Non un ritorno ma una riscoperta: da oltre un secolo lo sport ispira la moda. I nuovi trend guardano a tennis, calcio e Olimpiadi. Fino al prossimo…

Il tenniscore è nato con Zendaya? No: il tenniscore – e qualsiasi altro sport-core – è sempre esistito perché lo sport non fa bene solo a corpo e mente, ma anche allo stile.

Per chi recentemente non si fosse fatto un giro sui principali social network – TikTok in primis -, il suffisso “core” (dall’inglese in senso figurato “nucleo, parte centrale” e dal francese “cuore”) nell’ambito dell’estetica indica il tema principale attorno al quale ruota uno stile. Abiti, scarpe, accessori, make-up, acconciature e, a volte, stile di vita, nulla viene lasciato al caso e ogni minimo dettaglio è curato per richiamare immediatamente all’“aesthetic” prescelta. Tutto contribuisce a creare una aesthetic: si deve a Donna Tartt e al suo The Secret History (Dio di illusioni) la Dark Academia; si deve alla bambola più famosa del mondo – e al film di Greta Gerwig che l’ha resa di nuovo popolare – il Barbie-core; a star come Greta Garbo, Katharine Hepburn, Marlene Dietrich, Ava Gardner e Judy Garland strizza invece l’occhio lo stile à la Old Hollywood. Anche lo sport, più spesso di quanto si possa pensare, detta regole non tanto in passerella quanto in strada, la vera cartina al tornasole della moda.

Il grande schermo e il ritorno in grande stile

Dicevamo: no, il tenniscore non è nato con Zendaya. All’attrice, modella, cantante, ballerina, idolo della Gen Z e chi-più-ne-ha-più-ne-metta statunitense, tuttavia, va dato un grande merito: aver riportato al grande pubblico – grazie al film Challengers di Luca Guadagnino, interpretato insieme ai colleghi Josh O’Connor e Mike Faist – uno stile, quello appunto ispirato ai campi da tennis, che in realtà è sempre esistito, evolvendosi, presente negli ambienti più aristocratici come in quelli più “popolari”, in linea con tutti i cambiamenti sociali, tecnologici, politici e di costume dell’ultimo secolo e passa. Certo, al ritorno in auge hanno contribuito – ben prima di Zendaya – i grandi campioni internazionali che hanno dominato la scena negli ultimi 20 anni, conosciuti anche alle orecchie di chi con una racchetta proprio non va d’accordo: le sorelle Serena e Venus Williams, Marija Šarapova, Rafael Nadal, Roger Federer… Se poi a questi nomi aggiungiamo quelli che a tennis non giocano o giocano solo per diletto ma non mancano mai sugli spalti dello Stade Roland Garros, del Flushing Meadows, del Melbourne Park o di Wimbledon – durante l’edizione del 2024 del torneo inglese sono stati avvistati David Beckham, Golda Rosheuvel, Lucy Boynton, Poppy Delevingne, Amelia ed Eliza Spencer, Dave Grohl (in un inedito look), Grace Jones, James Blunt, Keira Knightley, Sienna Miller e molti altri -, beh, il gioco è fatto: è moda.

Ancora prima di cominciare, dunque, l’estate del 2024 è stata segnata da un grande e graditissimo ritorno di look sportivi, minimali ma eleganti, tessuti di qualità, gonne a pieghe plissé, polo da uomo e da donna, visiere, sneakers e calzettoni, minidress, cardigan dall’aria retrò; una serie di elementi che definiscono il cosiddetto tenniscore ma che cavalcano l’onda di uno stile Athleisure amato già da molto tempo e da un riscoperto Quiet Luxury (letteralmente, lusso discreto) che mette al bando colori e fantasie sgargianti, loghi troppo visibili, linee troppo strutturate. Nulla di nuovo, tutto da rispolverare e reinventare per i tempi moderni, a partire da quei capi iconici che noi tutti conosciamo, possediamo, indossiamo, senza sapere forse quanto hanno segnato i cambiamenti della nostra società.

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Dal polo al tennis al guardaroba

Tennis uguale Lacoste. In un’immaginaria rassegna dei capi più iconici nel mondo del tennis non si può non iniziare parlando della polo, maglia ormai presente nel guardaroba di tutto il mondo occidentale, e non solo, la cui origine va ricercata nel periodo coloniale inglese. Il nome, polo, fa infatti riferimento allo sport del polo, disciplina equestre a squadre che si presume sia nata in Asia centrale come naturale evoluzione dell’addestramento della cavalleria – la prima partita di cui si ha testimonianza fu giocata nel 600 a.C. fra turcomanni e persiani – per poi diffondersi in India e da lì, grazie agli ufficiali inglesi di stanza nelle colonie, in Inghilterra dove nel 1859 viene fondato il primo Polo Club. Già allora i giocatori di polo erano soliti indossare casacche di cotone caratterizzate da colletti abbottonati e maniche lunghe, un capo d’abbigliamento sportivo che, dal suo arrivo in Europa, per opera di due personaggi diversi, riesce a farsi strada in ambito sportivo e non.
È John Brooks – uno dei quattro figli di Henry Sands Brooks, fondatore di H. & D. H. Brooks & Co. poi diventata Brooks Brothers, il più antico produttore d’abbigliamento statunitense – a notare per primo, durante un viaggio in terra inglese alla fine dell’Ottocento, il particolare colletto delle maglie utilizzate dai giocatori di polo, fissato da due piccoli bottoni sulle punte per evitare che svolazzi. Una volta tornato negli Stati Uniti decide di applicare alle sue camicie lo stesso stratagemma, creando quella che oggi conosciamo come camicia button-down e, in una sua variazione, la polo shirt. Pochi anni dopo anche il tennista francese René Lacoste nota il dettaglio del colletto: se fino all’inizio del XX secolo il tennis veniva praticato dagli uomini in giacca e cravatta, infatti, nel 1926 l’atleta si presenta in campo con una t-shirt (che lui chiamava “jersey petit piqué”) da lui progettata, ispirata proprio alla maglia da polo, e l’anno dopo la abbellisce con lo stemma di un coccodrillo, disegnato da Robert George ispirandosi al suo soprannome, “Le Crocodile”. Una volta ritiratosi, nel 1933, insieme all’amico André Gillier, inizia a commercializzare il “modello 1212” dando vita al marchio Lacoste: l’obiettivo era creare un capo sportivo per gli atleti, comodo ma funzionale, unendo le migliori caratteristiche di camicie e t-shirt; il risultato è una maglia a maniche corte che ritrova l’eleganza della camicia nel colletto a coste chiuso da tre bottoni. Quel primo modello poi viene replicato, nei decenni, in altri formati e colori (rivolgendosi anche ad altri sport, come il golf, grazie all’influenza della golfista Simone de La Chaume, moglie di Lacoste, tanto che ancora oggi la polo è detta maglietta da tennis o da golf) e accompagnato da molti altri capi sportivi e casual, fino a rendere Lacoste un marchio internazionale presente sui campi da tennis nonché oggi brand simbolo dello stile Old Money (altra aesthetic promossa dai social network).

La polo Lacoste ancora sui campi da tennis. Crediti: John Patrick Fletcher/Action Plus Sports via ZUMA Press Wire

Dopo l’intervento lungimirante di Brooks e Lacoste, altri due nomi definiscono la storia e il fascino della polo. Nel 1952 Fred Perry, campione inglese di tennis e tennistavolo, lasciata la carriera sportiva decide di seguire l’esempio di Lacoste e lancia una sua linea di magliette polo in cotone piqué dal taglio aderente. A differenza del corrispettivo francese, che nel tempo proporrà la polo in colori sgargianti e pastello, il marchio Fred Perry si caratterizza per linee pulite e colori sobri, nonché per la corona d’allora ricamata (e non cucita come il coccodrillo) sulla parte sinistra del petto. Negli anni Sessanta la polo Fred Perry conquista il cuore della Gran Bretagna e diventa il capo simbolo delle subculture che abitano Londra, il “mod” (abbreviativo di modernism) e gli skinhead tra tutte, allontanandosi da quei campi da gioco in cui era nata.
Torna, invece, ai campi da gioco “originali” la mente di Ralph Lauren, nato Ralph Lifschitz, stilista statunitense che nel 1972 lancia la sua prima collezione donna rivisitando una collezione di camicie di taglio maschile: la polo è il cuore di una linea che verrà chiamata Polo Ralph Lauren e che avrà come logo proprio un giocatore di polo a cavallo con il bastone alzato in posizione di attacco.

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Come le migliori creazioni della mente umana, la polo non è rimasta chiusa nei confini del suo primo ambito d’uso ma ha saputo mostrare tutta la sua versatilità, diventando un capo iconico, sfaccettato, elegante e allo stesso tempo casual, replicato fino a diventare un bene che non conosce discriminazione. Chi, del resto, non ha mai posseduto una polo?

«Lo “sportcore” c’è nel business, dove si vedono sempre più sneakers e sempre meno cravatte – spiega Angelica Montagna, giornalista, consulente di comunicazione e autrice del libro “Corso di gentilezza. Buone norme di comportamento” (ed. Grafica EFFE 2, 2021) -. Secondo me, una bella polo, magari di un brand importante, se portata con eleganza e buon gusto, è un dress code consono. Pensiamo al film “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica, l’eleganza di questi ragazzi che giocano a tennis: questo è perfetto. Un pantalone a sigaretta, una giacca, magari un Rolex al polso, la polo e le sneakers compongono un look di classe. Ovviamente non deve mancare la pulizia, di animo e di linguaggio. Che fa comunque passare in secondo piano qualsiasi cosa si indossi. Se parliamo dell’ambito scolastico, invece, c’è troppo un “misto mare” di abbigliamento, che va dalla marca extralusso all’usato. A scuola trovo che sarebbe necessario ripristinare una sorta di divisa, come lo era il grembiule alle Elementari di un tempo. Omologa tutti ma, allo stesso tempo dà il modo di identificarsi nella scuola, come accade in Inghilterra ed in USA. E garantisce uguaglianza, integrazione ed anche ordine. Oltre che del mio libro, mi è capitato di andare nelle scuole per parlare di “business étiquettes”, cioè su come presentarsi in ambito lavorativo. È stata proprio una richiesta degli insegnanti, perché non sapevano più come spiegare ai ragazzi che è necessario avere un abbigliamento consono alle varie occasioni d’uso, tra cui la scuola che è, di fatto, un trampolino verso il lavoro. Certo, la disciplina va condita con gentilezza, che rappresenta il rispetto per sé stessi ma anche per gli altri». 

Gonna da tennis: una storia femminista

Altro grande capo icona del tennis è, senza dubbio alcuno, la gonna a pieghe plissé. Come qualsiasi altro capo di abbigliamento femminile, la storia della sua evoluzione è legata a doppio filo alla storia delle rivendicazioni delle donne sui campi da gioco come nella società. Alla fine dell’Ottocento – e precisamente nel 1884 quando l’All-England Club di Wimbledon organizza la prima partita del campionato femminile -, infatti, la divisa delle tenniste era caratterizzata da gonne lunghe e bustini, colletti alti e maniche lunghe. Oggi è quasi scontato chiedersi come le atlete potessero muoversi in un tale abbigliamento ma le donne che allora se lo chiesero, e decisero di prendere provvedimenti in merito, attuarono una vera e propria rivoluzione di costume. La gonna da tennis, così, comincia ad accorciarsi centimetro dopo centimetro a partire dal 1905, quando May Sutton si presenta a Wimbledon scoprendo le caviglie e destando scalpore tra i giudici di gara, per non fermarsi più, raggiungendo le lunghezze che oggi noi tutti conosciamo. Nel 1919 la gonna di Suzanne Lenglen – detta non a caso “La Divina” – arriva a metà polpaccio (la sua mise, completa di braccia nude e fasce per capelli, lancerà lo stile flapper), il decennio successivo la gonna di Helen Wills si ferma al ginocchio e, soprattutto, è plissettata perché “in azione è la più comoda per la giocatrice e la più piacevole per chi la guarda” (l’arte del plissé risale all’antico Egitto mentre la plissettatura moderna risale al 1919 ad opera dello stilista spagnolo Mariano Fortuny: la gonna lunga plissettata Delphos sarà indossata da Eleonora Duse, Sarah Bernhardt, Peggy Guggenheim e Isadora Duncan; negli anni ‘50, invece, la francese Madame Grès vestirà plissé icone del calibro di Marlene Dietrich, Grace Kelly e Jacqueline Kennedy. L’ennesima prova di come tennis e moda hanno sempre camminato a braccetto). Negli anni ‘30 Helen Jacobs preferisce i pantaloncini (come già negli anni ‘20 Alice Marble) ma poco dopo lo stilista ed ex tennista Ted Tinling decide che è arrivato il momento di creare un abbigliamento da tennis per le donne che sia femminile e pratico: la sua più grande e contestata ambasciatrice sarà Gussie Moran che nel 1949 indossa un abito molto corto e, sotto, i primi shorts sotto gonna, in pizzo. È il punto di non ritorno: nei decenni successivi le gonne continuano ad accorciarsi ancora e lo shorts diventa un must, compaiono – non senza polemiche – i primi body, l’arrivo dei materiali sintetici rivoluziona il mondo dell’abbigliamento sportivo rendendolo più performante, le mise di tennisti e tenniste si fanno sempre più stravaganti (gli anni Ottanta e Novanta sono un tripudio di colori e fantasie) e nuovi modelli vengono disegnati e testati sui campi. 

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Se nell’arco di tutto il Novecento l’abbigliamento da tennis – e sportivo in generale – rappresenta per le donne un mezzo di emancipazione e autodeterminazione, man mano che il professionismo femminile diventa una realtà consolidata, tra la fine del secolo e l’inizio del Terzo Millennio la sensibilità sul tema cambia. La riscoperta del corpo femminile sui campi crea una doppia morale nella società dell’oggi: da una parte i completini sempre più corti, sempre più aderenti, sempre “meno” si fanno veicolo di una sessualizzazione a cui molte atlete dicono no (già negli anni ‘50 Moran dei suoi shorts di pizzo diceva: “mi sono accorta che l’attenzione si concentrava più sul mio sedere che sul mio rovescio”); dall’altra la femminilità, in tutte le sue forme, viene ancora molto spesso negata. Così quando nel 2018 Serena Williams, “la pantera di Compton”, si presenta sulla terra rossa del Roland Garros con quella che verrà ribattezzata “la tuta da catwoman” l’allora presidente della Fédération Française de Tennis, Bernard Giudicelli, la definisce “inappropriata e irrispettosa del gioco e del luogo”, non sapendo – o forse sapendo e decidendo di ignorare – che lo scopo della tuta super aderente, progettata da Nike appositamente per la campionessa, era quello di prevenire trombi e flebiti dopo i problemi di circolazione seguiti al parto. La tuta era stata considerata troppo fuori dagli schermi, troppo osé, e la dirigenza francese aveva tentato di vietarla nelle edizione successive: la polemica, cavalcata dallo sponsor tecnico della tennista – “You can take the superhero out of her costume, but you can never take away her superpowers” -, aveva diviso il mondo in una guerra vinta, neanche a dirlo, dalla stella del tennis che del suo corpo, del suo incredibile talento e del suo stile (segno distintivo: gonna a pieghe plissé) ha fatto solo armi vincenti. Del resto è proprio lei una delle artefici del ritorno del tenniscore, lei che proprio quest’anno in un’intervista ha dichiarato «lo stile del tennis si può indossare, e credo che oggi si veda sempre di più che si può indossare ovunque. […] Sono abiti davvero belli e comodi». Come darle torto.

Il bianco: questione di “classe”

Il Roland Garros non è l’unico campo dove viene richiesto – a giusta ragione o meno – un certo codice d’abbigliamento. È ormai cosa ben nota a tutti, infatti, che il Torneo di Wimbledon propone ai suoi partecipanti regole molto severe in merito a ciò che possono indossare o meno, in particolare una: i vestiti devono essere rigorosamente bianchi.
Questo codice risale precisamente al 1877, quando venne organizzato il primo torneo dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club; il perché ha poco a che fare con l’eleganza in sé quanto con l’eleganza che una certa classe sociale doveva mantenere a tutti i costi. Il lavoro, inteso come sforzo fisico, nonché tutto ciò che ad esso richiamava, era infatti considerato scandaloso per un certo ceto – quello aristocratico a cui anche la prima borghesia guardava -, sudare quindi era vietato. Dal momento che abiti di un colore diverso dal bianco avrebbero mostrato il sudore derivante dall’attività fisica, quindi, il club decise di imporre l’abbigliamento bianco, una “stranezza” divenuta negli anni una mania e poi una regola scritta arrivata fino al Terzo Millennio.
Certo, le eccezioni e le deroghe non sono mancate, a partire dall’imporsi del ruolo degli sponsor sull’abbigliamento tecnico degli atleti (per cui adesso sono concesse bande colorate di misure prestabilite e loghi, seppur piccoli), passando per motivi di carattere geopolitico (nel 2022 agli atleti venne concesso di indossare i colori della bandiera ucraina in solidarietà con il Paese in guerra con la Russia) fino ad arrivare a questioni di genere. Dopo le sentite proteste e le pressioni delle tenniste, infatti, nel 2023 il Board del Torneo ha modificato il regolamento concedendo alle atlete di indossare sotto le gonne shorts colorati medio-scuri che le possano coprire e proteggere nei giorni del ciclo mestruale. 

Scelto alla fine dell’Ottocento per motivi difficilmente applicabili ai giorni nostri, è indubbio che ancora oggi il bianco venga considerato il colore per eccellenza del tennis – e tutte le linee lanciate sull’onda del tenniscore lo dimostrano -, nonché un simbolo di eleganza nell’abbigliamento. Attenzione, tuttavia, a considerare l’eleganza uno status quo: è elegante, a volte, anche piegarsi ai tempi che cambiano, dimostrare di saper rispondere a richieste ed esigenze, non fossilizzarsi su vecchie tradizioni. Il bianco, sì, ma giovane, moderno, fresco. 

È scarpe-mania

Se dovessimo indicare uno dei prodotti simbolo della modernità novecentesca, non potremmo fare a meno di pensare alla plastica e alla gomma. È a quest’ultimo materiale che si deve, in modo particolare, uno dei prodotti che hanno fatto la storia dell’Italia e dello stile italiano nel mondo, prodotto che – convenientemente per i nostri scopi – si ispira proprio ai campi da tennis.
Nel 1925 – mentre Lacoste pensava alla jersey petit piqué come alternativa a giacca e cravatta – l’ingegnere e imprenditore Walter Martiny, che già all’inizio del secolo aveva fondato a Torino la sua fabbrica di produzione di articoli in gomma e gomma vulcanizzata (tecnologia inventata da Charles Goodyear), prendeva le scarpe della moglie tennista e creava qualcosa di rivoluzionario. Allora le scarpe da tennis erano in tela con suole di corda, Martiny prende un calco delle suole e le ricrea in gomma naturale, mantenendo l’effetto “a buccia d’arancia” della corda ma rendendole più resistenti e soprattutto antiscivolo. Così nasce la Superga 2750, scarpa pensata per il tennis, intitolata alla famosa Basilica torinese, che negli anni Settanta è al centro di intere linee del brand pensate per tutti gli sport ma che nello stesso decennio, e in quelli successivi, piace così tanto fino a guadagnarsi il titolo di “scarpa degli italiani”. A costo di ripeterci, chi non ha mai posseduto un paio di classiche Superga?

L’esempio del brand torinese – sia permesso un po’ di patriottismo – è solo uno tra tanti: oggigiorno, infatti, qualsiasi modello di scarpa sportiva venduto al grande pubblico è stato prima ampiamente rodato sui campi da gioco, tennistici e non, e ha conquistato il mercato grazie a due importanti volani: la comodità, caratteristica imprescindibile per un abbigliamento quotidiano che sempre più spesso abbandona la formalità, e i testimonial. Chi dice di non desiderare le scarpe indossate dal proprio beniamino sportivo durante le sue performance mente, lo dimostrano questi esempi. Restiamo nell’ambito del tennis. Grande ritorno degli ultimi anni – ritorno, sì, perché nessun trend si crea da zero – è sicuramente la Stan Smith di casa Adidas: sneaker minimale, un grande classico in bianco con il dettaglio verde, non tutti sanno che ha fatto la storia del tennis come prima scarpa in pelle sul campo e che deve il suo nome a uno dei migliori atleti nella storia di questo sport. Il primo a sponsorizzare il modello fu, nel 1964, il francese Robert Haillet; dopo il suo ritiro, nel 1971 Adidas si rivolse al giovane statunitense Stan Smith, di cui era sponsor tecnico, che accettò di abbandonare le sue scarpe in tela. Dopo alcuni cambi di nome – fino al 1978 il modello continuò a chiamare Haillet -, le Stan Smith sono uscite dai campi per diventare prima parte integrante della divisa dell’upper-middle class americana da Country Club, poi di quella della cultura hip hop delle metropoli, conquistando la scena rap americana, lo streetwear giapponese, il brit-pop, la copertina di Vogue e, in breve, tutto il mondo. Oggi sono tra le sneakers più vendute in assoluto – con un ritorno in grande stile nel 2014, presenti perfino sui red carpet -, tanto che dell’atleta a cui devono il nome sono in pochi a ricordarsi, come lui stesso scherza nel libro pubblicato insieme a Richard Evans nel 2018 dal titolo Some people think I’m a shoe.

Il tennista Stan Smith e le Adidas Stan Smith. Crediti: Daniel Karmann/dpa

Andre Agassi e John McEnroe, nonostante i loro nomi non vengano oggi confusi con delle calzature, sono altri due grandi atleti che hanno segnato la storia non solo del tennis ma anche della scarpa sportiva. Le loro storie non possono essere raccontate senza nominare lui, “l’uomo che salvato la Nike”, Tinker Hatfield. Dopo aver subito un infortunio durante una gara di salto con l’asta, mentre era studente di architettura all’Università dell’Oregon, insieme al suo coach Bill Bowerman (fondatore insieme a Phil Knight del marchio del baffo, ma questa è un’altra storia) studia le scarpe che calzavano gli atleti per provare a correggerne i difetti. È il primo passo verso una carriera che lo ha portato a diventare una vera e propria leggenda.
Nel 1986 Hatfield spedisce a McEnroe una serie di paia di scarpe che sta progettando, tra cui un paio di scarpe da allenamento, chiedendo al tennista di testarle ma di non indossarle in pubblico. Il campione, genio e sregolatezza, fa di testa sua e si presenta in campo con quelle che saranno ribattezzate Nike Air Trainer 1. Qualche anno dopo, nel 1990, gli occhi di tutti sono puntati sui piedi di Agassi e sulle sue Nike Air Tech Challenge II, anche queste disegnate da Hatfield, con cui domina una delle sue migliori stagioni.
La carrellata di nomi – di atleti e di scarpe – potrebbe continuare all’infinito, ne citiamo solo altri due: Billie Jean King è stata la prima atleta donna a prestare il proprio nome a un paio di scarpe, le Adidas BJ King; lo svedese Björn Borg è stato per anni testimonial dello stile italiano nel tennis, prima come rappresentante di Fila, poi come volto delle Diadora Borg Elite (oggi Diadora B. Elite). 

Mettiamo un attimo da parte il tennis perché non possiamo citare Hatfield senza citare il suo più grande capolavoro. Il pregresso è d’obbligo: nel 1964 i già citati Bowerman e Knight fondano la Blue Ribbon Sports per importare negli Stati Uniti dal Giappone le scarpe da corsa Tiger della Onitsuka (oggi Asics); quando nel 1971 si interrompono i rapporti con i fornitori, i due fondatori danno vita a Nike e lanciano sul mercato la Cortez – modello tra i più iconici e amati del brand, anch’esso protagonista di un grande ritorno in tempi recenti. Già dagli anni Ottanta Nike si impone nel mercato dell’abbigliamento e delle calzature sportive, riuscendo a coprire diverse discipline, tennis, calcio, corsa, atletica, ma la svolta arriva nel 1984 quando Hatfield riesce a soddisfare e convincere un molto giovane e molto esigente Michael Jordan, al suo primo anno da rookie nei Chicago Bulls. Durante le sue stagioni in NCAA, infatti, il cestista aveva sempre indossato Converse – di cui torneremo a parlare dopo – e solo un accordo economico vantaggioso (che includeva la nascita di un brand e un logo a lui dedicati) e la scarpa giusta riuscirono a convincerlo: nasceva la Air Jordan III, una scarpa morbida dal collo alto, rinforzata in alcuni punti, con una stampa elephant e dei materiali ancora inediti sui campi da pallacanestro. A distanza di 40 anni dall’esordio, Air Jordan è ancora tra i brand più desiderati da giovani, meno giovani e giovanissimi: il Jumpman campeggia ormai su scarpe, tute, felpe, pantaloni, abiti e abbigliamento da bambini, e potremmo scommettere che molti di quello che lo scelgono un pallone da basket non lo hanno mai neanche preso in mano.

Un paio di Air Jordan III vintage, firmate da Michael Jordan, messe all’asta da Sotheby’s: valore stimato fino a 12 milioni di dollari. Crediti: ANSA/EPA/SARAH YENESEL

Abbiamo nominato Converse e non possiamo che concludere questo paragrafo parlando proprio di questo brand, forse – o almeno, per chi scrive – l’esempio più eclatante di sport uscito dai campi che, nel tempo, ai campi ha preferito la strada. Il suo nome completo, che risale al 1932, è Chuck Taylor All-Stars ma questa scarpa nasce prima, nel 1917 quando l’azienda fondata nel 1908 dallo statunitense Marquis Mills Converse decide di entrare nel mondo della pallacanestro. Pochi anni dopo il cestista Chuck Taylor le nomina sue calzature preferite e probabilmente contribuisce a renderle le scarpe del basket per eccellenza per decenni, ai piedi di tutti i giocatori più importanti del periodo, di qualsiasi nazionalità e qualsiasi lega. Solo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, quando altri brand si impongono sul mercato, la All-Stars fa un passo indietro ma non si ritira, si sposta invece su un altro palco, quella della musica: le portano Angus Young degli AC/DC, i membri dei Ramones, Slash, chitarrista dei Guns N’Roses, il leader dei Nirvana Kurt Cobain qualche anno dopo. Così, dopo aver conquistato il cuore di sportivi e appassionati di basket, questa ormai classica, anzi classicissima, scarpa di tela e gomma conquista anche altri pubblici e si impone come prodotto di massa. 

Montagna, secondo lei le scarpe da ginnastica in eventi pubblici sono adatte anche a una donna?
«Io personalmente uso il mocassino al posto delle sneaker, in caso di scarpa bassa, ma se vedo una donna elegante con le scarpe da ginnastica una domanda me la pongo, su questo nuovo stile. Che ne so, una dirigente, una first lady…».

La donna più in vista del momento è la candidata presidente USA Kamala Harris: se si presentasse a un evento con le scarpe da ginnastica?
«Se lo facesse sarebbe sicuramente argomento di riflessione, perché dietro all’abbigliamento di queste personalità c’è un team di esperti, che studia opportunità e reazioni su ogni dettaglio. La sneaker addosso a un uomo di potere è sicuramente più scontata, su una donna avrebbe l’effetto deflagrante dell’orologio sul polsino di Gianni Agnelli: una nuova tendenza, una svolta di costume». 

Non solo tennis: è sportcore

Il tenniscore è solo l’ultima variante di una aesthetic che è sempre esistita, anche prima di assumere questo nome: lo sportcore. Sempre più capi di abbigliamento pensati per lo sport, o loro varianti, vengono commercializzati per tifosi, appassionati e, sì, anche modaioli, da indossare anche e soprattutto nella quotidianità e nel tempo libero. Lo dimostrano gli scaldamuscoli che impazzavano negli anni ‘80 (e anche dopo) quando a renderli famosi era stata Jane Fonda diventata icona dell’aerobica, così come quello che oggi il mondo di Internet chiama balletcore, ispirato dalle étoiles della storia (lo sa bene Miu Miu che con le sue ballerine ha segnato, ancora, il mondo delle calzature degli ultimi anni). Ancora, per alcuni Speedo è un costume da bagno sportivo progettato e pensato per i nuotatori ma negli Stati Uniti il termine “speedo” è entrato nel linguaggio comune come sinonimo di costume da bagno maschile. Una lista che potremmo proseguire all’infinito: il berretto da baseball, le giacche bomber (anche queste di gran moda negli ultimi tempi), gli stivali da equitazione, i pantaloni da yoga…

E potevamo non considerare, in questa breve rassegna, il calcio? Sport tra i più amati al mondo, sicuramente tra i più seguiti e praticati in Europa, il lancio delle nuove maglie da gioco per la stagione in arrivo è tra gli eventi più attesi dei tifosi, pronti a correre negli store per accaparrarsi l’ultima uscita. Da qualche anno però a indossare le maglie dei club sono anche le fashioniste e i fashionisti, sull’onda del Block Core e non solo. A lanciare il trend social è stato un tiktoker, subito copiato, ripescando dagli armadi le maglie vintage dei club e indossandole in maniera casual, con pantaloncini ciclisti (bisogna davvero spiegarlo?) o jeans e sneakers ai piedi. Già prima, Miley Cyrus indossava la maglia del Manchester United, Rihanna si faceva fotografare con una maglia personalizzata della Juventus, Drake sfoggiava decine di maglie di decine di club diversi; il picco è arrivato quando Kim Kardashian è stata fotografata a Los Angeles con indosso una maglia vintage dell’AS Roma della stagione 1997/98. La moda, però, non si ferma alle maglie: anche i pantaloncini da calcio fanno la loro comparsa. L’ultima in ordine di tempo è l’attrice britannica Emma D’Arcy, star di House of the Dragon non-binary e gender fluid, paparazzata recentemente con indosso un paio di pantaloncini da calcio vintage della Nazionale italiana.

Non deve sorprendere, dunque, che dopo gli sponsor tecnici, anche i grandi nomi della moda mondiale si siano affacciati al settore dell’abbigliamento da calcio, da Balenciaga a Giorgio Armani che, per chi non lo sapesse (difficile crederlo), firma con la sua linea AE7 tutte le divise degli atleti italiani, dalla Nazionale di calcio ai professionisti in questi giorni a Parigi. Perché sì, nella Capitale francese c’è molto sport ma c’è anche molta moda (e dove, se no?), con gli atleti che mostrano – in pieno trend TikTok – le divise fornite dagli sponsor alle squadre, che si presentano in gara accessoriati di tutto punto, vuoi per vanità vuoi per scaramanzia, e che tutti guardano per scoprire quale sarà il prossimo trend da portare per strada o quantomeno da sognare, come il body Luminous Legacy realizzato con 10mila cristalli Swarovski sfoggiato dalla ginnasta statunitense Simone Biles.

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Lino Dianese, il visionario 

Lino Dainese, classe ‘48, non ha bisogno di troppe presentazioni: nei primi anni ‘70 ha fondato l’omonima azienda di abbigliamento protettivo per motociclisti, coniugando le competenze dell’area vicentina in fatto di pelle e di tecnologia. Il primo atleta a vestire Dianese fu Giacomo Agostini; poi una lunga lista di motociclisti, che è culminata con il pluricampione mondiale Valentino Rossi. Il concetto di “protezione”, nel corso degli anni, è stato poi esteso ad altri sport, dall’equitazione al nuoto. Tra i vari riconoscimenti, Dainese, nel 2015, è stato insignito del “Premio Leonardo Qualità Italia” dal Presidente della Repubblica. 

In questo momento è di gran moda lo “sportcore”, cioè l’abbigliamento sportivo nella vita di tutti i giorni. Il suo logo, sin dagli anni ‘80, capeggia su giacche in pelle e non solo. Cosa ne pensa?
«La moda passa di moda. Questa roba qui durerà… non so quanto. Se lei ricorda, qualche anno fa c’era stata la moda del vestire da lavoro, o non so cos’altro. Quindi, le mode passano di moda. Io faccio robe tecniche, che durano, non sono “usa e getta”: io continuo nel mio lavoro». 

Sì, certo, ma la moda guarda il suo lavoro.
«È vero: l’anno scorso l’art director di Dior, Maria Grazia Chiuri, mi ha contattato per degli abiti con la protezione ad aria, per dimostrare la forza della donna. È la moda che cerca noi: l’abbigliamento tecnico colpisce l’immaginario. E poi è molto più pratico». 

Ci dica la sua prossima visione.
«Dopo aver venduto la maggioranza della mia azienda, nel 2022, mi sto dedicando a Dairlab, dove lavoro con un team di giovani ingegneri. E non per lo sport, ma per la vita di tutti i giorni: protezioni per i lavoratori, airbag per i bambini, protezioni dalle cadute per gli anziani… . Lavoriamo con l’ESA per un corpetto anti-radiazioni e per dei contenitori di acqua potabile. Lavoriamo con l’ENEA con il marchio 7506: 75 sono i gradi sotto zero, 06 sono le coordinate della base Concordia al Polo Nord. Me le ha chieste anche un produttore di un film e sto aspettando che passi la costumista…».

La prossima moda potrebbe essere uscire vestiti di protezioni ad aria?
«Perché no. Potrebbe essere». 

Ne avevamo già parlato: La moda di ieri è quella di domani

Anche grazie alle Olimpiadi, lo “sportcore” è senza dubbio la tendenza di quest’anno, come accaduto ricorsivamente nelle decadi passate. Ma i capofila, i visionari, come Dianese e Dior, guardano già oltre: cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione occidentale, esplorazione spaziale. Dove andrai, moda?

Città di luci. E ombre: Parigi protagonista dell’estate 2024

di: Alessia MALCAUS

interviste a cura di: Giulia GUIDI

FOTO: SHUTTERSTOCK