La mostra “Antonio Ligabue. I misteri di una mente” a Roma vuole presentare sfaccettature inedite dell’opera del pittore e scultore attraverso la psicologia dell’arte
Urgenza e profondità. Sembra suggerire questo l’intreccio tra la vita e l’arte di Antonio Ligabue, pittore e scultore tra i più importanti del Novecento, anche se la sua rilevanza non sempre è stata riconosciuta. La sua forza espressiva è stata veicolo di tormento e tenerezza, di una vicenda umana dura e drammatica, della ricerca di comprensione e amore in senso lato, ma anche di necessità, di smania di “esserci” e vivere. L’arte è stata una forma di autodeterminazione per Ligabue, nato nel 1899 a Zurigo e arrivato in Italia, a Gualtieri, nella Bassa reggiana, nel 1919. Già allora il giovane Ligabue conosce la patologia fisica e quella mentale, e nella sua vita si susseguiranno diversi ricoveri negli allora ospedali psichiatrici. Ma è proprio a Gualtieri che Ligabue trova nell’arte il suo spazio sicuro, in cui esprimersi e dal quale trarre un minimo di conforto. È dall’incontro fondamentale con il pittore e scultore Renato Marino Mazzacurati, che gli insegna a usare i colori a olio, che Ligabue decide di dedicarsi totalmente alla pittura e alla scultura. Al centro della sua opera ci sono gli animali, i paesaggi, gli stati d’animo e se stesso.
L’arte sfaccettata di Antonio Ligabue viene raccontata, nel 125esimo anniversario della nascita, nella mostra Ligabue. I misteri di una mente, ospitata dal Museo Storico della Fanteria a Roma dal 28 settembre 2024 al 12 gennaio 2025. L’intento è quello di offrire una nuova chiave di lettura dell’opera dell’artista attraverso la psicologia dell’arte, come ci hanno raccontato Micol Di Veroli, curatrice della mostra, e Dominique Lora, parte del comitato scientifico dell’esposizione. «La prospettiva della psicologia dell’arte consente di esplorare la complessità interiore di Antonio Ligabue, mettendo in luce il profondo disagio esistenziale e la sofferenza mentale che hanno influenzato la sua produzione artistica – spiegano Di Veroli e Lora. – Le sue opere, caratterizzate da una miscela di ingenuità e intensa profondità emotiva, offrono una profonda esplorazione della condizione umana attraverso il prisma del regno animale. Questa chiave di lettura permette di comprendere meglio le sue opere come espressioni autentiche di un mondo interiore tormentato, rivelando le angosce e le aspirazioni dell’artista. Ligabue utilizzava l’arte come mezzo per elaborare e manifestare il proprio vissuto emotivo, e questa mostra cerca di evidenziare quanto le sue esperienze personali e il suo stato psicologico abbiano plasmato il suo lavoro». E non solo. La mostra, raccontano Di Veroli e Lora, “considera i temi del teriantropismo, le implicazioni psicologiche e filosofiche delle sue rappresentazioni, e il contesto culturale più ampio della sua produzione artistica”. Anche da qui capiamo che “Antonio Ligabue emerge come un antieroe intento a raccontare il mondo con paradossale sincerità, ricorrendo ad una immagine visionaria del creato che eleva i soggetti e gli oggetti delle sue composizioni al di sopra della brutalità della natura umana. Come ne La fattoria degli animali di George Orwell, le sue creature sembrano confondersi con gli esseri umani nell’intento di liberarsi da un ‘esistenza altrimenti miserabile e opprimente’”.

1960
Olio su tela
70 x 100 cm
Collezione Mazzanti
Spesso Ligabue è stato associato all’Arte Naïf e all’Art Brut anche se, in realtà, non era formalmente legato ad alcuna scuola. Ma collegarlo a queste due correnti non è propriamente corretto e, come spiegano le esperte, “è una semplificazione che non rende giustizia alla complessità della sua opera”. «L’arte di Ligabue era profondamente personale e unica – precisano Di Veroli e Lora, – riflette l’intensità emotiva grezza e non filtrata celebrata dai movimenti di avanguardia del suo tempo, come l’Espressionismo e il Surrealismo, ma rimane unica per la sua visione e il suo contesto biografico – continuano. – L’artista scolpisce, disegna e dipinge freneticamente immerso in uno spazio naturale che è al contempo reale e immaginario, in un processo di costante metamorfosi del suo essere e del mondo. I suoi dipinti presentano pennellate materiche e potenti che, unite alla straordinaria gamma cromatica della sua paletta, costituiscono elementi preziosi nel rappresentare ciò che potremmo definire una biodiversità creativa dell’Io. Un cantico pittorico delle creature e una visione “en plein air” che, tra sconfinamenti e contaminazioni, tra realtà e fantasia, rappresentano con intelligenza e sottigliezza l’umana esistenza. Per esprimere il suo “vitalismo inquieto” (per usare un’espressione che era stata propria del gruppo artistico “Die Brücke” durante la prima decade del Novecento) Antonio Ligabue racconta il disagio esistenziale con opere pittoriche, disegni e sculture nelle quali alterna la cosmologia intima e domestica della laboriosità di stampo agricolo alla dimensione feroce e selvatica di boschi e foreste dove prede e predatori sono ancora soggetti alle leggi crudeli della sopravvivenza». Il lavoro artistico di Ligabue attinge completamente dalla sua esperienza personale, anche se inevitabilmente ha dei legami con le tendenze dell’epoca. Certamente, come spiegano Di Veroli e Lora “le opere di Ligabue sono caratterizzate da un uso sorprendente del colore e da una tecnica distintiva, che trasmettono un senso di movimento ed energia che trascende le categorizzazioni tradizionali dell’arte Naïf e dell’Art Brut” ma il pittore e scultore “emerse durante un periodo di significativi cambiamenti artistici e culturali in Europa, e la sua arte rifletteva l’intensità emotiva e l’innovazione di quel tempo. Le sue opere non sono semplicemente espressioni naïve o brutali, ma testimonianze della sua lotta personale per navigare e articolare il suo caos interiore, e devono essere considerate nel contesto della sua biografia e del panorama culturale più ampio del XX secolo».
Ligabue aveva una forte legame con l’autoritratto: si stima che ne abbia dipinti 123 in 40 anni. Una scelta dettata dalla volontà di legittimare se stesso e ricercare un’identità. «L’autoritratto per Antonio Ligabue rappresentava un mezzo attraverso il quale poteva esplorare e affermare la propria identità in un mondo in cui si sentiva spesso alienato e incompreso. La ripetuta pratica dell’autoritratto indica un profondo bisogno di autoaffermazione e una ricerca costante di riconoscimento e legittimazione – ci hanno raccontato Di Veroli e Lora. – Attraverso questi autoritratti, Ligabue cercava di fissare la propria immagine e di confrontarsi con se stesso, indagando le proprie emozioni e la propria essenza». Ecco, allora, che la pratica dell’autoritratto diventa un modo per trovare solidità, anche perché, sottolineano le storiche dell’arte, “la sua storia personale, segnata da istituzionalizzazioni e sofferenze mentali, influenzò profondamente la sua espressione artistica. In questa lotta personale “la pratica dell’autoritratto era quindi una forma di catarsi, un modo per esprimere e comprendere se stesso in un mondo che spesso lo emarginava”.
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Nel lavoro dell’artista gli animali hanno un’importanza fondamentale e rappresentano parti della sua interiorità ma anche della sua esperienza concreta. «Per Ligabue, gli animali erano simboli potenti che incarnavano le sue paure, i suoi desideri e le sue emozioni – dicono Lora e Di Veroli. – Spesso raffigurati in pose drammatiche e intense, gli animali esprimono la vitalità e la brutalità della natura, rispecchiando il tumulto interiore dell’artista. Le scene di predazione e lotta che ha realizzato non sono solo studi di comportamento animale, ma riflessioni sulla lotta per la sopravvivenza, la violenza intrinseca della natura e le tensioni emotive dell’esistenza umana. Gli animali possono essere visti come alter ego dell’artista stesso, figure attraverso cui Ligabue poteva proiettare le sue esperienze di marginalità. La loro presenza nelle sue opere è una testimonianza del legame profondo e istintivo che l’artista aveva con il mondo naturale, utilizzato come veicolo per comunicare i suoi sentimenti più intimi e le sue visioni».
Quello che fa l’artista di Gualtieri, spiegano Di Veroli e Lora, è aiutarci “a vedere gli animali non come essere inferiori ma come parte integrante di un sistema complesso e interconnesso, promuovendo un’etica della relazione in cui gli esseri umani e gli animali sono visti come coabitanti di un mondo condiviso”. In Ligabue l’esplorazione dell’etologia e della zoologia si fa strumento “per combattere l’atavismo arcaico e sconsolante del pregiudizio e della disparità verso una pacificazione universale con la vita”. Ed è qui che l’artista cerca di scoperchiare la spietatezza, l’ipocrisia imposte ma allo stesso tempo celate dalle convenzioni sociali.
In copertina:
AUTORITRATTO (dettaglio)
1957
Olio su faesite
88 x 70 cm
Collezione privata