L’attivista, protagonista insieme alla sorella del film Netflix le nuotatrici, deve rispondere insieme ad altre 24 persone delle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina
Molti lo hanno già definito come il “più grande caso di criminalizzazione della solidarietà in Europa“. È iniziato oggi a Lesbo, in Grecia, il processo contro i 24 attivisti della ong Emergency Response Center International, accusati di reati connessi al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I soccorritori incriminati hanno preso parte a operazioni di salvataggio di migranti in viaggio verso l’isola di Lesbo, vicino alle coste della Turchia nella Grecia Orientale.
Al banco degli imputati c’è anche Sarah Mardini, attivista siriana lei stessa rifugiata e sbarcata proprio a Lesbo nel 2015 insieme alla sorella Yusra. La storia delle due giovani, nuotatrici professioniste, è raccontata nel film Le nuotatrici di Netflix e racconta di come le sorelle abbiano spinto a riva la barca nuotando e mettendo in salvo i 18 compagni di viaggio.
Dopo lo sbarco Sarah si era trasferita a Berlino ma nel 2016 aveva deciso di fare ritorno a Lesbo per aiutare migranti in mare; nel 2018 è stata arrestata insieme all’attivista Sean Binder, trascorrendo più di 100 giorni in carcere prima di essere rilasciata su cauzione. Entrambi sono anche oggetto di un’altra indagine per l’accusa di traffico di esseri umani, appartenenza a un’organizzazione criminale e riciclaggio di denaro.
«Ciò che è sotto processo oggi sono i diritti umani. Questo è il problema fondamentale – dichiarava oggi davanti al Tribunale Sean Binder. – Quello che abbiamo fatto era legale e qualsiasi ombra va superata: non deve restare nessun dubbio, non solo su di me, ma su chiunque partecipi ad operazioni di salvataggio dei migranti».
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/EPA/CLEMENS BILAN