Il folklore giapponese è uno dei più ricchi, complessi e affascinanti del mondo, in grado di superare i confini nazionali e conquistare l’Occidente

Parte fondamentale della cultura e della civiltà giapponese è il suo folklore: popolato da fantasmi, spiriti e divinità, deriva dalle tradizioni orali regionali (in particolar modo quelle raccontate nella regione di Tohoku, la zona più settentrionale dell’Isola principale del Giappone) e dalle religioni più diffuse nel Paese, shintoismo e buddismo. Ma non solo: la cultura del Giappone è fortemente influenzata dai racconti delle popolazioni indigene tanto quanto dai miti che vengono importati da tutto il mondo. Nel complesso, l’insieme delle credenze che dà vita al folklore così tipico di questo Paese è parte integrante della comunicazione moderna: lo si può vedere nei videogames, nei rituali religiosi, nelle tradizioni che si rincorrono, ma anche banalmente usando il proprio smartphone. Tra le emoji, per esempio, compaiono la faccia rossa dell’“Oni”, folletto che vive sulle montagne o nelle grotte, e quella del “Tengu”, una divinità umana dal naso molto lungo, rossa anch’essa e arrabbiata. Si tratta di esseri soprannaturali che appartengono a gruppi chiamati “Kami”(divinità, spiriti scintoisti); “Yūrei”(spiriti e fantasmi); “Bakemono”(animali ed “esseri” mutaforma); e i più celebri: gli “Yōkai”. Con il termine Yōkaisi identifica in generale tutto ciò che non appartiene alla dimensione umana, terrena: non solo spiriti dunque ma anche fenomeni o manifestazioni inspiegabili.

Il folklore giapponese è un mondo complesso, che comprende miti scritti e racconti narrati a voce. Due dei testi letterari più antichi e importanti, fondamentali per cercare di “sbrogliare” la matassa di una materia davvero complessa, sono il Nihonshoki e il Kojiki, tra le cui pagine si racconta il mito della creazione, dell’universo e del Giappone, della nascita delle varie divinità e dell’arrivo del primo imperatore giapponese, la cui discendenza è, ancora oggi, seduta sul trono imperiale.

Ogni cultura è influenzata in modo più o meno marcato dalle sue credenze popolari, popolate da mostri, spettri, demoni, figure spesso spaventose nate generalmente per spiegare quei fenomeni difficili da razionalizzare e divenute con il passare dei secoli parte integrante del tessuto folcloristico di un popolo. Questo è ancora più vero nel caso del Giappone: qui il folklore è intimamente legato alla storia e alla spiritualità del popolo e riuscire a tracciarne un profilo permette di comprendere un po’ meglio quello che è – in sintesi – lo spirito vero e proprio del Paese. Fondamentale per comprenderne la cultura, per assaporarlo al meglio in caso di un viaggio imminente oppure, perché no, come punto di partenza per studiarne la lingua e la cultura.

Gli elementi cardine del folklore locale sono proprio le creature che lo popolano. Si tratta di entità molto diverse l’una dall’altra, che possono avere natura benigna o maligna a seconda dei casi. I più celebri sono gli Yōkai, spiriti il cui nome rivela già in parte la loro natura: il termine è composto da “Yo”, che vuol dire “misterioso, occulto” e “Kai”, “strano, straniero”; gli Yōkai sono i protagonisti delle leggende urbane più famose e la loro esistenza risale alle più antiche cronache mitologiche, molto influenzate nel corso dei secoli dai contatti culturali con Cina e India. Superando le barriere del tempo, gli Yōkai appaiono tanto nelle raffigurazioni classiche sui volumi di mitologia quanto nei moderni manga, e vengono riprodotti spesso negli anime e nei videogiochi. Ci sono tantissimi tipi di Yōkai: alcuni sono dei mutaforma, possono prendere l’aspetto di qualunque cosa o di qualunque essere vivente a loro piacimento; altri hanno un aspetto da chimera, con parti del corpo appartenenti ad animali differenti (il “Baku”possiede caratteristiche dell’orso, del tapiro e della tigre; il “Tengu”è un uomo-uccello dotato di ali da corvo e un naso grande quanto un becco); ce ne sono poi altri come il già citato Oni che sembra un orco, molto più occidentale in un certo senso. Queste creature differiscono anche in base al luogo di appartenenza e origine: ci sono Yōkai di montagna, di foresta, di lago, di mare.

L’influenza della religione nell’origine degli Yōkai è abbastanza chiara. Basti pensare che l’Animismo parte dall’idea che in ogni oggetto, materia o luogo infestato risieda uno spirito. Lo Shintoismo invece spiega come queste creature paranormali possano interferire col mondo umano. Le divinità shintoiste si chiamano “Kami”e ricordano un po’ gli antichi dei greci e romani. Esiste un Kami per ogni forza della natura: per il mare, per le foreste, per i vulcani, tutti nati sotto l’egida di un “Dio creatore”, “Izanagi”. Ma quando quest’ultimo scese sulla terra per eseguire un rito di purificazione con un bagno in un fiume, dalle gocce d’acqua cadute dal suo corpo al suolo sarebbero nati questi esseri chiamati Yōkai, impregnati con parte del potere divino ma non desiderati, non voluti, come figli accidentali.

Per tracciare un quadro storico, le prime testimonianze sugli Yōkai risalgono al periodo Heisei, ma fu durante il periodo Edo (tra il 1603 e il 1868) che vennero scritti più racconti su di loro e vennero realizzati più dipinti che li raffiguravano. Le storie più appassionanti divennero con il tempo rappresentazioni teatrali e maschere carnevalesche, e a mano a mano superarono i confini nazionali per riversarsi verso l’Occidente. Dopo la Seconda Guerra Mondiale con la modernizzazione e l’apertura verso l’Occidente, queste storie rimaste fino a quel momento relegate alle zone più rurali e provinciali cominciarono a espatriare. Fu soprattutto merito di artisti come Shigeru Mizuki e Hiroshi Shiibashi, ambedue autori di manga (Kitaro dei Cimiteri e I signori dei mostri) se questa parte della cultura giapponese riuscì ad attecchire in Occidente.

In linea di massima – proprio come accaduto in qualunque altra parte del mondo nell’antichità – queste creature occulte sono state utilizzate per spiegare quei fenomeni a cui era difficile trovare una spiegazione razionale. Esistono gli “Yanari”che sono piccoli orchi responsabili dei rumori che si sentono in casa prima di addormentarsi; i “Kasa Obake”, che ci “toccano il viso” di notte; i “Mononoke”, considerati in passato responsabili di alcune malattie fisiche e mentali (guarite peraltro con rituali esoterici da monaci considerati “esperti” in tempi medievali). Oggi, benché lo Shintoismo sia ancora la religione più diffusa in Giappone, la rilevanza di queste credenze popolari è ovviamente scemata. Ciò nonostante è innegabile che gli insegnamenti che derivano da queste leggende (e che risalgono a precauzioni vecchie come il mondo, il famoso “non accettare caramelle dagli sconosciuti” traslato nella fiaba di Hansel e Grethel) costituiscano una componente fondamentale della vita dei giapponesi. E gli Yōkai sono diventati anche uno strumento per tenere viva la memoria storica della tradizione locale e per monetizzare: niente come il folklore locale incentiva il turismo e gli Yōkai sono così diventati delle mascotte collezionabili. Adesso si trovano in formato peluches, in action figure, stampati su magliette e accessori di svariato tipo, dai cerchietti alle collane. Da collezionare sugli scaffali delle camerette, buffi e inoffensivi, certo: ma per sì e per no, è sempre bene evitare di tenerli troppo vicino al letto quando si va a dormire. Sayōnara.

I demoni del Giappone