Mentre la Cintura di fuoco del Pacifico torna a ruggire, una nuova crisi bradisismica scuote i Campi Flegrei, tra sensazionalismo apocalittico e razionale scientificità

Il magma risale mentre le placche tettoniche si spostano, metriche a noi incomprensibili che rappresentano il movimento di un corpo che ci dimentichiamo essere vivo, la crosta terrestre, la terra sotto i nostri piedi. Migliaia di persone vengono evacuate, le attività civili si fermano, minacciate dal fumo che proviene dal cuore del pianeta, dai detriti incandescenti lanciati dalla forza della natura, dal rischio di uno tsunami, pronto a spazzare via tutto.
Lungi da noi scadere nell’apocalittico, non descriviamo la trama di un film di utopica fantascienza ma quanto sta accadendo nel Sulawesi centrale, in Indonesia, a causa delle eruzioni multiple del vulcano Ruang.

Dall’inizio di aprile le autorità – che in questa parte del mondo, e a breve spiegheremo perché, sono chiamate a gestire i “disastri” prima ancora che le “emergenze” – avevano alzato il livello di allerta per le attività vulcaniche a 4 (il massimo livello in una schematizzazione di tipo semaforica che parte dallo zero: verde, giallo, arancione e rosso), poco prima che il vulcano cominciasse a espellere colonne di fumo e cenere alte fino a 2.000 e poi 3.000 metri, innescando anche terremoti di bassa e media intensità. La Protezione civile e l’Agenzia indonesiana per la gestione dei disastri hanno così messo in moto gli ingranaggi dei piani di emergenza, evacuando migliaia di persone nell’arco di 6 chilometri dal vulcano e allertando abitanti e turisti sul “potenziale rischio di eruzione di rocce incandescenti, della comparsa di nubi calde e di onde di tsunami, che potrebbero essere innescate dal collasso di un corpo vulcanico in mare”. 

Fumo e cenere fuoriescono dal Vulcano Ruang, nell’indonesiamo Sulawesi. ANSA/EPA/BASARNAS

Le eruzioni continue hanno causato l’interruzione delle attività del Sam Ratulangi International Airport di Manado, importante scalo internazionale distante 100 chilometri dal vulcano Ruang, poiché il “propagarsi delle ceneri vulcaniche” avrebbe potuto “compromettere la sicurezza dei voli”. Alcune persone, inoltre, sono rimaste ferite dopo essere state colpite dai detriti fuoriusciti dal vulcano. Purtroppo l’Indonesia non è nuova a scenari di questo tipo: l’arcipelago, formato da migliaia di isole più o meno grandi su cui abitano circa 278 milioni di persone, infatti, conta 120 vulcani attivi e una lunga serie di eruzioni vulcaniche, eventi sismici e tsunami. Il 21 dicembre del 2018, ad esempio, neanche molti anni fa, l’eruzione del vulcano Krakatoa sull’isola di Anak Krakatau (“figlio del Krakatoa”, sorta nel 1927) causò il crollo del fianco sud-occidentale del vulcano, con conseguente riversamento in mare di circa 64 ettari di terreno. L’episodio provocò un’onda di maremoto che si abbatté sulle coste delle isole di Giava e Sumatra, nello Stretto della Sonda. Il bilancio fu di oltre 400 morti, numerosi feriti e dispersi, incommensurabili danni.
La spiegazione di questi fenomeni catastrofici va ricercata nella posizione sul globo del Paese. Cosa accomuna l’Indonesia all’Alaska, al Cile, al Giappone, la Nuova Zelanda, le Filippine e ad altri numerosi Stati tra la costa Ovest delle Americhe e l’Asia che si affaccia sul Pacifico? Tutti si trovano all’interno del “Pacific Ring of Fire”, l’“Anello di fuoco del Pacifico” o “cintura di fuoco del Pacifico”.
La “cintura” è lunga circa 40.000 chilometri e circonda a mo’ di ferro di cavallo (o di anello che dir si voglia) l’Oceano Pacifico. Lungo questa fascia, o meglio al di sotto, ci sono delle lunghissime faglie che delimitano i margini di diverse placche tettoniche. Per questo in questa regione del mondo si registrano numerosi terremoti, anche di forte intensità – pensiamo ad esempio al Giappone, “abituato” alla terra che trema: l’ultimo forte sisma di magnitudo 7.5 è avvenuto il 1° gennaio del 2024 -, e si trova il 75% dei vulcani attivi di tutto il mondo (circa 1.500 senza contare le dorsali medio-oceaniche sul fondo dell’oceano), ovvero quelli che hanno eruttato negli ultimi 10.000 anni. Da qui il nome, “di fuoco” appunto.

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Creazione e distruzione, dal Pacifico al Mediterraneo

Quando da qualche parte nel mondo, preferibilmente lontano da noi, un vulcano erutta, sulle prime pagine si legge: “le spettacolari immagini dell’eruzione”. Se dallo scenario togliamo i danni a cose o persone, in effetti, le eruzioni sono “spettacolari” e possono dare vita a eventi altrettanto spettacolari, come, ad esempio, la nascita di nuove terre emerse in un Millennio, il Terzo, in cui la terra da scoprire è ormai stata esaurita. È successo, per citare l’ultimo caso, nel novembre del 2023 quando un vulcano sottomarino senza nome al largo della nota isola giapponese Iwo Jima (rinominata Iwo to) – nota alla Storia come teatro dell’omonima e sanguinosa battaglia tra statunitensi e giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale e dalla cui evacuazione della popolazione civile nel luglio del 1944 l’isola è rimasta disabitata – ha “tirato fuori” dal Mar Cinese Orientale, porzione dell’Oceano Pacifico, una nuova isoletta, parte dell’arcipelago delle Ogasawara. Non si tratta però di un caso isolato: nuove isole si creano a ciclo continuo in queste acque, man mano che il magma fuoriesce dai vulcani sottomarini e, a contatto con l’acqua fredda, si solidifica. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, le nuove isole vengono spazzate via dalla forza del mare e del vento prima che possano diventare abbastanza grandi e forti da resistervi, o, ancora, si fondono con isole già esistenti diventando un unico corpo. Non bisogna poi dimenticare quei casi in cui l’attività della natura è distruttrice e non creatrice: non è insolito, infatti, che l’attività dei vulcani sottomarini sia così forte e repentina da arrivare a distruggere una parte di terra emersa. All’inizio del 2022, ad esempio, il vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Haʻapai ha eruttato così potentemente (una potenza paragonata a quella di 500 bombe atomiche) da cancellare quasi completamente dalle cartine l’omonima isola con una nube di detriti che si è estesa per 450 chilometri di diametro. L’isola stessa, andrà in realtà detto, era frutto della stessa movimentata attività: tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, infatti, il materiale emerso dalle eruzioni contribuì a unire le isole di Hunga Tonga e Hunga Haʻapai fino a farle diventare un unico corpo, poi scomparso qualche anno dopo. 

L’esplosiva eruzione del vulcano Hunga Tonga-Hunga Ha’apai del 15 gennaio 2022. ANSA/EPA/TONGA METEOROLOGICAL SERVICES

Quanto accaduto nel Regno di Tonga – un nome esotico per una regione del mondo che sembra altrettanto esotica agli occhi occidentali – non dovrebbe in ogni caso stupirci: anche sotto la terra del Vecchio Continente i vulcani sobbollono, in alcuni casi creano, in altri distruggono o rischiano di distruggere. Volgendo lo sguardo a un’isola più vicina, ad esempio, troviamo la greca Santorini. La nota isola turistica è catalogata come isola vulcanica: secondo gli studi fatti dai geologi in origine era circolare con il cratere del vulcano al centro (molto simile a come oggi appare un’altra isola vulcanica a noi vicina, la siciliana Vulcano) ma un’eruzione avvenuta tra il 1627 a.C. e il 1600 a.C., un’eruzione definita apocalittica, addirittura la più imponente mai avvenuta in Europa in epoca storica, ne ha definito l’aspetto attuale, facendone collassare la parte centrale. Allora l’isola si chiamava Thera e la potente eruzione, si sostiene, ha segnato la civiltà Minoica, determinandone il declino a causa dell’esplosione, dei detriti e dei gas rilasciati, prima, e di un devastante tsunami, dopo. Il crollo del cono vulcanico ha fatto sì che si creassero due nuove cime – Palea Kameni e Nea Kameni, la cui ultima eruzione risale al 1950 – ma dopo quella eruzione e una serie di altre esplosioni minori, il vulcano di Santorini ha raggiunto uno stato di quiescenza che dura ancora oggi. Sotto le terre dell’arcipelago, tuttavia, a circa 8 chilometri a Nord-Est di Santorini, è ancora attivo un insieme di 20 vulcani sottomarini, guidato dal più grande, Kolumbo. In un recente articolo pubblicato sulla rivista Nature Geoscience un team di scienziati, guidato da Steffen Kutterolf del GEOMAR Helmholtz Center for Ocean Research di Kiel, a seguito di anni di ricerca sulle attività vulcaniche della regione, ha documentato una violenta eruzione sottomarina avvenuta nel 726 d.C. e ha sostenuto che “Santorini attraversa cicli che alternano la formazione di una caldera e la nascita, all’interno di essa, di vulcani, che eruttano mentre la camera magmatica in profondità va a riempirsi sempre più. Quando quest’ultima è colma le eruzioni diventano più imponenti e una grande eruzione può portare alla formazione di una caldera”. Attualmente, dunque, i vulcani sotto le acque greche sarebbero in fase di “accumulo” e non si esclude che la Storia potrebbe ripetersi.

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I Campi Flegrei e il bradisismo: nuova crisi?

Restiamo in Europa: qui la stragrande maggioranza dei vulcani attivi è concentrata in due zone ben specifiche, il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico settentrionale. Se verso il Polo Nord questa presenza si concentra verso l’insulare Islanda, verso l’Equatore i Paesi interessati sono di più e tra questi, insieme alla Grecia, alla Spagna e al Portogallo, compare anche l’Italia. Il Belpaese ospita in primis l’Etna – il “Mongibello” che dal 2013 fa parte del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, nonché vulcano attivo più alto d’Europa -, seguito da varie isole vulcaniche – la già nominata Vulcano ma anche Pantelleria, Lipari, Stromboli -, il sottomarino Marsili, e soprattutto il complesso partenopeo formato dal Vesuvio e dai Campi Flegrei.
È proprio di questi ultimi che recentemente si sente sempre più parlare e non a caso.

Partiamo dalle basi. I Campi Flegrei sono una vasta area vulcanica situata nel golfo di Pozzuoli, a Ovest di Napoli, e includono – oltre i Comuni, in parte o del tutto, di Bacoli, Monte di Procida, Pozzuoli, Quarto, Giugliano in Campania e Napoli – anche le isole di Ischia, Procida e Vivara, dette isole Flegree. Geologicamente parlando, l’area dei Campi Flegrei è una caldera (“grande conca a fondo appiattito […] originatasi per sprofondamento delle strutture periferiche di un cratere o per esplosione della porzione centrale dell’apparato craterico” riporta il Dizionario delle Scienze Fisiche di Treccani) in stato di quiescenza, con un diametro che varia dai 15 ai 18 chilometri, e rientra in quella dozzina di caldere di grandi dimensioni presenti sulla superficie terrestre denominate “supervulcano”. Nella zona si trovano numerosi crateri e piccoli edifici vulcanici con manifestazioni gassose effusive o idrotermali, nonché importanti depositi di origine vulcanica, laghi di origine vulcanica e laghi costieri originatisi per sbarramento.
A far parlare di sé non è tanto la regione in sé quanto il fenomeno che la caratterizza più di tutti: il cosiddetto bradisismo flegreo. Il bradisismo (dal greco βραδύς bradýs, “lento” e σεισμός seismós, “scossa”) è un fenomeno legato al vulcanismo che consiste nel “lento movimento di sollevamento (b. negativo) o di abbassamento (b. positivo) del terreno, in aree localizzate della crosta terrestre”. In questa regione del mondo il fenomeno, le cui cause non sono mai state individuate con certezza, si ripete in maniera ciclica da secoli. In particolare la curva del bradisismo flegreo ricostruita a partire dal II secolo a.C. ha segnato una prima fase discendente durata fino al IX secolo, seguita da una fase ascendente iniziata nel X secolo e proseguita fino al XVI secolo, una nuova fase discendente a partire dal XVII secolo conclusasi nel 1970 quando è iniziata una nuova fase ascendente durata fino a 1985. In quell’anno il suolo ha ripreso ad abbassarsi ma nel 2005 la tendenza si è nuovamente invertita. Il movimento del suolo – per secoli misurato grazie alle colonne del Macellum di Pozzuoli (Tempio di Serapide), poi sostituite da strumenti più tecnologici e moderni – è accompagnato da scosse sismiche di bassa e media intensità e, in alcuni casi, avviene in maniera così repentina da mettere in allerta la popolazione e le autorità. Nella seconda metà del XX secolo si ricordano due cosiddette crisi bradisismiche, la prima tra il 1969 e il 1972 e la seconda dal 1982 al 1984. La terza è attualmente in atto.

Noto come tempio di Serapide, il Macellum di Pozzuoli era il mercato pubblico della Puteoli romana. Per molti secoli le sue colonne sono state l’unico indicatore del fenomeno del bradisismo flegreo, man mano che venivano sommerse e riemergevano dal mare. ANSA/CIRO FUSCO

Da gennaio 2023 a febbraio 2024, riporta il sito web del Dipartimento della Protezione civile, il sollevamento registrato è stato di 20 centimetri (88 centimetri da gennaio 2016), con un significativo aumento dell’attività sismica. Nel corso del 2023 l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) ha registrato in totale 3.450 eventi sismici di cui circa il 90% con magnitudo inferiore a 1.0. A preoccupare sono state le scosse del 27 settembre e del 2 ottobre, rispettivamente di magnitudo 4.2 e 4.0: scosse distintamente percepite dalla popolazione e che hanno richiesto un maggiore controllo delle attività di monitoraggio. Al 17 aprile del 2024, l’INGV ha registrato 1.286 eventi sismici, tutti di bassa intensità o comunque di magnitudo inferiore rispetto ai due eventi chiave dell’anno precedente.
In realtà, non sono le scosse sismiche a preoccupare davvero, è quello che anticipano la vera paura: la possibilità di un’eruzione.

La televisione svizzera al centro della polemica

Grande polemica ha, negli ultimi giorni, scatenato un servizio mandato in onda lo scorso 4 aprile dalla trasmissione di approfondimento Falò della RSI, la Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana. Il servizio, intitolato Napoli: il supervulcano che minaccia l’Europa, mostra tramite effetti grafici quali sarebbero gli effetti di una forte eruzione nella zona dei Campi Flegrei e si affida alle parole degli esperti, tra cui il direttore dell’Osservatorio vesuviano dell’INGV Mauro Di Vito e il vulcanologo francese Patrick Allard. A scatenare le polemiche, tuttavia, è stato il tono con cui il servizio è stato costruito, secondo alcuni eccessivamente enfatico e apocalittico. La ricostruzione è stata fatta sulla base di ciò che sappiamo delle due eruzioni più gravi mai avvenute ai Campi Flegrei: la “Ignimbrite campana” e l’eruzione del “Tufo giallo napoletano”, avvenute rispettivamente 40 mila e 15 mila anni fa.
Sulla questione è intervenuto lo stesso INGV con un comunicato in cui ha ricordato che “la caldera è monitorata da un sistema di monitoraggio multiparametrico continuo” e sottolineato che, al momento, i dati “non mostrano evidenze dell’imminenza di una eruzione vulcanica, tantomeno di grandi proporzioni” (informazione che si legge anche sul Bollettino settimanale emesse il 16 aprile dallo stesso Osservatorio vesuviano in cui “non si evidenziano elementi tali da suggerire significative evoluzioni a breve termine”). L’Istituto, ricordando l’impegno messo in campo da tutti i tecnici per garantire un’informazione continua e scientifica su quanto accade, definisce “dissonante” lo sviluppo di un racconto che si limita ad essere uno “sfoggio di grandi effetti speciali per chi realizza documentari”, nonché “una cancellazione di anni e anni di condivisione di dati e informazioni da parte di chi ne scrive enfatizzando l’allarmismo”. «La probabilità che la prossima eruzione sia del tipo Ignimbrite Campana/Tufo Giallo Napoletano è bassissima», prosegue ancora l’INGV, spiegando che sebbene i dati indicano come più probabile un’eruzione piccola (come quella di Monte Nuovo del 1538), le aree potenzialmente esposte a eventuali accadimenti sono state stabilite sulla base di uno scenario relativo a un’eruzione di scala media (come quella di Astroni di 4.000 anni fa). Il pericolo che Napoli scompaia “sotto 30 metri di materiale vulcanico” – come recita la voce fuoricampo del documentario -, dunque, per l’INGV non esiste.

Sul servizio della RSI è intervenuto anche il primo cittadino del capoluogo partenopeo, Gaetano Manfredi, a margine del Festival Euromediterraneo dell’Economia (Feuromed), definendolo “un documentario di fantascienza, un brutto film”. «Si descrive uno scenario di 40 mila anni fa, con probabilità che si possa ripetere vicina allo zero, sono solo sensazioni senza base scientifica che però fanno danni sulle popolazioni dell’area flegrea e sulla percezione di sicurezza nei nostri territori», ha dichiarato.
Ricordiamo, infatti, che quella dei Campi Flegrei è “la più grande caldera urbanizzata attiva nel cuore del Continente europeo”: il pericolo è dato proprio dall’alta concentrazione di popolazione e dall’urgente necessità, se mai un evento vulcanico dovesse realizzarsi, di evacuare gli abitanti.

“Via tutti”

Visti i fenomeni che interessano l’area, negli anni le istituzioni italiane – Governo e Protezione civile in primis, seguiti da autorità locali – hanno messo a punto dei piani di emergenza da attivare in caso di pericolo concreto.
Attualmente, sebbene fosse previsto un aggiornamento mai arrivato, restano in vigore le disposizioni stabilite dal decreto-legge n. 140 del 12 ottobre 2023, Misure urgenti di prevenzione del rischio sismico connesso al fenomeno bradisismico nell’area dei Campi Flegrei, poi convertito nella legge n. 183 del 7 dicembre 2023. Le linee guida del provvedimento sono: l’analisi della vulnerabilità delle zone edificate (punto, questo, su cui il Dipartimento ha già specificato: “la crisi bradisismica in atto non ha comportato finora danni rilevanti”); l’elaborazione di un piano speditivo di emergenza dedicato al bradisismo; la definizione di un piano di comunicazione alla popolazione; la verifica della funzionalità delle infrastrutture di trasporto e degli altri servizi essenziali, nonché il potenziamento della risposta operativa territoriale di protezione civile. Le zone di evacuazione, invece, sono state individuate nel 2016 con il Decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 24 giugno. Queste si dividono in: “zona rossa”, la più esposta in caso di eruzione al “pericolo di invasione di flussi piroclastici”, conta circa 500 mila abitanti tra Bacoli, Pozzuoli, Monte di Procida e Quarto, parte di Giugliano e Marano e alcune aree di Napoli come Bagnoli, Fuorigrotta, Pianura, Soccavo, Posillipo e parte di Vomero, Chiaiano, Arenella e San Ferdinando; “zona gialla”, esposta alla “significativa ricaduta di ceneri vulcaniche”, ci vivono circa 800 mila abitanti tra Villaricca, Calvizzano, Marano, Mugnano, Melito e Casavatore, oltre a 24 quartieri di Napoli; “aree di attesa” appena al di fuori della zona rossa, individuate nei Piani di protezione civile comunali; “aree di incontro”, 6 in tutto, da cui gli evacuati verrebbero trasferiti verso le Regioni gemellate per l’accoglienza. L’allontanamento, in caso di pericolo, dovrebbe avvenire nell’arco di 72 ore.

La riunione tecnico-operativa con i sindaci dei territori interessati dal bradisismo nei Campi Flegrei a Pozzuoli il 13 ottobre 2023. Presenti: il ministro della Protezione Civile Nello Musumeci, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, il capo del Dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio, il prefetto di Napoli Claudio Palomba e i sindaci del territorio tra cui il primo cittadino di Napoli Gaetano Manfredi. ANSA/CIRO FUSCO

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Nell’anno in corso, per verificare l’efficacia del piano di emergenza, sono previste tre esercitazioni che coinvolgono i soggetti istituzionali e, in alcuni casi, parte della popolazione. La prima è avvenuta il 22 aprile e i protagonisti sono stati il Dipartimento della Protezione Civile, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, la Regione Campania, i Comuni interessati (in particolare quelli di Pozzuoli, Bacoli e Napoli) e la Città metropolitana e la Prefettura di Napoli, oltre a quattro scuole di Napoli, Bacoli e Pozzuoli. L’attenzione si è concentrata sui primi due scenari previsti dal provvedimento dello scorso ottobre: scosse sismiche con danni limitati e localizzati in aree poco estese, il primo, e scosse sismiche con danni più gravi in aree più ampie di territorio e a un numero significativo di edifici e infrastrutture, il secondo. Nella seconda esercitazione in programma per il 30 e il 31 maggio, invece, verrà verificato il terzo scenario, un aumento significativo delle deformazioni, accompagnato da un incremento della frequenza e dell’energia dei terremoti, con conseguenti gravi danni a edifici e infrastrutture e l’impossibilità di garantire i servizi essenziali per i cittadini. A ottobre, infine, verrà testato il Piano nazionale per il rischio vulcanico.

di: Alessia MALCAUS

FOTO: SHUTTERSTOCK