ogni regione, se non ogni città, ha un proprio modo di cucinare un piatto diffuso o una propria ricetta caratteristica: «a me personalmente piace molto la cucina dell’India del Sud, a base di farina di riso; di questa regione vanno assolutamente provati gli “idli”, polpette di riso da immergere in una salsa a base di cocco e chili chiamata “chatnei”; poi ci sono i “dosa” – delle specie di crespelle di farina di riso e fagioli mungo neri – e il “panir”, un loro formaggio tradizionale che accompagnano con diversi ingredienti: con spinaci, con piselli e tanto altro». Di certo vegani e vegetariani ameranno questo Paese: grazie anche alle particolari norme religiose dell’induismo che precludono il consumo di determinate carni (se non tutte, come nel caso della corrente sikh) buona parte delle portate è vegetale. «Se invece parliamo di street food – consiglia Melotti non si possono non assaggiare i “samosa”, delle specie di fagottini vegetali fritti e ripieni di verdure e spezie, ma anche con carne che in genere è o di pollo o di capra». E se invece volete dissetarvi come un vero indiano: «bisogna gustare il “lassi”, un drink a base di mango e “dahe”, un equivalente dello yogurt».

Secondo punto: spostarsi in India. Meglio abbandonare qualche preconcetto, ad esempio sulla sicurezza: «non dico che non ci siano dei rischi, ma spesso sono esagerati – racconta la fotoreporter – per molti indiani il concetto di colpa è legato a quello del karma: credono cioè che se fanno del male agli altri, lo pagheranno con un evento funesto altrettanto se non più grave». Certo bisogna tenere gli occhi aperti: «anche se devo dire finora l’unica cosa che mi è capitata è che mi fermassero innumerevoli volte per fare un selfie». Soprattutto per le ragazze «un viaggio in India da sole può essere molto sfidante: di principio i turisti hanno gli occhi degli abitanti addosso, le donne ancora di più. In più c’è un abbigliamento specifico richiesto, e l’India è un Paese che ha una concezione della donna diversa dalla nostra. Per il resto valgono le regole del buon senso – che elenca – non andare in posti che ti consigliano di evitare, restare sobri e vigili, non andarsi a cacciare in situazioni pericolose». A proposito di folla: l’India è un Paese discretamente popoloso. Se cercate una vacanza lontano dal caos, non fa per voi: «soprattutto a Delhi – mi spiega ridendo Melotti è facilissimo farsi venire un esaurimento nervoso, tra clacson, strade trafficate e persone che urlano. Se volete trovare un posto tranquillo, consiglio Lodi Garden, un parco lontano dai rumori della città». Quanto ai mezzi indiani la nostra guida non ha mai avuto troppi problemi: «per gli spostamenti lunghi, ad esempio da Delhi a Varanasi, uso sempre il treno: hanno delle panche che per la notte vengono trasformate in letti a castello, e mi è sempre piaciuto viaggiare così. Certo, bisogna essere preparati ai ritardi: viaggi di 10 o 12 ore possono anche prolungarsi ulteriormente». Altro consiglio: belli gli hotel, ma nemmeno le guest house sono male: «non sto mai negli ostelli – premette lei – perché viaggiando spesso per lavoro e portando con me l’attrezzatura ho bisogno di una stanza privata. Ci sono però le guest house, piccoli hotel a gestione famigliare. Se uno viaggia low budget si trovano sistemazioni di questo tipo che hanno prezzi abbordabilissimi: 15 euro a notte, se non meno».

Quanto a contrattare? Molti vi diranno di farlo «e in effetti è divertente, soprattutto si fa nei luoghi più turistici, o alle bancarelle. In generale andrebbe fatto con educazione e decoro: va bene divertirsi, ma non offrite una miseria per un oggetto se il prezzo è già basso». E quarto consiglio: immergetevi nei rapporti con i luoghi e le persone: «consiglio sempre ai viaggiatori di fare due chiacchiere con la gente del luogo, anche perché molti di loro conoscono l’inglese». Tra le località che non possono non entrare nell’itinerario di un viaggiatore: «sicuramente Gokarna, nello stato del Karnataka. Una piccola città di mare, che ha sia spiagge bellissime che luoghi di culto interessanti – mentre se siete amanti dei paesaggi mozzafiato, secondo Melotti bisogna visitare per forza il Ladakh». Si tratta di un territorio del più ampio settore del Kashmir e perciò conteso tra India, Cina e Pakistan. «Io ci sono andata in moto da Manali – racconta – ed è molto particolare, con vedute spettacolari. In generale l’India più “tibetana” è stupenda». E ovviamente la già citata Varanasi. Ovunque decidiate di andare, tenete a mente che vi serviranno almeno due settimane per vedere almeno un decimo di questo Paese.

L’India va accettata, ascoltata, compresa. E se si entra nei suoi confini con umiltà, può regalarti degli incontri che restano nel cuore, come è successo anche a Sara Melotti. «Ho conosciuto questa vecchina, un’arzilla ottantenne ultra devota che passa metà delle sue giornate a fare rituali per gli déi, madre di un mio amico che gestisce una guest house. Mi riempiva di cibo tutti i giorni e cucinava per me le cose che sapeva che mi piacevano di più, proprio come una nonna. È una persona che mi è rimasta impressa nel cuore». Come questo Paese sterminato dalle infinite sfumature.