Gli Stati Uniti sono la meta dei tanti che cercano un futuro lontano da povertà e guerre, ma anche il cambiamento climatico e le elezioni presidenziali giocano un ruolo di spicco
È il sogno americano, da sempre, a spingere centinaia di persone migranti verso gli Stati Uniti. Il Nuovo Mondo è sempre stato la meta di chi, lasciando il Vecchio Continente, riponeva sogni di rivalsa, o fuggiva da guerre e carestie. Non solo il Vecchio Continente, ma anche dall’estremo Oriente in tanti hanno cercato fortuna sotto la Statua della Libertà e in moltissimi, negli ultimi anni, cercano un futuro migliore lasciando Sud e Centro America puntando verso Nord.
Come illustra, in un articolo del 2022 dedicato al contesto migratorio nel Centro e Nord America, il coordinatore della Rete dei gesuiti per i Migranti del Centro e Nord America, Rafael Moreno Villa, nella regione “la migrazione forzata o lo sfollamento forzati seguono due versanti. Il più noto va nella direzione Sud-Nord. Lo ha inaugurato il flusso messicano, a cui successivamente si sono aggiunti quelli dall’Honduras, dal Salvador e dal Guatemala. Meta comune sono gli Stati Uniti”, mentre il viaggio “Nord-Sud è percorso in prevalenza da nicaraguensi che vanno verso la Costa Rica e il Panama”. Nel corso degli anni, però, lo scenario si è fatto sempre più complicato dato che le persone migranti “non obbediscono più soltanto a una causa ben precisa, come la violenza e la carenza di lavoro, ma a vari motivi intrecciati, perché a quelli iniziali se ne sono aggiunti altri, come ad esempio la situazione ecologica e la necessità del ricongiungimento familiare”. Come denuncia anche l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, “secondo uno studio della Banca Mondiale, se le previsioni più pessimistiche si avverassero, Messico e America Centrale potrebbero avere 3,9 milioni di migranti interni a causa di processi legati ai cambiamenti climatici (scarsità d’acqua, bassa produttività delle colture e innalzamento del livello del mare) nel 2050. La relazione tra migrazione, ambiente e cambiamento climatico non è semplice o lineare, poiché molti fattori entrano in gioco per spiegare l’impatto dell’ambiente sui flussi migratori”.
A dimostrazione di quanto la situazione non faccia che aggravarsi nei primi tre mesi del 2024, come diffuso dal ministro della Sicurezza di Panama, Juan Manuel Pino, “più di 68.400 persone sono passate dal Panama, poiché il Panama è un Paese di transito”, e quest’anno ad attraversare la giungla del Darién, che divide la Colombia da Panama, sono state 24 mila persone in più rispetto alla stessa data dell’anno scorso. Nel 2023 sono state 520 mila le persone che hanno cercato di attraversare la foresta, si tratta di centinaia di chilometri di giungla per larghi tratti impenetrabile; da alcuni anni si sono formate delle sorta di società di “guide” che per pochi dollari a persona accompagnano le persone migranti nelle prime tappe del percorso, inoltre tra una tappa e l’altra di questo difficilissimo cammino si sono formati dei campi gestiti soprattutto da popolazioni indigene che, sempre a fronte di alcune decine di dollari, trasportano le persone nel territorio e mostrano spazi dove montare una tenda. Il viaggio è difficile non solo per il percorso fangoso e impervio ma anche perché nella giungla non c’è rete telefonica e non essendoci città o villaggi non è possibile fare rifornimento di acqua e cibo o altri oggetti utili. Nel rapporto pubblicato a ottobre 2023 dalla Ong Human Rights Watch si legge che “spesso l’acqua finisce dopo un giorno o due, il cibo poco dopo. Quando succede le persone bevono quella dei fiumi della giungla, che però spesso non è potabile: molti migranti quindi si ammalano oppure si disidratano. Molti altri si rompono ossa o si slogano articolazioni per via del terreno accidentato. Altri annegano nei fiumi che devono attraversare, per via delle forti correnti e delle frequenti alluvioni”, senza contare che nella giungla sono presenti moltissimi animali letali.
Principalmente le persone che tentano di raggiungere il Nord America partono da Guatemala, Messico, Tapachula, Honduras. Il Paese guidato da Xiomara Castro ha visto un aumento massiccio di ingressi irregolari – nel 2023 sono stati circa mezzo milione (il doppio rispetto all’anno precedente) – e a incidere sui numeri è stata la politica intrapresa proprio dalla presidente. Nell’agosto del 2022, Castro ricopre la carica dal 27 gennaio 2022, il Parlamento – che già aveva adottato politiche di protezione per le persone migranti e non più di contenimento – ha eliminato la multa di 236 dollari inflitta alle persone che entravano in Honduras irregolarmente, l’amnistia migratoria sarebbe dovuta scadere il primo gennaio 2024, ma è stata prorogata e il Governo ha garantito anche trasporti collettivi fino alla frontiera con il Guatemala. L’Honduras è un Paese di passaggio, le persone infatti proseguono in Guatemala – dove nel 2023 sono state riportate alla frontiera 23.500 persone – per poi tentare di giungere in Messico, in Chiapas, e trovare rifugio a Tapachula dove è possibile richiedere ingressi regolari per gli Stati Uniti e dove vengono organizzate carovane di persone migranti. Accanto ai migranti irregolari viaggiano poi i cittadini di Honduras, Nicaragua, Guatemala ed El Salvador che grazie all’accordo centroamericano sui controlli di confine (noto come CA-4) – un trattato internazionale stipulato nel giugno del 2006 – godono di libera circolazione tra i quattro Paesi e possono raggiungere il Messico legalmente; l’accordo si estende inoltre a chi, con un passaporto regolare, entra in uno dei quattro Stati firmatari e fa timbrare il documento d’identità.
Alle drammatiche situazioni che le persone migranti cercano di lasciarsi alle spalle si aggiungono i diversi scenari politici dei Paesi d’approdo, negli Stati Uniti ad esempio desta preoccupazione la possibile rielezione di Donald Trump – che ha promesso in campagna elettorale di fermare l’immigrazione illegale al confine meridionale degli States – alle presidenziali di novembre, così in molti tentano di mettersi in viaggio prima. Il Partito Repubblicano infatti porta avanti una politica antimigratoria, basti pensare che dopo che il governatore del Texas, Gregg Abbott, ha presentato una legge anti-immigrati, altri 25 governatori del suo stesso partito hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta sostenendo l’iniziativa e giustificandola col diritto costituzionale del Texas all’autodifesa. Abbott il 18 dicembre 2023 ha ratificato una legge che criminalizza l’ingresso dei migranti nello Stato dopo aver accusato più volte l’amministrazione Biden di “inazione nei confronti dell’immigrazione illegale” spiegando che “la legge introduce il reato d’ingresso illegale nel Texas da un Paese straniero e prevede pene fino a vent’anni di prigione in caso di recidiva”. Con questa norma le autorità statali hanno potuto arrestare le persone migranti e trasferirle in Messico, una prerogativa unicamente federale aspramente criticata anche dal governo messicano che ha rifiutato “categoricamente qualunque provvedimento autorizzi le autorità locali o statali statunitensi ad arrestare e trasferire in Messico cittadini messicani o stranieri”. Per il governatore repubblicano, noto anche per aver posto una barriera galleggiante nel fiume Rio Grande, comunque la “legge è legittima perché il Texas è stato lasciato solo ad affrontare un’ondata migratoria insostenibile”. Intanto l’amministrazione Biden ha cercato di arginare il fenomeno con una serie di incontri con il presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador e con il presidente del Guatemala Bernardo Arévalo,chiedendo di aumentare le politiche di contenimento.
Una serie di incontri che, però, nulla può davanti alla disperazione che anima le persone in viaggio verso un futuro migliore, rischiando la vita per raggiungere il sogno americano.