Dal cinema d’autore al colosso “Barbie”, Greta Gerwig dà voce alla generazione Millennial e sfonda un (vero) soffitto di cristallo
Potrebbe essere il volto nuovo di Hollywood e sulle sue spalle grava la responsabilità di essere la quintessenza della “donna del nuovo millennio”: parliamo della regista americana Greta Gerwig, la cui stella brilla nel firmamento hollywoodiano fin da quando il suo Barbie è approdato nelle sale nel luglio scorso, rendendola cosìla prima regista donna ad aver sbancato un botteghino miliardario.
Benché il suo nome sia rimbalzato di copertina in copertina negli ultimi anni, da quando ha firmato la regia di Lady Bird, la sua carriera è cominciata molto prima, lontana dai riflettori del “mainstream” che adesso hanno fatto conoscere il suo sorriso ampio e contagioso e la sua scrittura ironica e coraggiosa al grande pubblico. Nata il 4 agosto 1983 da un’infermiera e un consulente finanziario, Gerwig è cresciuta a Sacramento, California, e ha frequentato una scuola cattolica. I suoi studi si sono concentrati su letteratura inglese e filosofia e negli anni giovanili ha fondato un gruppo di improvvisazione teatrale, il The Tea Party Ensemble, con cui ha iniziato a scrivere commedie.
Il linguaggio di Greta Gerwig è sfaccettato e poliedrico come i suoi lavori. Agli esordi si è impegnata in un genere che lasciava presagire una sequela di prodotti senz’altro ottimi ma destinati più a una nicchia di estimatori che al grande pubblico. I suoi primissimi film furono LOL nel 2006 e Hannah Takes The Stairs nel 2007: entrambi girati con budget irrisori e appartenenti a un filone appena nato del cinema indipendente americano, il “mumblecore”. Si tratta di opere dal taglio naturalistico, che si muovono perlopiù in una dimensione dialogica: Gerwig spinge sullo schermo personaggi impegnati a parlare dei propri sentimenti, in una cornice che spesso richiama il “cinéma vérité“. Il cuore del mumblecore, che si rifà alla tradizione di cineasti del calibro di Eric Rohmer, è l’analisi dei personaggi e dei loro rapporti, principalmente quelli amorosi ma non solo. Ed è questa attenzione all'”io” dei suoi personaggi che affascina maggiormente la regista, che in un’intervista spiegherà: «scrivo per capire qual è la storia. E penso che i personaggi finiscano per parlarti e dirti cosa vogliono fare e cosa è importante per loro. Perciò, in qualche modo, il tuo lavoro consiste nell’ascoltarli almeno quanto nello scrivere». Il successo su più ampia scala arriva nel 2009 con Lo stravagante mondo di Greenberg, che la porta a collaborare con il regista Noah Baumbach con cui instaura un sodalizio non solo artistico ma anche sentimentale a partire dal 2011. Il film viene presentato in concorso al Festival di Berlino nel 2010 e vale a Gerwig la candidatura come miglior attrice agli Independent Spirit Award. È il suo trampolino di lancio verso i fasti e le luci di Hollywood. Seppur attratta dai cineasti con una forte impronta autoriale (tra il 2011 e il 2014 lavora con Whit Stillman, Woody Allen, Mia Hansen-Løve, Rebecca Miller e Barry Levinson) tra il 2012 e il 2015 Gerwig si concentra su un linguaggio nuovo che comincia ad essere indicato come “suo”: con Frances Ha prima e con Mistress America poi, l’autrice e attrice apre una porta innovativa sul mondo di una generazione, quella dei Millennial alla soglia dei trent’anni, alle prese con i disastri e le emozioni del vero passaggio all’età “adulta”, in un mondo che sembra non tanto incomprensibile quanto inarrivabile, dove ci sono pochi posti che vale la pena raggiungere e tantissime difficoltà da superare; Gerwig racconta con delicatezza e ironia lo smarrimento di una generazione e conquista il pubblico grazie alla capacità di amalgamare malinconia, comicità, ritmo e ironia. L’ultimo ruolo come attrice è quello di Abbie Porter ne Le donne della mia vita di Mike Millis, in cui Gerwig presenta un ritratto di una giovane donna caparbia seppur fragile, libera e indipendente, un costrutto morale così forte da diventare una vera e propria filosofia di vita, tanto da far pensare a un’identificazione tra l’attrice e questa tipologia di personaggio.
La svolta come regista arriva nel 2017, anno in cui dirige il suo primo film: il già citato Lady Bird, con Saoirse Ronan. È una storia dai tratti autobiografici: ambientato a Sacramento, luogo d’origine di Gerwig, racconta le vicissitudini della protagonista, Christine, che si fa chiamare Lady Bird e che vuole fuggire a New York per diventare un’artista, ma anche per sfuggire alla madre, la candidata all’Oscar Laurie Metcalf. Le vibes sono quelle di un romanzo di formazione: seguiamo le amicizie e gli amori di Christine, la sua relazione con Kyle (un bravissimo Timothée Chalamet), le sue delusioni e i suoi sogni. Il film è un successo di pubblico e critica: riceve una pioggia di nomination agli Oscar, compresi i titoli di miglior sceneggiatura e miglior regista per Greta Gerwig, e apre la strada al secondo film “cult” della giovane regista. Nel 2019 infatti, Gerwig si occupa di un nuovo adattamento di Piccole donne, riportando sul set la coppia formata da Saoirse Ronan e Timothée Chalamet, rispettivamente nei panni di Jo March e Laurie, insieme ad altre giovani star come Florence Pugh ed Emma Watson, e a un mostro sacro del cinema come Meryl Streep.
La consacrazione al grande pubblico arriva tuttavia col film con il quale Gerwig sembra essere destinata a passare alla storia: Barbie. Un film scritto, diretto e prodotto da donne – oltre a Gerwig anche Margot Robbie, che non solo interpreta la protagonista ma si occupa anche della produzione tramite la sua LuckChap Entertainment – ma che soprattutto parla alle donne e costringe la società, persino nella sua parte più ostica, ad aprire gli occhi e guardare. Barbie sfida lo spettatore a riconsiderare le norme e le aspettative del mondo nel quale si raccapezza, e spinge le donne a riflettere sulla propria situazione nel modo più efficace fatto finora: ribaltando la realtà. Creando due mondi paralleli, Barbieland e Il Mondo Reale, l’uno dominato da una società matriarcale che relega i Ken (magistrale l’interpretazione di un sempre straordinario Ryan Gosling) a oggetti “accessori” delle barbie; l’altro, il nostro, dominato dal patriarcato, che spinge le donne negli angoli più remoti della società. Gerwig riesce ad affrontare con ironia e intelligenza un dibattito divisivo sulla condizione umana, mettendone in luce punti di forza e difetti, e fa quello che pochi altri sono riusciti a fare: costringe lo spettatore a mettersi nei panni “dell’altro”, smontando Barbie certo, ma soprattutto smontando Ken e il suo delirio patriarcale e dando in questo modo nuova linfa vitale – e nuova dignità – a entrambi. Naturalmente è impossibile che una pellicola di così ampio spessore non si attiri addosso anche delle critiche, ma in generale anche le reazioni negative sono costruttive in questo caso: dicono dello spettatore offeso quasi quanto dicono del film stesso. La Barbie di Gerwig è stata senza dubbio il film dell’estate appena trascorsa e probabilmente dell’anno intero: se la batte con Oppenheimer di Christopher Nolan, ma non è assurdo ritenere che questa guerra arriverà all’ultima decisiva battaglia sul palco degli Oscar 2024. Intanto però, Gerwig è stata consacrata sull’Olimpo dei veri talenti di Hollywood e ha davanti a sé un futuro quantomeno roseo (tanto per restare in tema). Il nome della regista è collegato a due film de Le cronache di Narnia e sembra che non sia da escludere anche un suo possibile ritorno su un sequel di Barbie. Pare, infatti, che Warner Bros. si sia mossa per farle firmare un contratto d’opzione ma che l’agenzia di Gerwig abbia preferito rimandare la discussione a dopo l’uscita del film: una scelta saggia con il senno di poi, visto che l’ingaggio sarà sicuramente più alto se consideriamo il successo al botteghino che ha fatto di Greta Gerwig la prima regista donna a raggiungere un miliardo di dollari d’incassi con un suo film al box office.
Barbie è già un fenomeno di massa, che il messaggio sia passato oppure no. Come dimostra la versione interpretata da Will Ferrell del Ceo di Mattel, esistono degli irriducibili che non accetteranno mai il cambiamento proposto dal film. Si tratta di quegli uomini che dichiarano di avere un’azienda “fatta di donne” ma non hanno nemmeno una donna nel vertice aziendale. Uomini che per dirsi schierati dalla parte giusta della storia si definiscono “figli di una madre”, “nipoti di una zia”, citazioni che coglierà chi ha già visto il film ma non così criptiche da non poter essere afferrate anche dagli altri. Uomini che si dilettano in complimenti raffinati e promesse costose mentre cercano di rinchiudere Margot Robbie in una scatola. Solo Barbie, mai Ken. Perché Ken “non è mai stato un problema, mai”, sottolinea lo stesso Ferrell. Uomini così, adeguati alla storia quanto il signore in giacca e cravatta che a Ryan Gosling mormora con un sorriso a mezza bocca: “lo applichiamo ancora bene, il patriarcato, solo che lo nascondiamo meglio”. Persone così, irriducibili del nostro tempo. Tanto che persino la “nave madre” Hollywood sembra non aver recepito in toto il punto focale del film di Gerwig. L’attore Randall Park (reso famoso da WandaVision) ha dichiarato nel corso di un’intervista che Hollywood ha imparato “la lezione sbagliata” da Barbie: «mi sembra che, in generale, l’industria stia seguendo le lezioni sbagliate. Per esempio, Barbie è un grande successo, e l’idea è: “Fate più film sui giocattoli! Fate più film sui giocattoli!” (si è parlato infatti di portare sul grande schermo altri prodotti Mattel come le Polly Pocket, n.d.A). Ma no. Fate più film di e sulle donne! La lezione dovrebbe essere che avete dato a una brillante regista indipendente come Greta Gerwig le redini di un grande film di successo e avete fatto recitare e produrre Margot Robbie. Pensate a questo. È Greta Gerwig!». La stessa Greta Gerwig che nel 2018 è stata inserita dal Times tra le 100 persone più influenti del mondo e che è in grado di raccontare con delicata precisione il mondo moderno pur sapendone restare spettatrice silenziosa: è impossibile trovare un suo profilo ufficiale su Instagram, per esempio, pur essendo il social per eccellenza dei Millennials. L’anno prossimo saremo chiamati a fidarci di nuovo di lei, perché le è stato affidato il remake per eccellenza, forse il classico Disney più conosciuto e amato di tutti i tempi: Biancaneve e i 7 nani. Un live action che si prospetta innovativo, femminista, pronto a rompere tutte le catene con la tradizione del passato e che ha già sollevato qualche polemica per un apparentemente “eccessivo” politically correct, che qualche esperto critico cinematografico ha già evinto dalle foto scattate di straforo sul set. Ma coraggio Gerwig ha dimostrato di averne in abbondanza: e a noi non resta che attendere di vedere quale altra magia sarà in grado di creare per riempire la sala e ribaltare i pregiudizi di una storia già scritta.