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Studenti, docenti e aspiranti tali uniscono le forze contro la precarizzazione, il caos normativo e il business della formazione. Ecco la battaglia del Movimento Educazione senza prezzo

Cinque giorni su 7, solo cinque ore e solo di mattina (pomeriggi liberi!), ferie assicurate nei rossi del calendario e tre mesi di vacanze d’estate, senza contare Natale, scioperi, assemblee… poi per ripetere sempre le stesse cose? L’insegnante fa il lavoro migliore al mondo. O almeno così maligna sotto l’ombrellone chi fa tutt’altro mestiere e finge di non ricordarsi di verifiche da correggere, lezioni da preparare, consigli docenti, ricevimenti con i genitori, corsi di recupero per i debiti, esami di riparazione, gite scolastiche. La sfida di formare le generazioni del futuro è appena residuale e poco attraente. Più che di stereotipi, però, è di ingiustizia che si perisce. Una riforma alla volta, a colpi di concorsite, oggi il percorso per accedere all’insegnamento è una traversata nell’oceano. Così, se i corpi intermedi non sono mai abbastanza, tanti natanti in cerca di terra hanno deciso che è il momento di unire le forze contro la precarizzazione dell’insegnamento e il business della formazione. Ecco la sfida del Movimento Educazione Senza Prezzo (ESP): ridare dignità al lavoro di chi prepara il nostro futuro.

Ci siamo fatti raccontare la loro missione, che guarda ben oltre la semplice occupazione della categoria e vorrebbe invece contribuire a rinnovare dal basso il nostro sistema educativo e formativo. Prima, per i neofiti e gli ingenui, potrebbe essere utile un piccolo vademecum per ripercorrere cosa richiede la legge a chi aspira alla professione di insegnante che, prima ancora di essere un posto fisso statale, è soprattutto un percorso fra precariato, corsi a pagamento, espedienti per ritardare l’assunzione e poca trasparenza di merito.

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Insegnare: il percorso della riforma Bianchi

Tutto comincia naturalmente all’università, a cui l’aspirante professore deve accedere con le idee già chiare: se si vuole insegnare in una scuola primaria (scuola dell’infanzia o scuole elementari) è richiesto un percorso di laurea magistrale in Scienze della Formazione Primaria (SFP, classe di laurea LM-85bis). Per le scuole secondarie (medie e superiori) è richiesta invece una laurea magistrale in una materia oggetto di insegnamento: a ciascun codice corrisponde una precisa classe di concorso per cui si può partecipare. Ecco il primo tranello: per partecipare ad alcune classi di concorso non è sufficiente una laurea nella materia di riferimento, ma bisogna anche aver conseguito un numero minimo di crediti formativi (CFU) negli specifici settori; un elemento che non sempre è garantito da tutti i corsi di laurea e che spesso richiede l’integrazione con l’inserimento di ulteriori esami nel proprio piano di studi.

A sinistra l’attuale ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. A destra l’ex titolare del Ministero Patrizio Bianchi.
ANSA

A questo punto bisogna puntare all’abilitazione. Diciamo subito che è possibile, sì, insegnare anche prima di averla conseguita, purché però ci si accontenti di supplenze o contratti a tempo determinato. Nel caso di chi si laurea in Scienze della Formazione Primaria, la consegna del titolo corrisponde all’abilitazione all’insegnamento (previo tirocinio comunque ricompreso nel corso studi). Negli altri casi, invece, oltre alla laurea magistrale, con annessi crediti nelle materie specifiche, è necessario conseguire anche i CFU afferenti all’area socio-psico-pedagogica, passati da 24 a 60 con la riforma Bianchi.

Anche in questo caso, è indifferente che i crediti vengano accumulati durante gli studi o al termine del percorso. L’importante è che essi vengano conseguiti tramite i canali predisposti, dunque seguendo corsi a frequenza obbligatoria con prova finale. Si noti qui che chi volesse subito buttarsi nel mondo del lavoro dopo la laurea (e non c’è motivo di desiderare diversamente), pur con supplenze o impegni determinati, dovrà quindi conciliare la frequentazione di un corso obbligatorio per far evolvere la propria carriera e il perseguimento di esperienze lavorative che saranno fondamentali anche nella terza e ultima fase, quella del concorso.

Sede del Ministero dell’Istruzione e del Merito a Roma (ANSA/EMANUELE VALERI)

Il fatidico concorso infatti prevede innanzitutto una valutazione dei titoli del candidato, che si sottoporrà poi a una prova scritta e una orale. Naturalmente superare tutte le prove non è sufficiente: la vittoria del bando e quindi l’assunzione dipenderà dalle cattedre messe a disposizione, mentre chiunque abbia superato il concorso senza accedere a un posto dovrà mettersi l’anima in pace e ripartecipare la prossima volta.

«È il paradosso della precarietà: dall’ultimo concorso sono usciti moltissimi idonei, il che però non significa automaticamente accedere al numero di posti disponibili, anzi. L’idoneità da sola non significa nulla se non acquisire i tre punti GPS (le Graduatorie Provinciali delle Supplenze, ndr), punti che per giunta sono stati attribuiti solo dopo la chiusura delle graduatorie e che quindi non conteranno nemmeno per quest’anno». Ce lo spiega Katya Madio, docente e membro del direttivo del Movimento ESP. Questa piattaforma ha aperto un cantiere plurale e dialettico per riportare nel dibattito pubblico problematiche mai abbastanza in voga, che toccano il lavoro di pochi ma l’educazione di tutti.

Dai corsi ai concorsi: le criticità secondo il Movimento ESP

«Siamo nati appena due mesi fa, sull’onda dell’indignazione per l’ultimo concorso» prosegue Madio. L’ultimo bando per aggiudicarsi una cattedra si è svolto lo scorzo marzo, indetto con i fondi del PNRR. Il concorso in questione aveva sollevato non poche polemiche. Da un lato si è rimarcata la banalità delle domande poste allo scritto, giudicate fin troppo facili (con tassi vicini al 90% dei promossi). Dall’altro si è però puntato il dito sui numeri: a fronte di un fabbisogno di 64.156 posti vacanti, il Ministero dell’Istruzione ha autorizzato un contingente di 45.124 posti. La restante parte, spiegano da Viale Trastevere, sarà assorbita nel prossimo concorso che si svolgerà in autunno. In altre parole, per iniziare l’anno centinaia di scuole e istituti saranno costretti a riempire i posti vacanti con altri docenti a tempo, facendo leva ancora una volta sul precariato della categoria che accetta contratti dalle scadenze labili e dal rinnovo ancora più incerto. Secondo i sindacati, saranno 250mila i supplenti precari che saliranno in cattedra a settembre, un trend in aumento del 72% negli ultimi 7 anni, con “con l’assurda situazione che il ministero dell’Istruzione ha accantonato 20mila posti per il concorso di ottobre, ma ancora non si è concluso il concorso 2023 e ci sono idonei nel concorso 2020“, ricorda la segretaria Flc Cgil.

La pagina Instagram del Movimento ESP

Che cos’è che non funziona in questi concorsi?

«Ciò che è mancato davvero e che il nostro Movimento invoca è una cabina di regia nazionale che possa fungere da interfaccia fra il Ministero, il personale scolastico e i membri delle varie associazioni. Al momento esiste già la piattaforma Indire, che però non prevede la presenza di docenti e personale del mondo scolastico…». Come si fa a escludere da un dibattito sul lavoro… i lavoratori diretti interessati? «Senza contare che ormai siamo preda del vento della politica. Puntualmente il ministro in carica, a sua volta legato alla sua fazione politica, riscrive le norme da capo. Dopodiché, quando cade il Governo e si passa lo scettro a un’altra fazione, si azzera tutto e si ricomincia da capo». È presumibile e auspicabile che chi riscriva norme lo faccia per il meglio, certo, anche se la confusione giuridica generata da questa gestione schizofrenica ci suggerisce il contrario.

Candidati durante un maxiconcorso a Napoli (ANSA / CIRO FUSCO)

Il problema dei concorsi, così come li ha concepiti la riforma Bianchi che ha attuato delle direttive europee, sta anche nelle commissioni e sottocommissioni giudicanti che, pur condividendo un indirizzo comune di fondo, hanno seguito regole ogni volta diverse. «È possibile che non esista un preciso metodo univoco in tutte le Regioni? – continua Madio. – Non si possono applicare due pesi e due misure in un concorso che dovrebbe vagliare il merito e le conoscenze dei futuri insegnanti».

Corsi e ricorsi

C’è poi la questione dei corsi abilitanti, un’altra novità contenuta nella riforma dell’ex ministro dell’Istruzione Bianchi che ha recepito dal diritto europeo l’obbligo di formazione per i docenti. È così che oltre all’università, ai 60 crediti e al concorso, un aspirante docente è tenuto a iscriversi a un corso con frequenza obbligatoria e, soprattutto, a pagamento. «Il tetto del costo così alto, definito dalla stessa legge, è in contraddizione con il principio sancito nella Costituzione, a partire dall’articolo 37, di una formazione accessibile a tutti, – ci spiega ancora Madiosenza contare il tirocinio obbligatorio, anch’esso gratuito, e gli elevati costi di segreteria per accedere ai concorsi, considerando che se non si rientra fra le cattedre a disposizione bisognerà pagare tutto da capo. Un avvocato dei diritti umani che collabora con il nostro Movimento sta studiando la questione da un punto di vista giuridico e normativo, ed esistono già diverse casistiche di ricorsi».

Il punto, lo dice bene il Movimento ESP, è che tanto l’abilitazione quanto i concorsi dovrebbero fungere come molla verso il lavoro per i precari mentre i costi, resi ancora più salati dall’incertezza dell’esito di questo percorso, non fanno che aumentare le disuguaglianze allontanando chi ne avrebbe più bisogno. «Il solito gatto che si morde la coda». Dopotutto la stessa Unione Europea che ci ha chiesto di istituire dei corsi di formazione aggiuntivi oltre agli altri pre-requisiti ha anche già sanzionato l’Italia per il suo sistema di reclutamento di insegnanti, perché dopo tre anni di precariato al lavoratore dev’essere assicurato un contratto a tempo indeterminato. Il parere motivato della Commissione (si tratta dello step che precede l’avvio di un ricorso per valutare una procedura d’infrazione), inoltrato a Roma nel 2023, ammonisce che la legge italiana “non previene né sanziona in misura sufficiente l’utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato per diverse categorie di lavoratori del settore pubblico” fra cui anche gli insegnanti. «Forse un’infrazione costerebbe meno di una stabilizzazione… – suggerisce Madio. – L’indignazione è tanta perché tutto questo dequalifica l’insegnante nel suo ruolo educativo, riducendolo a un bancomat per lo Stato. Il principio che noi rivendichiamo è esattamente l’opposto ed è quello della gratuità. Sappiamo di puntare in alto e ne comprendiamo i rischi, ma per noi era importante affermare, anche solo idealmente, che non vogliamo più essere considerati degli sportelli automatici».

Sit-in di docenti laureati, Napoli, 2020 (ANSA/CIRO FUSCO)

Alle storture economiche si aggiungono poi quelle di contenuto: le materie oggetto di corso ricalcano perlopiù quanto già affrontato nei vecchi 24 CFU (oggi 60 come detto), e hanno ricevuto molte critiche di merito. «Dei colleghi ci hanno addirittura raccontato che spesso durante questi corsi vengono proiettati dei film… Noi siamo i primi a esigere una formazione di qualità. Il problema è anche che i corsi obbligatori non sono nemmeno erogati da piattaforme riconosciute o dalla consolidata esperienza e reputazione, bensì da semplici agenzie telematiche, molte delle quali nate e costituitesi proprio a tale scopo. E non è questione di chi eroga i corsi, ma della qualità dei contenuti condivisi».

La battaglia di pochi, la vittoria di tutti

Le critiche nel merito, e dunque i margini di miglioramento, ci sono. Ma il Movimento ESP punta ancora più in alto. «Abbiamo sviluppato due manifesti: un programma più sintetico con cinque punti immediati e concreti e un documento programmatico sempre aperto (il manifesto è consultabile qui, ndr). La vastità delle problematiche richiedono che il nostro approccio sia necessariamente plurale e accolga quante più voci possibili, anche e soprattutto se rischiano di entrare in contrasto fra di loro. Nelle nostre migliori intenzioni tutti i gruppi che rappresentano interessi connessi alla scuola confluiranno nel Movimento, che non intende inglobarle ma moltiplicare la loro voce – ci racconta ancora Madio. – I lavoratori del comparto scuola non si parlano fra di loro, ognuno preso nei suoi problemi, dall’universitario al docente di ruolo. Nel tempo le divisioni sono state artificialmente acuite dalle stesse leggi che, agevolando alcune fasce rispetto ad altre, hanno finito per creare ulteriori fratture».

Ma i sindacati?

«Ormai il loro ruolo è poco più di centri di assistenza fiscale. Abbiamo sentito tante parole e tante promesse di mobilitazione, ma se siamo nella situazione attuale è anche perché nessuno fino ad ora è riuscito ad arginare la deriva della commercializzazione della formazione e della supplentite cronica. Così, venuta a mancare la rappresentanza, il cambiamento non potrà che partire spontaneamente dal basso. Dobbiamo fare fronte comune».

(ANSA/LUCA ZENNARO)

Quali sono i vostri prossimi progetti?

«Abbiamo già organizzato un primo flash mob per raccogliere le prime adesioni, ma siamo solo all’inizio. Stiamo organizzando una serie di incontri anche con altri movimenti, allo scopo di trovare una sintesi che ovviamente non sarà semplice, ma che è necessaria. Nel frattempo, abbiamo avviato una serie di gruppi di lavoro, cui ciascuno può aderire liberamente, su quattro macro-tematiche cruciali: la comunicazione, l’allargamento reti, le risorse e i documenti. Il nostro primo vero obiettivo concreto è quello di indire una manifestazione corale. Il Movimento ESP patrocinerà l’evento, senza però accentrarlo su di sé. Precari, studenti, laureati: tutti sono chiamati a raccolta per chiedere, finalmente, un cambio di passo serio e coerente».

L’appuntamento, in autunno, è ancora da fissare. Nel frattempo il gioco dell’oca della scuola continua a rimandare tutti al punto di partenza, senza nemmeno passare dal Via!. Sarebbe bello se al fianco di chi lotta per la dignità del proprio lavoro ci fosse anche chiunque creda in un futuro migliore per le prossime generazioni. Di insegnanti ma anche e soprattutto di giovani e studenti, prime vittime sacrificali di un sistema che appone l’etichetta del prezzo ovunque riesca, sui maglioncini di cachemire come sull’educazione.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/ANGELO CARCONI