Non solo Campi Flegrei: il fenomeno del bradisismo spaventa diverse zone del mondo. Ma di cosa si tratta e perché il movimento sismico è più preoccupante della risalita del magma?
Bradisismo è un termine antico, come antiche sono le cause e gli effetti che il movimento del terreno in un’area vulcanica scatena. Contrariamente a quanto generalmente accade, ma non così sorprendentemente come si potrebbe pensare, conoscere approfonditamente un evento geologico di questo tipo non basta a evitarlo e spesso nemmeno ad arginarlo. Lo dimostrano le notizie che arrivano sempre più frequentemente dalla zona dei Campi Flegrei, a Ovest di Napoli, tra la collina di Posillipo e il Golfo. Una spiegazione al bradisismo è già racchiusa nel suo nome, termine che deriva dal greco “bradys”, “lento” e “seismòs”, “scossa”. Letteralmente “movimento lento del suolo”, il bradisismo altro non è se non un fenomeno di innalzamento e abbassamento del terreno generato dall’aumento o dalla diminuzione della pressione negli strati di roccia più superficiali (qualche chilometro, in linea di massima). Questo aumento di pressione può avere due cause: una intrusione di magma a bassa profondità nei serbatoi più profondi; oppure il riscaldamento degli acquiferi superficiali, causato a sua volta dal gas più caldo che viene emanato dal magma. Quest’ultimo caso scatena un fenomeno riconducibile a quello della pentola a pressione: l’acqua si scalda e produce un vapore tale da far aumentare il volume dell’aria e “fischiare” il coperchio. Come dicevamo, non si tratta di un fenomeno nuovo: l’area dei Campi Flegrei è attiva da 80mila anni e comprende circa 40 centri vulcanici. Il suo nome letteralmente significa “campi in fiamme” e già Virgilio nell’Eneide scriveva che il lago di Averno, che sorge in questa zona, doveva essere “la porta d’ingresso per gli inferi”. Una storia geologica lunga e turbolenta perché, per quanto il Vesuvio sia molto più attivo, la caldera dei Campi Flegrei ha una potenza più distruttiva ancora: ogni volta che le esalazioni si intensificano e poi “scaricano” creano delle fratture nel terreno, acuite dal fatto che la pressione nel sottosuolo può diventare così forte da generare terremoti. L’aumento della sismicità è il campanello d’allarme più forte e si verifica ogni volta che inizia una nuova fase di “sollevamento” della caldera; quella attuale si è manifestata a partire dal 2005 ma non era certo la prima. Nel 1503, per esempio, la costa di Pozzuoli si sollevò al punto che il viceré spagnolo emise un editto e concesse la proprietà di nuovi appezzamenti emersi alla città; durante la crisi del 1982-1984 il terreno si è sollevato di tre metri in due anni. È difficile anche per gli esperti concordare sulla causa scatenante del bradisismo o sulle sue tempistiche ma ciò che è chiaro è che a una fase ascendente del terreno dovrà sempre seguirne una discendente. Il problema di base è che non si sa né quanto durerà né quanti danni potrà fare nel frattempo.
Tutto su La porta dell’Inferno
Se a livello nazionale è la situazione in Campania a preoccupare di più (secondo i dati dell’osservatorio vesuviano dell’INGV, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, dall’inizio del 2024 è stata registrata una velocità di sollevamento di due centimetri al mese) non significa che questa sia l’unica zona, né in Italia né tantomeno nel mondo, in cui si verifica il fenomeno del bradisismo. Come dicevano, si tratta di uno smottamento del terreno tipico di alcune zone vulcaniche specifiche, le caldere, vale a dire depressioni circolari che si formano quando la camera magmatica che contiene la roccia fusa sotto un vulcano si svuota provocando il collasso del terreno, non più sostenuto dalla pressione del magma. Un altro esempio tutto nostrano si trova sui Colli Albani, circa 20 chilometri a Sud di Roma. Questa struttura è la più meridionale di una catena di vulcani sviluppatasi lungo la costa tirrenica del Lazio nell’arco di due milioni di anni. Le fasi di inattività qui sono state molto lunghe ma la morfologia dell’apparato ricorda quella del monte Somma (il vulcano responsabile per esempio dell’eruzione del 79 d.C. a Pompei, che oggi si intravede sotto la forma conica del Vesuvio): un bordo racchiude un’area pianeggiante del diametro di circa 8 chilometri e all’interno dello stesso sorge un altro vulcano. L’attività vulcanica più attiva in questa zona ha formato il bordo esterno dei monti Tuscolani e dell’Artemisio, mentre all’interno della struttura c’è il vulcano più recente, il “cono delle Faete”, che degrada verso Sud-Ovest e viene interrotto dai crateri all’interno dei quali oggi si trovano il lago di Albano e quello di Nemi. I Colli Albani sono quiescenti, ma presentano evidenze di attività sismica e idrotermale. L’ultima eruzione si è verificata 600 mila anni fa ed è durata la bellezza di 580 mila anni.



Sulla superficie terrestre si trovano circa 10 grandi caldere considerate supervulcani, che si presuppone si siano generate da un punto molto caldo (magmatico) situato a grande profondità sotto di esse. Il nome potrebbe indurre all’errore: non si tratta di edifici vulcani visibili ma al loro interno ci sono crateri più o meno formati alimentati da un vulcano secondario. È qui che si verificano fenomeni come geyser, fumarole e sorgenti termali. Una di queste caldere attive si trova in Papua Nuova Guinea, nella Nuova Britannia. Il caso dell’eruzione di Rabaul, avvenuta nel 1994, è stato a lungo studiato proprio in relazione a quanto sta avvenendo nei Campi Flegrei. Gli scenari pre-eruttivi del vulcano Tavurvur sono diventati un modello di studio che ha influenzato notevolmente la valutazione della pericolosità sismica-vulcanica di un territorio bradisismico. Il nome Rabaul deriva dalla città rasa al suolo dall’eruzione del ‘94, quando il Tavurvur e un’altra delle molte bocche eruttive della caldera – chiamata Vulcano – esplosero simultaneamente. In quell’occasione gli abitanti abbandonarono Rabaul e il capoluogo della Nuova Britannia Orientale venne spostato a Kokopo. Non era la prima volta e non sarebbe stata neanche l’ultima: nel 1937 Vulcano e Tavurvur avevano eruttato nello stesso momento uccidendo 507 persone e altri episodi si verificarono nel 2006 e nel 2009. L’attività sismica è ancora in corso. Da citare anche la caldera della Long Valley nella Sierra Nevada, in California. Qui il supervulcano si estende per 20 miglia di lunghezza e 11 di larghezza e ha un cratere profondo tremila piedi. È rimasto inattivo per centinaia di migliaia di anni, però non ha mai smesso di preoccupare gli esperti: il terreno ha subìto un innalzamento di circa 80 centimetri tra il 1979 e il 2000 e gli scienziati temono che possa verificarsi un “risveglio”. Sono infatti emersi ruscelli e sorgenti termali, precursori di attività vulcanica intensa. Gli altri supervulcani conosciuti al mondo sono quello di Yellowstone nel Wyoming (USA), il Lago Toba in Indonesia, il Lago Taupo in Nuova Zelanda, e La Pacana Caldera in Cile. Quando questi vulcani giganteschi eruttano hanno una portata devastante per la vita sulla Terra, non solo per la fuoriuscita di magma ed esalazioni mortali ma anche per i terremoti che ne seguono. La difficoltà maggiore è nell’immaginare una soluzione: la più immediata è, ovviamente, l’evacuazione. Ma non sempre è possibile metterla in atto: allora si studiano piani di emergenza che vengono rincorsi, modificati, criticati e valorizzati di anno in anno, di Governo in Governo. Intanto le persone aspettano e pregano sempre per il meglio. Ma se la buona sorte non dovesse bastare più?
Creazione e distruzione: La Terra che si muove