Dalla Strage dell’Heysel cambiò tutto: stadi più moderni ma il fenomeno mutevole degli hooligans inglesi arriva al Terzo millennio

Uno spettro si aggira per l’Europa”. E no, non è il Comunismo ma quella che molti definiscono come la “malattia inglese”. Da sempre esportatrice di innovazione industriale, politica, sociale e culturale, l’Inghilterra vanta a suo discapito anche un altro primato, ben più triste: aver diffuso in giro per l’Europa il fenomeno degli hooligans.

Al di là di un’etimologia piena di possibilità mai confermate, il termine balza agli onori della cronaca già sul finire dell’Ottocento in relazione al caso di un’aggressione alla polizia compiuta da un 19enne a Southwark, nel sud di Londra. Dopo una serie di casi simili le autorità e la stampa puntano il dito contro una banda giovanile: gli Hooligan Boys. Il termine hooligan acquista così il significato di “teppista”, di “giovane criminale”, ma dagli anni Sessanta e ancora oggi viene usato quasi esclusivamente in relazione a un fenomeno preciso, quello delle tifoserie calcististiche violente.

Se nella prima metà del XX secolo i disordini legati alle partite si limitano a qualche tafferuglio isolato, successivamente le violenze si fanno sempre più frequenti e la colpa viene attribuita agli hooligan, le fasce più estreme dei tifosi che si legano a questa o quell’altra squadra. Numerosi esperti hanno studiato il fenomeno, cercando di delineare cosa spingesse i membri prima ad agire secondo il cosiddetto “comportamento del gregge”, poi a organizzare vere e proprie azioni di violenza studiate fin nei minimi dettagli. I componenti hanno spesso descritto il proprio gruppo come “una famiglia” e ciò che facevano come “una religione”, a dimostrazione che a legarli c’era un forte spirito di appartenenza derivante da un senso di soddisfazione collettiva, qualcosa in cui credere fino a considerarsi come una moderna “tribù”.
L’estremismo che ha da sempre caratterizzato questi gruppi in alcuni casi si è acuito ancora di più fino a raggiungere posizioni di estrema destra, delineate da un sentimento fortemente nazionalista e tendenze razziste che hanno trovato nella più ceca brutalità l’atto finale di una mentalità distorta. La deriva ha ridefinito i contorni del fenomeno degli hooligans, in alcuni casi spingendo gli appartenenti alle tifoserie ad allontarsi.

Dagli anni Sessanta in poi nei resoconti della cronaca britannica sugli exploit violenti delle tifoserie vengono coinvolti sia club locali, come il Millwall Football Club e i suoi Millwall Bushwackers o il West Ham United e la frangia estrema dell’Inter City Firm (il nome nasconde più di una curiosità: da una parte l’“Inter City” a indicare il mezzo di trasporto usato dai suoi membri per eludere le forze dell’ordine, dall’altra il “Firm”  di ispirazione aziendale), che club più blasonati, come il Liverpool Football Club e il Manchester United Football Club. Negli anni Settanta le due città vivono una forte competitività dovuta alle attività dei rispettivi porti, limitate dalla crisi economica; la rivalità si ripercuote sulle squadre e i loro tifosi. I Red Army – firm, ovvero gruppo organizzato di hooligan, che prende il nome dal soprannome del Liverpool, i Reds appunto – sono tra gli hooligan più temuti dell’Inghilterra e tra i più malvisti in Europa: negli anni Ottanta si rendono protagonisti della devastazione di molte città fino al punto di non ritorno.

A costituire la rottura, l’evoluzione del fenomeno, è quella passata alla storia come la Strage dell’Heysel, avvenuta nell’omonimo stadio di Bruxelles il 29 maggio del 1985 prima della partita Liverpool-Juventus per la finale dell’allora Coppa dei campioni (oggi nota come Champions League). Il bilancio terribile di quanto accaduto quel giorno – 39 morti e oltre 600 feriti causati dal crollo di un muro dopo le cariche dei tifosi inglesi – rende necessario un drastico intervento delle autorità nazionali, sovranazionali e calcistiche. Il 19 agosto successivo viene firmata una convenzione europea per la cooperazione tra organizzazioni sportive e forze dell’ordine in occasione delle manifestazioni sportive, ratificata ad oggi da 42 Paesi. Il Liverpool e altri 14 club inglesi vengono banditi dalle competizioni europee, la Juventus paga due turni a porte chiuse mentre la Federcalcio belga viene inibita per 10 anni dall’ospitare una finale internazionale.
La stessa prima ministra inglese dell’epoca Margaret Thatcher chiede il bando europeo per le squadre inglesi, mentre Londra valuta come fermare il fenomeno hooligans che già da anni si combatte. Nel 1989 il governo vara il Football Spectators Act e introduce una tessera del tifoso ante litteram, un metodo per schedare e verificare ogni spettatore che tuttavia si rivela un processo troppo farraginoso per essere messo in atto. Una seconda tragedia, quella avvenuta il 15 aprile 1989 all’Hillsborough Stadium di Sheffield durante un incontro tra Liverpool e Nottingham Forest, durante il quale morirono 96 tifosi dei Reds, sottolinea l’urgenza di un provvedimento più invasivo. I risultati sono, prima nel Regno Unito e poi in tutta Europa, la ristrutturazione degli impianti sportivi, con l’abolizione dei posti in piedi nelle gradinate (sostituiti dai seggiolini numerati) e delle barriere, il rafforzamento dei sistemi di sicurezza e del personale con telecamere a circuito chiuso e security privata, l’innalzamento delle pene detentive per i reati legati al fenomeno, l’entrata in vigore di provvedimenti specifici per l’allontanamento individuale dagli stadi, il Banning Order (in Italia il cosiddetto D.A.S.P.O) che dà il via a quello che è stato più volte definito come un “processo di pulizia sociale” degli stadi. Il tutto mentre, in Inghilterra come altrove, le emittenti televisive cominciano a investire molti soldi nel settore come forma di intrattenimento.

Allo stesso tempo, tuttavia, dall’Inghilterra il fenomeno degli hooligans “contagia” le tifoserie dei club europei, mentre gli stessi tifosi inglesi rispondono alla squalifica dei club seguendo con più passione la squadra nazionale. Già prima di quei tragici eventi le tifoserie inglesi, sempre più organizzate e aggressive, avevano dedicato attenzione ai Three Lions, seminando violenze in tutta Europa e facendosi conoscere già durante gli Europei Italia ‘80 e la Coppa dei campioni 1980-1981. Come un’epidemia, così il tifo violento sopravvive fino al Terzo millennio, mutando e assumendo un nuovo volto.

Oggi le autorità attenzionano sempre con molta precisione il grado di rischio di un determinato incontro, nazionale ed europeo. Ma ad influenzare la violenza e la devastazione prima o dopo una partita non è più semplicemente la naturale predisposizione o meno ad atti violenti di una tifoseria o un’altra. Il Continente è una polveriera e il quadro muta continuamente tra nuove rivalità, vecchie vendette e amicizie più o meno indissolubili. Il gemellaggio, infatti, è ciò che caratterizza i moderni hooligans inglesi e non, cogliendo molto spesso di sorpresa le forze dell’ordine. Come successo a Napoli lo scorso marzo quando in occasione dell’incontro di Champions League tra i partenopei e il club tedesco dell’Eintracht Frankfurt la città è stata messa a ferro e fuoco: l’Eintracht è infatti gemellato con l’Atalanta, nemico giurato proprio del Napoli, e già durante la partita d’andata i tifosi azzurri erano stati oggetto di insulti e intimidazioni. Per evitare – poi senza successo – disordini, il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi aveva vietato la vendita dei biglietti per la partita di ritorno così da scoraggiare l’afflusso dei tifosi tedeschi. La mossa, poi bloccata dal Tar, ha scatenato l’ira non solo degli affezionati dell’Eintracht ma anche dei seguaci del Bayern Monaco.
Ma l’Eintracht non è l’unico club straniero gemellato con un corrispettivo italiano: i Fedayn della Roma, ad esempio, se la intendono con i Bad Blue Boys della croata Dinamo Zagabria scatenando le antipatie dei tifosi della Stella Rossa di Belgrado; il Napoli stesso vanta numerose alleanze in terra tedesca, con l’Hertha Berlino, il Monaco 1860 e il Borussia Dortmund, ma in Italia guarda anche insieme alla Lazio eal Genoa, eterna nemica della Sampdoria, che di conseguenza gli vale l’odio del Marsiglia, suo alleato.

La rete di gemellaggi potrebbe proseguire all’infinito attraversando il Continente e in alcuni casi il mondo, per poi intrecciarsi ancora di più unendo alla fede calcistica le posizioni politiche, le vendette personali, i torti fatti o subìti. Resta da chiedersi se, nel 2023, ci sia ancora spazio per chi va allo stadio per guardarle, queste partite di calcio.