Nessuna traccia del “miracolo di Madiba”, quel mix di pacificazione e speranza che apparteneva al Sudafrica 30 anni fa. Oggi, corruzione, criminalità e disuguaglianze sociali dominano il Paese

Era il 10 maggio 1994 quando 200 mila persone giunsero in massa nella grande piazza situata di fronte al municipio di Città del Capo. Malay, meticci e neri provenienti da tutte le baraccopoli della provincia affollarono la zona per partecipare dal vivo al saluto del neo presidente del nuovo Sudafrica, Nelson Mandela, giunto in città per la conferma parlamentare del suo trionfo. Erano giorni elettrizzanti, diversi attentati e violenze razziali avevano fatto nascere il sospetto che le elezioni si sarebbero tramutate in guerra civile; Mandela, invece, riuscì a dare origine a un miracolo. La nuova Costituzione, che sarebbe entrata in vigore grazie ai sudafricani, i quali votarono permettendo la vittoria dell’African Nation Congress (Anc), avrebbe disciplinato il tutto con la creazione di un inno arcobaleno.

Una lotta continua verso la libertà: ritratto di un pacifista

Oggi, 30 anni dopo, l’atmosfera interna al Sudafrica è completamente diversa, si potrebbe dire che nulla è cambiato rispetto a un secolo fa; la criminalità e la violenza fanno da padrone all’intero Paese, soprattutto in grandi centri abitati come Città del Capo, Johannesburg, Durban e Pretoria. La prima, una delle tre capitali, è letteralmente divisa in due: da un lato baraccopoli prive di acqua, di elettricità, di norme di sicurezza e interamente abitate da neri, dall’altro quartieri di lusso con ville prestigiose, abitate al 99% da bianchi. A separare le aree soltanto qualche metro di terreno; lì a comandare sono 120 gang, costituite da più di 100 mila persone, che si fanno la guerra per semplice senso di identità. La polizia, spesso corrotta, non riesce più a gestire la malavita, così lo Stato ha dovuto affidare la riduzione dei reati a compagnie di sicurezza privata. A Città del Capo il numero degli omicidi annui tocca i 3.000, numero che la rende la città con la maggior quantità di omicidi nel mondo. Anche a Johannesburg, il centro abitato più grande e ricco della Nazione, la ripartizione dei servizi cittadini è rimasta disuguale. Tre decenni dopo la fine dell’apartheid, quindi, sembra che tutto vada storto, il Paese più sviluppato del Continente nero è oggi anche tra i più diseguali: il 10% dei 60 milioni di abitanti controlla l’80% della ricchezza; più del 60% della popolazione vive in povertà, mentre la disoccupazione tra i neri è al 40%. Diversi sondaggi, tra cui uno studio del 2014 dell’Università di Vigo, in Spagna, indicano le enormi disparità tra i redditi mensili medi delle famiglie sudafricane bianche e di quelle nere: quello medio annuale delle prime è di circa 8.700 euro, quello delle seconde è di circa 1.000 euro, un decimo. Il PIL pro capite del Paese è aumentato in maniera costante negli anni successivi all’avvento della democrazia, ma dal 2011 ha subito un’inversione stabile fino al 2023, crescendo in media dello 0,8% all’anno, una percentuale che il Tesoro Nazionale ha definito non sufficiente per abbassare i livelli di disoccupazione e povertà. Secondo gli economisti questo dato è collegato all’indebolimento dell’economia: la scarsità di energia elettrica e la fragile manutenzione delle infrastrutture di trasporto più critiche sono tra i fattori che ostacolano le operazioni commerciali-finanziarie.

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Un altro argomento carico a livello politico è quello che riguarda la proprietà fondiaria: la causa della sua disparità tra la popolazione è da cercare nell’eredità avvenuta in epoca coloniale e in quella dell’apartheid quando ai neri vennero confiscate le terre e gli venne negato il diritto di proprietà. Più volte, nel corso degli anni, i governi dell’Anc hanno provato a cambiare la situazione acquistando terreni e poi riassegnandoli: oggi gli agricoltori bianchi possiedono 61 milioni di ettari con titoli di proprietà privati, e il 50% di tutti i terreni del Sudafrica. L’obiettivo imposto adesso è quello di dare il 30% dei terreni agricoli dei bianchi agli agricoltori neri entro il 2030. Passando poi all’istruzione, il Paese ha incrementato di molto le iscrizioni all’istruzione di base e superiore a seguito dell’abolizione del Bantu Education Act, legge in vigore durante l’apartheid che rafforzava la separazione razziale nelle strutture scolastiche. Un rapporto del 2022 stilato dalla Banca Mondiale ha riconosciuto la disuguaglianza, l’apartheid, e la razza come questioni ancora centrali e attualissime nel Paese. Molto spesso, infatti, i propositi di “equità” del governo hanno mancato il bersaglio dando origine ad accese discussioni.

Ancora oggi Citta del Capo è spaccata in due: da una parte le township, termine con cui si identificavano le aree destinate ai cittadini non-bianchi durante l’apartheid; dall’altra i quartieri più moderni e ricchi della città

Corruzione, alloggi, sanità e violenza di genere sono gli altri macro temi spinosi: anche in questi ambiti, infatti, le pratiche razziste e discriminatorie dell’epoca passata perdurano. Il settore sanitario, foraggiato con i fondi pubblici della Nazione, è degradato e sovraccarico; soltanto una piccola minoranza ha la possibilità di accedere a cure decisamente migliori, grazie ad assicurazioni private. Il 15 maggio, ovvero due settimane prima delle elezioni e della vittoria del suo partito, il presidente Cyril Ramaphosa aveva siglato una legge sull’assicurazione sanitaria nazionale mirante ad offrire assistenza gratuita a tutti i sudafricani. Mentre i suoi sostenitori ritengono che sarà un successo, ovviamente gli oppositori pensano che sarà solo una mazzata per le finanze pubbliche già in difficoltà. Quello della sanità si colloca tra i problemi maggiori per il Sudafrica che è uno dei Paesi più colpiti dall’epidemia di HIV/AIDS: circa 8 milioni di persone convivono con il virus e di queste circa 5,7 milioni ricevono farmaci antiretrovirali (ARV). La prospettiva di vita è stata duramente colpita dalla malattia ed è scesa da 62 anni (1994) a 54 anni (2004) per riprendersi poi grazie all’intervento della Corte Costituzionale che ha ordinato il lancio dei farmaci salvavita. Con il Covid l’aspettativa è poi scesa nuovamente. Sul piano violenza, il Paese detiene il primato negativo per la quantità di femminicidi posizionandosi tra i 6 Paesi con il tasso più elevato. Alcune stime mostrano che tra aprile e giugno 2023 la polizia ha registrato 6.228 omicidi, con una media di 68 casi al giorno; 1.188 erano bambini e donne. Nello stesso periodo sono stati segnalati anche 9.252 casi di stupro. Per quanto riguarda la corruzione, invece, dal 1996 al 2023, il tasso è stato in media di 55,21, toccando il massimo storico proprio lo scorso anno, 83. Ed infine, la questione emergenza abitativa: più di 2,4 milioni di famiglie sono iscritte alla banca dati che raccoglie le richieste di alloggio dignitoso.

L’esperta di politica africana Shola Lawal ritiene che queste differenze piuttosto accentuate tra neri e bianchi sarebbero i risultati di una generica disparità creatasi nel corso di più secoli, non solo di uno: durante il colonialismo olandese (‘600/’700), durante quello britannico (‘800) e durante la politica segregazionista ufficializzata in legge dal sistema di apartheid (‘900). In una nazione in cui l’età mediana è di appena 27 anni, il mito del passato conta quasi nulla. Il Sudafrica che ha vinto il razzismo, quindi, vede nascere ancora forme di discriminazione; un Paese che deve ancora superare l’eredità dell’apartheid e offrire una vita migliore a chi lo abita.