La “sindrome di Alice”, un disturbo legato all’emicrania che potrebbe aver ispirato il romanzo di Lewis Carroll

Sulle origini di Alice nel paese delle meraviglie si sono dette davvero moltissime cose. Frutto della fantasia di Charles Lutwidge Dodgson, il matematico che amava raccontare storie ai bambini nato 182 anni fa, le avventure di Alice nacquero grazie alla figlia del preside del Christ Church College di Oxford dove Dodgson – che poi sarebbe passato alla storia come Lewis Carroll da uno pseudonimo creato da lui stesso mescolando i suoi due nomi e mescolando inglese e latino – che si chiamava per l’appunto Alice e che, insieme ai suoi fratelli, amava ascoltare le storie che quel professore riservato ma pieno di fantasia raccontava loro. Alice Liddell, una volta diventata adulta, avrebbe raccontato che un giorno d’estate del 1962 in barca con il professor Carroll, i fratellini e un collega di quest’ultimo avrebbe implorato che le venisse raccontata una storia, storia che fu messa per iscritto a Natale, “come regalo a una cara bambina in memoria di un giorno d’estate“.

Naturalmente, la complessità del testo, che è ricco di giochi di parole e filastrocche, riferimenti letterari ed enigmi matematici, ne fa un libro per bambini davvero particolare che affascina da decenni anche gli adulti, forse persino di più: è una di quelle favole che generalmente viene riscoperta da “grandi”, quando si riescono a cogliere strati di narrazione che a 7 anni tendono a sfuggire da davanti agli occhi. Alice in Wonderland è considerato un “capolavoro nonsense”, il Paese della meraviglie è un mondo alla rovescia, la bambina caduta nella tana del coniglio si trova ad essere coinvolta in un gioco che non capisce, proprio come tutti gli adolescenti di questo mondo che devono affrontare l’ingresso nel mondo dei grandi. La dimensione onirica è molto forte, e l’autore usa spesso quella che potremmo definire “grammatica dell’inconscio”, ma soprattutto – e qui arriviamo al nocciolo della questione – la protagonista è spesso descritta mentre assume un funghetto “magico”, che le permette di cambiare dimensione. Questo ha dato ovviamente adito a numerose critiche nel corso degli anni: Alice ingerisce del muscimolo, un alcaloide isossazolico presente nell’amanita muscaria e nell’amanita pantherina che, insieme all’acido ibotenico, è il principale responsabile degli effetti psicoattivi che hanno questi funghi. A livello letterario queste descrizioni possono essere interpretate come metafore dei cambiamenti che avvengono durante il passaggio alla vita adulta ma non pochi hanno contestato la presenza di fumo e droga nel capolavoro di Carroll

Una nuova teoria, però, più recente, dà un’altra possibile spiegazione alla scelta dell’autore di inserire rapidi cambiamenti di dimensioni della sua protagonista nel suo romanzo. 

Nel 1955 lo psichiatra inglese John Todd ha descritto una sindrome perlopiù infantile causante episodi di micropsia e macropsia, vale a dire una percezione alterata delle dimensioni del proprio corpo e dello spazio circostante. La sindrome è stata chiamata appunto Alice in Wonderland Syndrome, AIWS (alcuni in ambito clinico la definiscono anche sindrome di Todd) perché i pazienti che ne sono affetti “subiscono” le stesse modificazioni corporee – almeno a livello percettivo – di Alice nella celebre fiaba, il cui corpo cambiava in relazione all’assunzione di particolari cibi o bevande.  Nello specifico, Todd per primo etichetta le stravaganti vicissitudini percettive di Alice con i termini tecnici di “metamorfopsia, iperschemazia, iposchemazia, derealizzazione, depersonalizzazione, dualità somatopsichica, macropsia, micropsia, teleopsia, pelopsia, sensazioni illusorie di levitazione, distorsioni uditive dei suoni e alterazione nella percezione dello scorrimento del tempo”.

La sindrome di Alice e le origini di Wonderland

La AIWS è un disturbo che colpisce le aree parietali e occipitali del cervello e gli scienziati ipotizzano che si presenti in seguito a episodi di forte emicrania, crisi epilettiche e infezioni virali come la mononucleosi. Essendo che lo stesso Carroll soffriva di forti emicranie si è avanzata l’ipotesi che alle origini del racconto dell’autore ci fossero episodi di AIWS forse subiti da bambino. 

Una teoria che viene smentita da Ilaria Cremaschini, presidente della Lewis Carroll Society d’Italia, che intervistata da Il Mondo spiega: «la Alice in Wonderland Syndrome è una serie di sintomi collegati alla distorsione della percezione e prende il nome da Alice in quanto in diversi passaggi del romanzo la protagonista “cambia” dimensione ma non è dimostrato che ne soffrisse Carroll in persona. Ci sono molte speculazioni sulle pagine mancanti dei diari di Carroll in merito al fatto che il dottor Todd sostenga la tesi per cui, alcuni dei mal di testa descritti da Carroll nei suoi diari, potessero essere sintomi della sindrome da lui teorizzata. Molti biografi tuttavia non credono alla versione per cui l’autore soffrisse di questa malattia, così come non credono al fatto che fosse a conoscenza delle conseguenze allucinogene dell’uso di Amanite Muscaria. Personalmente faccio parte del gruppo di persone che non cercano nei diari di Carroll delle ragioni chiare su come sia nata questa storia. Sono fedele all’idea che abbia attinto da molte cose che conosceva sì, ma anche allo spirito giocoso e infantile del no sense che metteva anche nelle sue lettere».

Sono molte le teorie sulla AIWS, che essendo un disturbo che si manifesta soprattutto in età evolutiva è piuttosto difficoltoso da studiare. Sulla base dei dati raccolti fino a oggi si ipotizza che la sindrome sia “determinata da un’anomala attività a livello dei circuiti cerebrali coinvolti nel mantenimento di una rappresentazione costante delle dimensioni del proprio corpo rispetto allo spazio circostante”. In psichiatria si sono fatte ipotesi sul fatto che ci sia un’associazione tra l’AIWS e i disturbi depressivi maggiori. Altri autori hanno evidenziato invece delle analogie con i sintomi psicotici e si è arrivati a ipotizzare che tanto la schizofrenia quanto il disturbo schizoaffettivo possano accompagnarsi alla sindrome. Ma ci sarebbero anche dei medicinali che potrebbero causare questa distorsione allucinogena sopra certi dosaggi, come il destrometorfano, usato per curare la tosse, e l’oseltamivir, usato per certi tipi di influenza. 

Ci sono diversi modi in cui la sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie si manifesta, una costellazione di sintomi composta da alcuni cardine e altri che appaiono sono in casi molto rari. Generalmente la sindrome si manifesta con brevi episodi – la brevità può andare da alcuni secondi a pochi minuti – durante i quali il paziente sperimenta distorsioni del reale, con distruzione dell’immagine visiva, dello schema corporeo, dello spazio o anche del tempo e della relazione spaziotemporale con la propria figura. Riconoscere questa patologia è fondamentale per escludere patologie più gravi che ne condividono alcune manifestazioni (per esempio è possibile riscontrare sintomi di AIWS in pazienti con danno cerebrale causato da ictus), ma non facile: la letteratura conta tutto sommato poche testimonianze di AIWS

È una sindrome considerata rara, la cui diagnosi avviene perlopiù per anamnesi del paziente ma manca un’identificazione precisa a causa della carenza di criteri diagnostici condivisi. In generale è una sindrome considerata “transitoria” e dunque “benigna”. 

Non abbiamo la certezza che Carroll effettivamente ne soffrisse, perché come dicevamo ci sono molte indiscrezioni circa le parti mancanti dei suoi diari. La rassomiglianza tra i sintomi della AIWS e le “allucinazioni” – che potrebbero essere solo letteratura del nosense – di Alice sono evidenti ma potrebbero essere anche casuali. Non è la prima volta d’altronde che disturbi psicologici prendono il nome da fiabe o personaggi fiabeschi, e nel chiedersi se è nato prima l’uno o l’altro ci si ritrova nello stesso stallo del celebre “l’uovo o la gallina”. 

Fiabe e disturbi psicologici

La AIWS non è il primo caso di disturbo a cui viene “assegnata” una fiaba, dunque. Vediamone qualche altro. 

La sindrome di Peter Pan

Benché non riconosciuta ufficialmente dall’Oms è stata dimostrata da diversi studi. Viene chiamata anche nanotenia psichica e descrive la situazione psicologica di una persona che rifiuta o è incapace di diventare adulta, nel senso più ampio dell’assumersi delle responsabilità. È una condizione patologica: il soggetto rifiuta di operare nel mondo degli adulti, lo ritiene ostile, si rifugia in comportamenti, regole (o nella loro sregolatezza) infantili per sfuggirvi. 

La sindrome di Wendy

Colpisce perlopiù il genere femminile ma non solo: descrive quella situazione in cui, in una relazione romantica, una delle due parti assume il ruolo della “madre”, chioccia e protettiva, pronta a coccolare il partner – tendenzialmente colpito dalla sindrome di Peter Pan. 

La sindrome della Bella Addormentata

È nota come Sindrome di Klene-Levin ed è un disturbo neurologico molto raro caratterizzato da ipersonnie ricorrenti e fame patologica che influenzano notevolmente anche la personalità causando spesso dei bruschi cambiamenti d’umore. 

La sindrome di Raperonzolo

Disturbo psichiatrico che porta le vittime a mangiare i propri capelli fino a che questi non vanno a creare una massa negli organi dell’apparato digestivo. Bisogna intervenire in fretta perché è molto pericoloso per la salute: la massa può svilupparsi fino a perforare gli organi. 

La sindrome di Cenerentola

Qui siamo in presenza di un disturbo psicologico, che prende il nome da un saggio pubblicato nel 1981 da Collette Dowling e intitolato “Il complesso di Cenerentola: la segreta paura delle donne di essere indipendenti”. Si verifica quando una donna sente il bisogno perenne – e spesso inconscio – di avere qualcuno che la protegga e si prenda cura di lei, al punto da essere disposta ad abbandonare qualunque passione o attività. 

La sindrome di Pinocchio

Ultimo ma non per importanza, l’Effetto Pinocchio: sintomo di un disturbo psicologico che in gergo potremmo definire “del bugiardo patologico”. In questo caso la persona che mente è dipendente dalle sostanze chimiche che vengono rilasciate dal corpo quando si dice una bugia, le catecolamine, che provocano l’infiammazione delle narici a causa dell’aumento della pressione sanguigna. Il bugiardo perciò tende a strofinare ripetutamente il naso: che gli si ingrossa, proprio come quello di Pinocchio.

di: Micaela FERRARO

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