Un attivismo sincero, una precoce passione politica e una formazione tutta europea hanno plasmato la più giovane presidente di sempre dell’Europarlamento. La scalata alle istituzioni della maltese, compromessi alla mano, è appena iniziata
Burocrazia caleidoscopica, vincoli piovuti dal cielo e un costante braccio di ferro tra interessi particolari e per sempre distanti: se chiedessimo alle persone presenti nella nostra stanza di partecipare a un brainstorming a tema Unione Europea, è più o meno questa l’immagine che risulterebbe del Gigante a 27. Guardando al futuro, per ri-pensare un’unione solidale, paritaria e coesa bisogna aggiungere un altro elemento di riflessione nella lavagna delle parole chiave: il compromesso. È questo forse il lascito più importante del mandato di Roberta Metsola, presidente uscente del Parlamento Europeo. Spesso mimetizzata fra le autorità lontane e nebulose dell’universo di Bruxelles, al netto di uscite pubbliche e visite ufficiali la figura di Metsola è rimasta coerente a un claim a cavallo tra personal branding e visione politica: «not so sexy or exciting maybe, but the world is gray». Ed è solo in questo grigio che il carrozzone europeo può restare a galla.
Il filosofo israeliano Avishai Margalit una volta ha scritto che “dovremmo essere giudicati più dai nostri compromessi che non dai nostri ideali”. Dopotutto, gli ideali ci possono dire qualcosa di importante su chi vorremmo essere, mentre i compromessi ci dicono qualcosa su chi siamo veramente. Metsola sembra aver interiorizzato bene questa lezione, a discapito del rischio insito nei compromessi quando il giudice ultimo è il voto popolare. Citando l’allora cancelliera tedesca Angela Merkel (che definisce “la mia role-model”), la presidente ricorda che un compromesso si definisce “buono” quando vi partecipa il contributo di tutti: ossia, quando ciascuno cede qualcosa in nome di un bene comune cui si riconosce un valore superiore rispetto ai singoli interessi. Compromesso “non è una parolaccia”, è un mezzo per cambiare le cose. All’epoca della citazione, Merkel si era trovata a combattere le resistenze di Polonia e Ungheria rispetto al diritto comunitario: era il dicembre 2020 e l’Unione europea si apprestava ad approvare il budget con 1,8 miliardi di Recovery fund. Di traverso su questo cammino il veto dei Governi di Varsavia e Budapest: entrambi rifiutano l’adozione dello stato di diritto UE come condizione necessaria per ricevere la propria fetta di denaro. Alla fine, Merkel cede e acconsente che i due Stati debbano sì unificarsi allo stato di diritto europeo, ma non prima del 2022, dopo quindi le elezioni ungheresi. All’epoca molti criticarono il compromesso di Merkel, considerato una dimostrazione plastica e paradigmatica di tutti i punti più deboli dell’UE: “mancanza di visione, focus puntato alla mera sopravvivenza e brutale realismo”. Tutt’altro: come sintetizza sul New York Times il presidente del Centro di strategie liberali di Sofia Ivan Krastev, con questo compromesso Merkel “ha mandato un forte segnale ai cittadini europei, ricordando che la solidarietà è importante soprattutto nel momento del bisogno ed esponendo contemporaneamente la vacuità della retorica sovranista di Varsavia e Budapest”.
La “strategia Merkel” ha sicuramente fatto da scuola alla Presidenza di Metsola, che ha le idee molto chiare quando si parla di visione europea. «Favoriamo il compromesso non perché siamo deboli, ma perché una società stabile e lo stato di diritto richiedono che la più ampia maggioranza di persone sia disposta a concordare su soluzioni comuni», il tutto senza nascondere i conflitti e i problemi sotto la sabbia ma mitigando i rischi connessi alle decisioni collettive. Il compito delle istituzioni europee è chiaro in tal senso e consiste nel farsi ponte fra le polarizzazioni, perché è più facile dare risposte facili a domande difficili piuttosto che fornire soluzioni effettive, rigettando la logica semplicistica del “bianco e nero” perché molto spesso è questione di “noiosamente grigio”.
È dunque proprio la sua posizione moderata a rendere Metsola la più giovane presidente di sempre del Parlamento Europeo, il 18 gennaio del 2022. Come si arriva allo scranno rappresentativo più alto delle istituzioni europee? Metsola inizia il suo attivismo politico fin da giovanissima, quando è studentessa di legge a Malta dove nasce il 18 gennaio del 1979. È la stessa Metsola a raccontare la sua idea di Europa, che nasce figlia dei suoi tempi. Nella sua generazione è forte l’impulso a difendere l’“European way of life” di cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, hanno iniziato a godere milioni di cittadini. La storia, in quegli anni, aveva reso tangibile il senso ultimo di un’Unione rinforzata, considerata un “investimento in pace, sicurezza e prosperità”. Un organismo sovranazionale nel quale trovare un rifugio sicuro, per evitare che i cittadini trovino altrimenti riparo “nel facile cinismo degli estremismi politici”. Il patto generazionale per l’Europa è ancora oggi mosso dagli stessi presupposti, anche se il mondo, la politica e la stessa UE sono cambiati non poco negli ultimi anni. «Questa è un’istituzione unica al mondo e la dobbiamo rafforzare – si raccomanda Metsola quando è ancora candidata alla Presidenza del PE. – Non dobbiamo temere le riforme» incalza. Europeista, riformista, integerrima paladina del “rule of law” ossia della supremazia dello stato di diritto: le prerogative di Metsola la fanno eleggere al primo scrutinio del giorno del suo 44esimo compleanno con 458 voti su 309 necessari. La maltese succede all’italiano David Sassoli, deceduto l’11 gennaio 2022, ma l’elezione di Metsola non è suppletiva: il passaggio di testimone al PE è frutto di un accordo politico pregresso che, per meglio mediare la maggioranza parlamentare, aveva stabilito un avvicendamento nella Presidenza a metà legislatura.
Per fare fede alla sua missione Metsola non si tira indietro rispetto ai dossier più spinosi (dal Green Deal all’immigrazione), ma tesse le fila del dialogo fra i Ventisette e… viaggia. «Abbiamo un compito in qualità di rappresentanti eletti, ed è quello di ascoltare le frustrazioni» dice Metsola con cui la Presidenza dell’emiciclo diventa quasi itinerante tante sono le occasioni di incontro con la società civile e l’elettorato cui si presta. È l’unica risposta, Metsola ne è convinta, a tutte le volte che l’Europa non viene percepita come vicina, alle decisioni prese ma non spiegate abbastanza bene o agli elettori che si sentono dati per scontati dalla classe politica. Incontrare gli insoddisfatti, i critici, gli scettici, quelli che non hanno mai votato e quelli che invece vorrebbero farlo: a metà fra Gesù Cristo in mezzo agli ultimi e un vecchio politico di professione a caccia di voti, Metsola è invece ben consapevole che è necessario “trasformare i nostri successi in una narrativa che risvegli lo stesso entusiasmo che abbiamo vissuto noi in Europa” anche nei cittadini più giovani del Vecchio Continente. Il che significa anche “essere onesti rispetto a cosa non siamo riusciti a fare, perlomeno non ancora”. Fra i successi rientrano sicuramente i compromessi strappati per il Chips Act, in vigore da settembre 2023 per proteggere “l’ecosistema dei semiconduttori nell’Ue, garantire la resilienza delle catene di approvvigionamento e ridurre le dipendenze esterne”, il pacchetto di leggi su contenuti illegali, pubblicità trasparente e disinformazione (Digital Services Act) e il Digital Markets Act per riordinare il settore.
Fra gli esempi più fulgidi di compromesso c’è anche il Green Deal, un pacchetto normativo con cui la Commissione UE punta a raggiungere la neutralità climatica in Europa entro il 2050. Compromesso, lo sostiene ancora Metsola, non significa “accontentarsi” di strappare un voto per portare a casa una nuova legge, anzi: «le maggioranze risicate con cui sono passati sono sintomatiche del fatto che, se continuiamo a legiferare senza spiegare cosa stiamo facendo, commetteremo un grave errore di valutazione» spiega profetica. Metsola ha ben compreso la trappola delle regole green: le “popolazioni che non capiscono, non se lo possono permettere o non lo vogliono” finiranno per essere “preda della crescente retorica populista contro i cambiamenti climatici” e ogni divieto imposto senza confronto non farà che allontanare i cittadini dalla causa ambientale. Pragmatismo e realismo sono inscindibili in un progetto politico di lungo termine, e per dimostrare davvero che “l’Europa appartiene a tutti” è necessario comprendere le “frustrazioni dei cittadini in alcuni dei nostri processi decisionali” anziché tacciare di populismo qualsiasi rimostranza allo status quo.
Il momento più difficile della Presidenza Metsola (“un vero pugno nello stomaco”) è però sicuramente il Qatar Gate: dopo la fuga di notizie sulla sospetta corruzione di parlamentari e dipendenti UE, Metsola non cede “alla tentazione di minimizzare quanto è successo”. Scegliendo con cura le parole, date le indagini ancora in corso, attacca: «se la mia collera, la mia rabbia, il mio dolore non dovessero trasparire, vi assicuro che sono ben presenti, insieme alla mia determinazione a far sì che quest’Assemblea si rafforzi. Non fraintendetemi. Il Parlamento europeo, cari colleghi, è sotto attacco. La democrazia europea è sotto attacco. E il nostro modo di essere società aperte, libere e democratiche è sotto attacco». E ancora: «sono scesa in politica per combattere la corruzione e per sostenere l’Europa. Non ci sarà impunità. Non ci saranno spazzate sotto al tappeto. Non sarà “la solita storia”, perché l’Europarlamento combatte i nemici della democrazia ovunque essi siano». Anche al suo interno quindi. Le accuse di giustizialismo che piovono su Metsola sono quasi pretestuose: posta la presunzione di innocenza più volte ribadita dalla stessa, che il diritto lo conosce bene, nessuno si sarebbe aspettato (né avrebbe tollerato) una presa di distanza meno netta e più indulgente da parte della prima figura dell’Europarlamento. Ci guardiamo bene dall’addentrarci troppo nella vicenda Qatar Gate, perlomeno in questa sede. Mentre l’allarme tsunami sembra rientrato, si ha comunque l’impressione che l’Eurocamera abbia saputo assorbire bene l’urto dello scandalo, in parte aiutata dal controverso iter delle indagini processuali ma in parte schermata anche dalla presa di posizione netta e intransigente di Metsola. Questo, nonostante nel mirino della Procura belga siano finiti anche scambi di messaggi fra la stessa Metsola ed Eva Kaili, ex vicepresidente del PE al centro dello scandalo anche per i “sacchi di banconote” rinvenuti presso la sua abitazione, riguardo una vacanza in Grecia con la famiglia della politica maltese.
Diplomatica, giovane, pragmatica, Metsola si è fatta conoscere poco alla volta al pubblico europeo ma il suo lavoro nelle istituzioni di Bruxelles è tutt’altro che concluso. È troppo presto per sciogliere la riserva su una sua possibile candidatura alla presidenza della Commissione Ue (che si rinnova a ottobre), con un salto di ruolo che fornirebbe il banco di prova definitivo. Se la regia del compromesso è una skill imprescindibile nell’arte legislativa, quando si parla di potere esecutivo è la leadership che conta. E il “noiosamente grigio” rischia di non essere abbastanza vincente.
BOX 1 – A Gaza la diplomazia UE fallisce il banco di prova
L’attacco terroristico di Hamas dello scorso 7 ottobre e la conseguente riapertura del conflitto armato a Gaza hanno messo in difficoltà le istituzioni europee che proprio nella politica estera hanno il fianco più scoperto. Sia Metsola sia la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen vengono accusate di pronunciare troppe poche parole di condanna rispetto alla risposta di Israele, confermando un supporto pieno e incondizionato a Tel Aviv. Emblematico in tal senso lo stallo diplomatico che ha visto il Consiglio UE discutere per giorni sull’opportunità di adottare l’espressione “pause umanitarie” al posto di “pausa umanitaria”. Si smarca dalle accuse il presidente del Consiglio UE Charles Michel, ma le sortite personali del rappresentante politico contro “l’assedio totale” di Israele nella Striscia di Gaza non ha fatto che puntare i riflettori sulla frammentarietà delle istituzioni UE quando si parla di politica estera.
BOX 2 – Kiev bussa, Bruxelles risponde
Metsola ha strettamente legato la sua Presidenza alla vicenda ucraina: la politica maltese è stata la prima leader politica in assoluto a visitare Kiev appena un mese dopo l’invasione. Incessanti le parole di incoraggiamento rispetto al processo di adesione dell’Ucraina all’Europa, sulla scia della campagna già seguita quando a bussare alle porte dell’UE era la sua Malta. L’allargamento ulteriore dell’impianto europeo richiederebbe, per forza di cose, una sua riforma strutturale: «dev’essere chiaro che ciò che funziona per un’Unione a 27 non funzionerà per un’Unione a 33 o 35». L’agenda politica per la prossima legislatura è dettata.BOX 3 – Patto sulle migrazioni: si sblocca lo stallo? Anche se un primo accordo è stato raggiunto, sembra inappropriato parlare del patto sulle migrazioni come di un obiettivo completato di questa legislatura. Per qualcuno si tratta già di un cambiamento di passo importantissimo, per altri l’accordo politico è ancora inconsistente sui veri nodi. Ad ogni modo, il compromesso trovato tra Europarlamento e Consiglio Ue, basato su cinque pilastri, promette di riscrivere l’impianto dell’Unione. Senza dilungarsi in facili retoriche, Metsola può rivendicare a buon diritto di aver quantomeno “sbloccato uno stallo che durava da anni”.
BOX 3 – Patto sulle migrazioni: si sblocca lo stallo?
Anche se un primo accordo è stato raggiunto, sembra inappropriato parlare del patto sulle migrazioni come di un obiettivo completato di questa legislatura. Per qualcuno si tratta già di un cambiamento di passo importantissimo, per altri l’accordo politico è ancora inconsistente sui veri nodi. Ad ogni modo, il compromesso trovato tra Europarlamento e Consiglio Ue, basato su cinque pilastri, promette di riscrivere l’impianto dell’Unione. Senza dilungarsi in facili retoriche, Metsola può rivendicare a buon diritto di aver quantomeno “sbloccato uno stallo che durava da anni”.
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