Roma si prepara ad accogliere 35 milioni di pellegrini in marcia verso l’indulgenza plenaria del Giubileo. Lungo la Via Pulchritudinis, chi cerca la bellezza trova la speranza

«Questo mondo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini, è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione». Anche Papa Paolo VI, in chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II (1965) passato alla storia come il Concilio della seconda Riforma cattolica, indicava con passione la Via Pulchritudinis verso la fede. Lo aveva detto persino il giovane Ippolitdi Fëdor Dostoevskij: «il principe ci assicura che la bellezza salverà il mondo!». È (anche) in questa chiave che Roma si appresta a imbandire – a subire, ma anche a papparsi – il Giubileo della Speranza 2025, consapevole che a volte la grandezza di Dio ha bisogno di un po’ di zucchero per farsi apprezzare.

Ricorre il 28esimo appuntamento con l’Anno Santo, se si considerano solo i Giubilei ordinari, indetti per ricorrenza, e non anche quelli straordinari, tenutisi per varie occasioni e con durata variabile, che sono stati molti di più, 95. Lo stesso intervallo fissato tra un Anno Santo ordinario e l’altro è cambiato nel tempo (oggi la cadenza è ogni 25 anni). Furono proprio i romani i primi a chiedere a papa Clemente VI, con una petizione, di far intercorrere il Giubileo ogni 50 anni anziché 100. Oggi l’impatto di 35 – trentacinque – milioni di persone in una città già complessa viene accolto con altrettanto entusiasmo dagli operatori turistici ma con qualche scetticismo in più nella popolazione residente. Lasciamo a loro il dibattito sulle 105 milioni di presenze previste nel 2025, sull’adeguatezza dei posti letto offerti dalla Capitale, sulle ripercussioni che subirà il mercato immobiliare. Un largo e coprente velo pietoso va steso anche sul peccato di tracotanza dei cantieri che, allo scopo di ammodernare, decongestionare e collegare città, finiscono puntualmente per ingolfarla, logorarla e intrappolarla. È forse anche per incoraggiare gli abitanti della Capitale a resistere con la solita pazienza rassegnata che Bergoglio ha indetto il Giubileo con una Bolla dedicata alla speranza, prendendo in prestito le parole dalla lettera di San Paolo ai romani: «spes non confundit», «la speranza non delude». Speranza e bellezza dunque, è questo il manifesto dell’Anno Santo che verrà a rimettere i peccati dei fedeli, portando in scena centenarie cerimonie e ritualità giubilari.

Si comincia, di rito, dall’apertura delle Porte Sante. In tutta Roma ce ne sono quattro nelle altrettante basiliche maggiori: San Giovanniin Laterano, San Paolo fuori le mura e Santa Maria Maggiore, oltre ovviamente a San Pietro, la prima ad aprire le porte ad una nuova salvezza per i fedeli il 24 dicembre, l’ultima a chiudere il 6 gennaio 2026. In via eccezionale, il Papa ha espresso la volontà di aprire una Porta Santa extra nel carcere romano di Rebibbia, una novità assoluta “per offrire ai detenuti un segno concreto di vicinanza”. I fedeli che arriveranno nella Capitale per ottenere l’indulgenza potranno cimentarsi in diversi percorsi di pellegrinaggio, un’altra ritualità di profondissima valenza religiosa oltre che il modo più autentico di scoprire – nell’accezione latina di “invenire”, letteralmente trovare, imbattersi – bellezza e speranza disseminate. Tra i percorsi più famosi c’è il Pellegrinaggio delle 7 Chiese di Roma, battuto per la prima volta da San Filippo Neri. Le sue tappe si snodano per 25 chilometri e comprendono le quattro Porte Sante, San Lorenzo fuori le mura, Santa Croce in Gerusalemme e San Sebastiano fuori le mura, lungo un percorso che sanpietrino dopo sanpietrino riporta i cristiani nelle catacombe in cui si nascondevano i loro avi, nelle campagne romane da cui si levavano timidi i primi canti a Dio, nelle chiese che, per non dare nell’occhio, sorgevano di soppiatto ai confini della città.

Si tratta, per Francesco, del secondo Giubileo: il primo lo indisse lui stesso nel 2016, proprio in omaggio a quella medesima Seconda Riforma Cattolica (fu l’unico della storia alla presenza di due Papi). Per Bergoglio, fresco di Pontificato, fu un plauso allo spirito di riformismo e apertura della Chiesa che, negli anni Sessanta, si era affacciata fuori dal Palazzo compiendo lunghi passi, dalla modernizzazione delle liturgie al principio della contestualizzazione nell’interpretazione delle scritture. Crediti: ANSA

Ogni Giubileo della storia si è contraddistinto in base alle specifiche direttive pontificie del tempo, a volte indirizzate al rigore e alla povertà, altre spiccatamente orientate al mecenatismo, altre ancora cavalcando l’ambizione di un popolo che sarebbe stato “grandemente sollevato”, o così prometteva Papa Gregorio XIII nel 1575. Quest’anno a sollevare la popolazione non saranno i cantieri sulle reti infrastrutturali né l’apertura straordinaria delle Porte del Signore; ci proverà invece la solita bellezza. Gli appuntamenti con l’arte e la cultura, inutile dirlo, compileranno un calendario fittissimo per cui non un solo giorno del 2025 scorrerà senza almeno un focolare di speranza acceso per i pellegrini. Un interessante percorso interpretativo del messaggio di questo Giubileo lo ha tracciato il Vaticano stesso nella rassegna Cieli Aperti, una serie espositiva ragionata che approfondisce il tema della speranza e ci indica la Via Pulchritudinis. Con essa inaugura anche il Polo del Museo del Corso nella via più esclusiva della Capitale, tra Palazzo Sciarra Colonna (un tempo noto come “una delle quattro meraviglie di Roma”) e Palazzo Cipolla. Qui, oltre alle collezioni permanenti private finalmente accessibili al pubblico, sarà esposto fino al 27 gennaio 2025 la Crocifissione Bianca di Marc Chagall. L’Art Institute of Chicago “presta” per la prima volta a Roma il quadro preferito di Bergoglio,come da lui dichiarato tempo fa. Il pittore russo di origini ebraiche dipinse questa Crocifissione pregna del dolore del mistero divino nel 1938, gli occhi freschi di pogrom e della Kristallnacht. Il quadro rappresenta un simbolo potentissimo di comunione e fratellanza dei popoli, con l’ebraismo e il cristianesimo che si saldano nella disperazione delle madri del ghetto e nella distruzione delle fiamme, e Cristo che assurge a mediatore tra la tradizione giudaica, cui apparteneva, e quella cristiana, che ha inaugurato. Sempre in via del Corso, nella Chiesa di San Marcello, il Vaticano ha voluto anche il magnetico Cristo di San Giovanni della Croce di Salvador Dalì, esposto per la prima volta accanto al disegno-reliquia del poeta spagnolo San Giovanni della Croce che ispirò il surrealista. Il mistico carmelitano aveva abbozzato lo stesso Cristo apparsogli in una visione estatica (fu il suo unico e ultimo disegno), con una prospettiva innovativa che Dalì, turbato e commosso, ha esasperato: il Cristo è inquadrato dall’alto, come se lo spettatore lo osservasse seduto accanto al Dio Padre, la pelle luminosa contro lo sfondo scurissimo e denso, nessun martirio sul corpo: ecco la meraviglia che ascende e porta speranza. Nell’autunno del 2023 a piazza Navona era stato il turno di El Greco, icona del Rinascimento spagnolo. Geniale, poliedrico, religiosissimo, anche El Greco ripete ai pellegrini che “spes non confundit”: lo fa il Cristo abbracciato alla Croce, il corpo emaciato ma nessuna fatica negli occhi lucidi, rivolti al cielo e immuni alla fatica della Croce, che sembra non pesare affatto.

Cantieri di ristrutturazione su Ponte Sant’Angelo in vista del Giubileo 2025. Crediti: ANSA/FABIO FRUSTACI

Nel 1995, riflettendo sul venturo Giubileo del 2000 che non avrebbe poi visto, il giornalista Antonio Cederna, padre della tutela ambientale italiana, ricordava le esperienze epifaniche di Johann Wolfgang von Goethe a Roma per la prima volta ho raggiunto la felicità e la ragione») e di Jacques-Louis David (il pittore francese dichiarò che lo spettacolo di Roma lo aveva fatto guarire dalla cataratta): «auguriamoci che qualche pellegrino nel 2000 provi qualcosa del genere». Se questa è la sfida, Roma è già pronta. Lo è anche chi maldestramente si cimenta nell’ostico compito di prepararla?