Il 5 aprile del 1992 comincia l’assedio della città, il più lungo della storia moderna, che segna l’inizio della guerra in Bosnia ed Erzegovina
Sarajevo, 5 aprile 1992. Sul ponte Vrbanja sta passando il corteo per la pace, a cui prendono parte circa 100mila persone di nazionalità differenti. Tra loro ci sono anche Suada Dilberović, studentessa di Medicina di famiglia bosgnacca (i bosniaci musulmani) e Olga Sučić, croata. Dai piani alti dell’Holiday Inn, l’albergo di lusso celebre per il suo colore giallo e allora sede del Partito Democratico Serbo, i cecchini serbi iniziano a sparare sulla folla. Dilberović e Sučić sono le prime vittime nella città. Città che viene stretta in un terribile assedio, il più lungo della storia bellica della fine del XX secolo, che termina solo il 29 febbraio 1996. Poco dopo la dichiarazione di indipendenza della Bosnia ed Erzegovina le milizie serbe, spalleggiate dall’Armata popolare jugoslava (JNA) guidata da Belgrado, circondano la Capitale e prendono il controllo di alcuni quartieri. Oggi, 32 anni dopo, quel ponte si chiama Suada e Olga.
È uno dei tanti, atroci eventi che hanno caratterizzato la guerra in Bosnia ed Erzegovina, che dal 1992 al 1996 (ufficialmente 1995 ma l’assedio continua) ha causato quasi 100mila vittime e oltre due milioni di profughi e sfollati. Pulizia etnica, stupri, genocidio, come quello di Srebrenica del luglio 1995, ulteriori massacri, come quelli di Markale del febbraio 1994 e dell’agosto 1995, le deportazioni, i campi di concentramento: tantissimi gli orrori, i crimini contro l’umanità che hanno segnato una delle tante guerre nei Balcani seguite alla morte di Josip Broz, noto come Tito, e legate alla dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.
L’assedio di Sarajevo si è protratto per 1.425 giorni, ha provocato 12mila morti e 50mila feriti. Non è mai questione di numeri, ma sfortunatamente le cifre fotografano la gravità dell’accaduto. In quei lunghissimi giorni a Sarajevo, la città cosmopolita, in cui convivono i bosgnacchi (persone bosniache musulmane), i croato-bosniaci (cattolici) e i serbo-bosniaci (cristiani ortodossi), è proprio la comunità a essere sotto attacco. Una comunità che cerca in tutti i modi di resistere. Una comunità, una coesione e una fusione che non rientrano nel progetto nazionalista (fallito) della “Grande Serbia” del presidente serbo Slobodan Milošević, ovvero riunire tutta la popolazione serba in un unico Stato, annettendo i territori della Croazia e della Bosnia in cui vivono i serbi. A questo si unisce il discorso nazionalista dell’allora presidente della Croazia Franjo Tudjman.
Il 5 aprile 1992 segna la data ufficiale dell’inizio della guerra in Bosnia ed Erzegovina, ma l’aggressione a Sarajevo inizia prima, quando le milizie serbe occupano alcuni territori del Paese. Dilberović e Sučić non sono, infatti, le prime vittime del conflitto, ma le prime dell’assedio. Come è iniziato tutto questo?
L’evento si inserisce in un macrocosmo, la dissoluzione della Jugoslavia, iniziata ufficialmente nel 1991 ma che ha la sua origine nella morte di Tito nel 1980. Un processo che a sua volta si inscrive nel mutamento geopolitico mondiale, con la caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 e la disgregazione dell’Unione Sovietica nel 1991. Nel giugno dello stesso anno le dichiarazioni di indipendenza della Slovenia e della Croazia in seguito a due referendum danno il via alle prime guerre jugoslave (rispettivamente la Guerra dei dieci giorni o guerra di indipendenza slovena e la guerra di indipendenza croata).
Poco prima, nel novembre 1990, in Bosnia si svolgono le prime elezioni generali, che vedono l’ascesa al potere di tre partiti nazionalisti: il Partito d’Azione Democratica (SDA) guidato da Alija Izetbegović, musulmano, primo presidente del Paese; l’Unione Democratica Croata (HDZ) di Stjepan Kljuić;il Partito Democratico Serbo (SDS), alla cui testa c’è lo psichiatra serbo-bosniaco Radovan Karadžić,presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska) dal 1992 al 1996.Nel 2019 Karadžić viene condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia per genocidio (a Srebrenica), per crimini di guerra e crimini contro l’umanità durante l’assedio di Sarajevo, il massacro di Srebrenica e per la pulizia etnica condotta contro cittadini non serbi. Proprio Karadžić, successivamente chiamato “il boia di Srebrenica e Sarajevo”, è tra i deputati del Parlamento che il 15 ottobre 1991 lasciano l’aula dopo l’approvazione della dichiarazione di sovranità della Bosnia ed Erzegovina.
La Bosnia, però, quell’indipendenza la conquista in seguito a un referendum del 29 febbraio e del 1° marzo 1992. La maggioranza della popolazione serbo-bosniaca o boicotta il voto o viene ostacolata al voto dalle autorità serbo-bosniache, mentre il resto della popolazione per la maggior parte vota a favore dell’indipendenza, il 99,7%. Il 3 marzo il presidente Izetbegović dichiara l’indipendenza della Bosnia ed Erzegovina e il 6 aprile dello stesso anno la Comunità Economica Europea (CEE, poi Comunità europea, CE) e gli Stati Uniti riconoscono la Bosnia come Stato indipendente con Capitale Sarajevo. Le manovre militari, però, sono già iniziate da tempo. L’Esercito Serbo-bosniaco (VRS) inizia a circondare Sarajevo, completando l’accerchiamento a maggio. Alla guida c’è il generale Ratko Mladić: anche lui chiamatoil “boia di Srebrenica” e “il macellaio di Bosnia”; anche lui condannato, dopo molti anni, all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
Poi quel 5 aprile: i cecchini appostati sui palazzi cominciano a sparare sulla folla, le truppe serbo-bosniache iniziano a bombardare la città con mortai e artiglieria pesante. La libertà di movimento degli abitanti diventa sempre più risicata: le truppe di Mladić controllano chi entra ed esce da Sarajevo. È proprio il generale a decidere il taglio delle forniture di acqua ed elettricità. L’assedio è totale, la guerra è ovunque, sentire l’urlo “Pazite, Snajper!” (“Attenzione, cecchino!”) diventa sempre più frequente. I combattimenti si intensificano tra la metà del 1992 e l’inizio del 1993: la quasi totalità degli edifici della Capitale bosniaca saranno danneggiati dai bombardamenti, inclusi gli ospedali; 35mila saranno completamente distrutti. Nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 la Biblioteca Nazionale brucia: tutto il patrimonio librario è ormai perso. Difficile rompere l’assedio anche a causa dell’embargo internazionale sulla vendita di armi. Per aggirarlo, e per permettere l’ingresso degli aiuti umanitari, all’inizio del 1993 i volontari costruiscono il Tunnel di Sarajevo: lungo un chilometro, fino all’area neutrale dell’aeroporto istituita dalle Nazioni Unite, permette di far arrivare cibo, armi e alla popolazione di fuggire. Ma la campagna di sterminio della popolazione non serba, soprattutto musulmana, continua: Omarska, Keraterm e Trnopolje sono alcuni dei campi di concentramento in cui i civili vengono deportati e torturati.
Solo per un giorno l’assedio viene interrotto, tra l’11 e il 12 dicembre 1992, durante la Marcia per la pace di 500 pacifisti italiani promossa dall’associazione Beati costruttori di pace. Il 3 ottobre del 1993, durante un’altra manifestazione per la pace, il religioso e pacifista italiano Moreno “Gabriele” Locatelli viene ucciso da un cecchino mentre cerca di deporre un fiore sul ponte Vrbanja. L’assedio e il conflitto non sembrano vedere la fine: le persone vengono uccise mentre guardano una partita di calcio, mentre fanno la fila per l’acqua o mentre sono al mercato, come nei massacri di Markale: nel primo, del 5 febbraio 1994, muoiono 68 persone e 200 rimangono ferite; nel secondo, il 28 agosto del 1995, 37 civili vengono uccisi e 90 feriti. La comunità internazionale non sa come reagire e non reagisce, se non con qualche tentativo a livello diplomatico, ma l’orrore non si ferma anche fuori da Sarajevo. L’11 luglio 1995 le truppe di Mladić entrano a Srebrenica, enclave serba in territorio bosniaco, dichiarata “zona sicura” e teoricamente sotto la protezione delle Nazioni Unite. Oltre 8mila ragazzi e uomini musulmani dai 12 ai 77 anni vengono uccisi e i loro corpi gettati nelle fosse comuni. Le donne vengono stuprate. Una sentenza della Corte internazionale di giustizia all’Aja del 2007 e altre del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia riconosceranno che si trattò di genocidio perché alla base vi era la precisa volontà di sterminare i bosgnacchi. A Srebrenica sono presenti 600 caschi blu olandesi dell’ONU: non intervengono.
Le forze internazionali iniziano a criticare le atrocità commesse solo dopo il genocidio di Srebrenica, anche se qualche avvisaglia si ha qualche mese prima, dopo il primo massacro di Markale, quando l’ONU impone un ultimatum alle truppe serbo-bosniache affinché riducano l’uso di armi pesanti per un determinato periodo di tempo. Ma non finisce qui. Il 30 agosto 1995 la NATO bombarda i depositi di munizioni e le reti di comunicazione dell’esercito serbo-bosniaco: è l’inizio dell’Operation Deliberate Force.Nel frattempogli eserciti della parte bosniaca musulmana e di quella croata si alleano. I serbo-bosniaci vengono costretti ad arrendersi. Nel novembre 1995 Milošević, Tudjman e Izetbegović firmano l’Accordo di Dayton, nell’omonima città dell’Ohio, che pone fine alla guerra. Ma non all’assedio, che si protrae per altri tre mesi.
Oggi, 32 anni dopo, il mondo intero sembra faticare nel fare i conti con una guerra spesso dimenticata ma che lascia, come ogni conflitto, strascichi impossibili da ignorare ma che vengono ugualmente ignorati. Spesso ci si dimentica che è stata proprio la guerra ad alimentare le frizioni tra i diversi gruppi etnici, e non il contrario, e spesso ci si dimentica delle donne che hanno subìto violenza sessuale e dei loro figli. Oggi, 32 anni dopo, Slobodan Milošević non c’è più: è stato accusato di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra per aver progettato la pulizia etnica in Bosnia, in Croazia e in Kosovo, ma il processo si è estinto a causa della sua morte, avvenuta nel 2006 mentre era detenuto all’Aja. Quindi, non è mai stato assolto e non è mai stato dichiarato colpevole. Oggi, a 32 anni di distanza, cosa abbiamo imparato?