Tshisekedi è stato rieletto alla guida del Paese dei Grandi Laghi, in elezioni contestatissime da più parti. Sembra la perfetta ciliegina sulla torta per uno Stato che, affamato, in guerra, depredato, si sta lentamente suicidando
Sei anni fa Felix Tshisekedi veniva eletto presidente della Repubblica Democratica del Congo, marcando nella storia del Paese la prima transizione al potere pacifica dalla sua indipendenza dal Belgio nel 1960. Lo scorso 20 gennaio Tshisekedi ha giurato per un secondo mandato ma il Paese dei Grandi Laghi, tutt’altro che pacificato, galleggia ancora nello stesso bagno di sangue.
Tshisekedi prende il testimone dal padre Étienne, protagonista (insieme a pochi altri) dell’opposizione al dittatore Mobuto Sese Seko (il Paese allora si chiamava Zaire). I successi raccolti nel primo mandato da presidente sono modesti rispetto alle promesse e qualsiasi tentativo di riappacificazione o, se non altro, di neutralizzazione del nemico interno, è morto davanti al pubblico di un comizio elettorale che chiede la pace come il pane, più del pane. E attenzione: nell’ottica della rielezione di Tshisekedi il conflitto che lacera la RDC non è una digressione storica da sbrigarsi alla bell’e meglio, ma un attore centrale di questo processo elettorale. La macchina del voto ha infatti tradito il trucco di un Paese incapace di controllare il proprio territorio che, sull’orlo del baratro, si aggrappa a queste elezioni come ad un espediente teatrale. 65mila seggi per 44 milioni di elettori registrati, sotto la lente di 25mila osservatori e al costo di 1,1 miliardi di dollari. Il rito democratico si compie, sotto gli occhi inerti di milioni di cittadini che, però, non hanno potuto votare. Grandi assenti i protagonisti di una buona fetta di campagna elettorale, le popolazioni martoriate dalla guerra civile nell’est del Paese, che sono rimasti a guardare. Non si vota quindi nel Kwamouth o nei territori del North Kivu di Masisi e Rutshuru (in questo caso parliamo dell’11% degli elettori). Agli sfortunati sotto i colpi di mortaio si aggiungono i disperati che, da un momento all’altro, hanno perso tutto a causa della più violenta alluvione dal 1961. Da dicembre quasi 50mila abitazioni e 1.325 scuole sono state distrutte dalle inondazioni con la morte, alla sola prima settimana di gennaio, di almeno 300 persone. Il disastro strutturale, con strade bloccate e interi complessi completamente isolati, e la crisi igienico-sanitaria trovano terreno fertile nella povertà della RDC, un Paese in cui la stagione delle piogge dura 9 mesi, da settembre a maggio. I grandi indiziati di queste elezioni però non sono le alluvioni o la guerra: le critiche sono tutte per l’organizzazione logistica della macchina elettorale, del tutto inadeguata a mantenere ciò che promette fra duplicati di certificati e schede del tutto assenti.
Nell’occhio del ciclone per la gestione delle operazioni di voto è finita la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI), con il suo numero uno Denis Kadima accusato di essere troppo vicino al Governo per non avere responsabilità negli abusi documentati. Lo stesso arcivescovo di Kinshasa ha parlato di un “disordine organizzato”, e dopotutto la Chiesa è stata fra i più critici rispetto a queste elezioni, con la Conferenza episcopale nazionale del Congo e l’Ecc della Chiesa protestante che hanno chiesto una commissione d’inchiesta indipendente per “fare luce su tutti i casi documentati dai diversi partiti riguardo alle irregolarità” riscontrate. Il Vaticano sa bene che povertà e ingiustizie si combattono dal basso, e quando durante il suo viaggio nella RDC a marzo 2023 Papa Francesco tuona «basta corruzione!» fa venire giù lo stadio di Kinshasa gremito di giovani.
Nonostante questo, in pochi si aspettano serie conseguenze rispetto agli esposti presentati dalle opposizioni compatte, con 9 candidati che in una dichiarazione congiunta rigettano l’esito del voto e chiedono nuove elezioni. Tshisekedi, sulla carta, si è assicurato il 73,34% delle preferenze e si prepara ad altri cinque anni al timone, poco importa se la nave fa acqua da tutte le parti. Quella della Repubblica Democratica del Congo non è la solita cronaca di inadeguatezza politica che arriva da un’Africa Nera lontanissima. La RDC è il più grande Paese dell’Africa Subsahariana, il secondo più popoloso di tutto il Continente. In un territorio grande 8 volte l’Italia si concentrano senza soluzione di continuità ricchissime porzioni di risorse minerarie e faide atroci. La RDC è patria del 70% delle riserve mondiali di coltan e del 30% dei diamanti, oltre a vantare ricche quantità di oro, cobalto, bauxite, rame e nichel. Allo stesso tempo, nella RDC il 24% della popolazione, pari a circa 26 milioni di individui, vive in condizioni di grave insicurezza alimentare, e oltre il 60% dei congolesi vive con 2,15 dollari al giorno. È su questo sfondo che la democrazia diventa orpello e la chiamata al voto è venduta come deus ex machina mentre non è che una replica poco convinta e ancor meno convincente.
Il paradosso del Congo democratico è racchiuso tutto qui, in uno spicchio di terra ricchissimo, conteso, mal gestito e martoriato da una guerra civile che in 30 anni ha provocato 6 milioni di morti e, solo dal 2022, oltre 7 milioni di sfollati. «Corruzione e malgoverno nel settore minerario sono semplici sintomi di un problema più ampio di governance in questi Paesi» spiega la ricercatrice senior presso l’Università di Oxford Folashadé Soulé. Oggi la principale minaccia in questi territori è costituita dagli M23, gruppo ribelle di etnia Tutsi responsabile di reiterati crimini contro l’umanità. I ribelli detengono il controllo della Capitale regionale Goma dal 2013, ma non sono i soli assetati di potere nella zona. In totale si contano almeno un centinaio di gruppi armati: l’africanista e giornalista Matteo Giusti parla di “circa 130 milizie che uccidono, rapiscono, violentano e saccheggiano trasformando la vita dei congolesi in un autentico inferno”. Fra queste spiccano anche i ribelli ugandesi islamisti dell’Afd, affiliati all’Isis che auspicano l’istituzione di un califfato.
Come da copione, anche questo conflitto ha profonde radici etniche e tribali ma, lo sostiene il giornalista italo-congolese e già deputato alla Camera, Jean-Léonard Touadi, “non siamo di fronte a una guerra etnica o tribale ma nel cuore della competizione globale tra Usa, Cina, Europa per l’influenza geopolitica sul Continente e per l’accesso alle sterminate risorse minerarie, […], vitali per saziare l’appetito dei vicini e dell’Occidente”. In effetti, le responsabilità occidentali sono sotto gli occhi di tutti e sull’instabilità del Paese soffia anche il vicino Rwanda, accusato (con prove indipendenti a suo carico) di sostenere i miliziani M23. Nonostante la contrapposizione fra un gruppo di ribelli e un potere centrale, il giudizio finale non opera troppe distinzioni nemmeno fra le autorità formalmente riconosciute e quelle auto-proclamatisi. Secondo un rapporto di Human Rights Watch, nel territorio di Kwamouth anche “membri delle forze di sicurezza congolesi dispiegati per arginare la violenza avrebbero commesso abusi, tra cui esecuzioni extragiudiziali, saccheggi e violenze sessuali”. Il banco degli imputati, ormai, è affollatissimo e la retorica del post-colonialismo non può più bastare a contenere le responsabilità dell’inferno in cui il Paese vive da (almeno) 10 anni.
Se la globalizzazione è un processo che si costruisce dal basso, è davvero tempo per Kinshasa di dimostrare la propria maturità politica e, soprattutto, democratica. La pentola a pressione nei Grandi Laghi è esplosa da un pezzo mentre il mondo tira i remi in barca. Questo sarà infatti l’ultimo anno per Monusco. La missione ONU di peacekeeping attiva da quasi 25 anni nella RDC ha annunciato il ritiro dal Paese, fra il biasimo delle autorità locali che gridano alla sua inadeguatezza e un bilancio di un miliardo di dollari l’anno che l’ha resa la missione più costosa della storia delle Nazioni Unite. Adesso la palla, quella decisiva, è davvero nelle mani del Governo locale. Spazzati via gli oppositori interni e venuto meno anche il capro espiatorio dei caschi blu, è tempo che Tshisekedi mantenga le promesse fatte e si impegni davvero per riscattare l’antinomia della terra dei diamanti che, indolente, guarda i suoi figli ammazzarsi fra di loro. Una scheda elettorale non toglierebbe certo la fame, ma la sete di giustizia?