Chi parla per primo, perde: ecco le regole del gioco per chi ha fatto della moderazione la sua ragione di vita (politica e non). Il vicepremier promette l’exploit di Forza Italia alle prossime Europee, puntando tutto sull’impellenza di una mediazione quantomai cruciale 

Rassicurante, moderato, popolare. È questo forse il ritratto dello statista ideale, del volto che (quasi) tutti vorrebbero per la propria istituzione di riferimento. Pacato ma saldo, con la sicurezza, che non è sicumera, di chi è perfettamente a suo agio a Palazzo Chigi come a Palazzo Berlaymont, Antonio Tajani si candida a riferimento dei conservatori moderati d’Europa. In Italia il vicepremier gode del rispetto di tutti ma del voto di pochi, almeno troppo pochi per garantire a Forza Italia un ruolo che non sia di mero “ago della bilancia” fra gli estremi della maggioranza. Un ruolo che il Partito Popolare Europeo di cui Forza Italia fa parte rischia di dover coprire anche a Strasburgo.

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Dal campo di battaglia al Parlamento

Diplomatici si nasce, ma ci si diventa anche, e Tajani sembra aver posto le basi per la sua attuale professione fin dai suoi primi passi. Figlio di un’insegnante di greco e latino e di un ufficiale dell’esercito italiano, poi nominato al comando NATO in Francia, Tajani comincia a seguire le orme del padre prestando servizio come ufficiale dell’Aeronautica Militare Italiana ed entrando nella NADGE (Nato Air Defence Ground Environment), con un addestramento specializzato in difesa aerea a Borgo Piave di Latina. Il vicepremier, che può persino rivendicare lo stesso sangue del maresciallo Pietro Badoglio, fratello della sua bisnonna, interrompe poi la sua formazione militare per dedicarsi a quella, più mondana ma altrettanto propedeutica, di giornalista. In poco tempo da cronista parlamentare Tajani diventa redattore de Il Giornale di Indro Montanelli, passando per Rai Radio 1 per cui conduce il GR1 ed è inviato all’estero, in Libano, Somalia e nell’ex Unione Sovietica. La formazione militare e l’esperienza sul campo si raffinano con la gavetta politica che il vicepremier trova il tempo di coltivare fin da giovane, quando è vicesegretario del movimento giovanile dell’Unione Monarchica Italiana.

Antonio Tajani e Silvio Berlusconi (sx) durante la presentazione della candidatura a sindaco di Roma del 2001, poi vinte da Veltroni (ALESSIA PARADISI-ANSA)

Quando nel 1994 Silvio Berlusconi scende in campo per il Paese che ama, Tajani è il prototipo della perfetta spalla destra: conservatore moderato, conosce e rispetta profondamente le istituzioni, parla fluentemente francese e spagnolo, ha una buona predisposizione alla mediazione e, soprattutto, sembra immune al protagonismo personalistico o, come mormorano molti critici annoiati, al carisma. Quello, però, non manca nel Popolo delle Libertà: ciò di cui hanno bisogno gli azzurri è una presenza rassicurante, che diluisca in parte quella istrionica del suo leader e tracci la strada di Forza Italia in Europa. Da quel momento, Tajani sarà per Forza Italia l’uomo giusto silentemente operativo nel posto giusto. La sua carriera al Parlamento europeo inizia proprio nel 1994 e prosegue in discesa fino alla Presidenza dell’Eurocamera, passando per la Commissione di cui diventa vicepresidente (Barroso I) e commissario ai Trasporti.

Trent’anni esatti dopo quella scommessa, oggi Tajani è segretario eletto di Forza Italia, subentrato per successione dinastica con la scomparsa del fondatore, e come prova ulteriore di leadership guida le candidature alle elezioni europee da capolista in tutte le circoscrizioni (fanno eccezione le Isole dove si è scelto il volto di Caterina Chinnici). Lo storico ci insegna che gli exploit in favore dei singoli leader candidati alle Europee difficilmente si confermano sul lungo periodo come indicatori vincenti in patria: è già successo nel 2014 a Matteo Renzi e nel 2019 a Matteo Salvini, ma Tajani non si scoraggia e anzi ci crede: «quanti più voti prenderemo alle Europee, tanto più conteremo al Governo in Italia» rilancia, convinto che un 10% alle Europee potrà tradursi in un 20% alle politiche – anche se questo, in realtà, dipenderà necessariamente da una valutazione conclusiva e complessiva della legislatura in corso.

La strategia europea, sottovoce

Il partito che ha portato il personalismo in Italia, e in un certo senso ha fatto scuola in tutto il mondo, non abbandona la sua impronta e conferma la leadership di una figura rodata e trasversalmente apprezzata. Anche qui, piovono critiche sull’assenza di candidati alternativi, ma il biasimo è tutto di chi non ha mai compreso che tra gli ingredienti vincenti di Forza Italia c’era e c’è proprio questo. Per lo stesso motivo, in Europa Forza Italia sceglie di mantenere il nome di Berlusconi sul simbolo, oltre che il suo volto sui cartelloni. Peccato però che il nome sulle schede sia quello di Tajani: la strategia di Forza Italia va aggiustata. Per replicare i successi raggiunti grazie alla personalità magnetica e istrionica del suo fondatore, serve un rebranding. Nessuna rottura con il passato, la famiglia Berlusconi è ancora generosa con il Partito, è solo questione di adattamento.

Il primo passo è quello di vendersi come “forza rassicurante”: la nostra destra, rivendicano gli azzurri, rifiuta i toni sensazionalistici della retorica sovranista e anzi ne diluisce il tenore, favorendo il compromesso e la tenuta delle istituzioni. «Noi non strepitiamo, non minacciamo» precisa Tajani presentando la propria candidatura a Bologna, affrettandosi a chiarire che “siamo leali con i nostri alleati, ma siamo un’altra cosa”. Una scelta perfettamente in linea con la posizione del PPE, “quello che dà le carte in Europa” proprio grazie a un posizionamento centrista e compromissorio, quasi mai ideologico. Eccolo di nuovo: rassicurante, moderato e popolare. E certo che in questa rappresentazione rassicurante e pacata i suoi alleati lo aiutano davvero. Stuccata la facciata, è il momento di rifare anche gli interni e per questo le elezioni sono strumenti molto utili, accesso a porte girevoli, ascensore per gli ambiziosi e impietoso colino per chi non ha la stoffa.

Nelle elezioni locali una buona materia prima ci rende tutti un po’ cuochi, lo abbiamo visto nelle Regioni del Sud chiamate al voto che hanno premiato soprattutto la scelta di candidati vincenti. Se però l’agone è europeo, la musica cambia. «Un ex-dem antimafia al Sud, una pattuglia di ex-bossiani al Nord, l’alleanza coi centristi cattolici di Maurizio Lupi» lo decifra Mauro Bazzucchi sul Dubbio, e la strategia è veramente popolare perché non teme di pescare nei bacini insoddisfatti dei propri alleati. La strategia di Tajani, allora, si fa più strategica e popolare, con gli azzurri che intendono consolidarsi come il partito degli imprenditori al Nord, dei moderati cattolici al Centro e della legalità al Sud. Nei triangoli produttivi del Settentrione, l’europeista Tajani lo ha capito prima di tutti, si sono un po’ stufati di parlare di destre, fascismi e revisionismi storici (una tendenza vera forse non solo al Nord). Lo si riscontra facilmente scorrendo i nomi dei candidati scelti: l’imprenditore torinese Paolo Damilano, già candidato a sindaco di Torino nel 2021, Letizia Moratti strappata al Terzo Polo, che aveva provato a candidarla alla Regione Lombardia prima di vederla tornare all’ovile azzurro, Roberto Cota prestato dalla Lega, così come Flavio Tosi. Non stride più nemmeno il cognome di Alessandra Mussolini, ormai riscopertasi strenua paladina dei diritti civili e LGBTQ+.

Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani alla Festa di Atreju nei giardini di Castel Sant’Angelo, 2023
(ANSA/FABIO CIMAGLIA)

Moderato? Ambizioso

Nel 2016 l’anonimo blog a firma Il Pedante ricordava come la moderazione fosse “da millenni tra le virtù morali prescritte ai saggi”, da Aristotele a Cicerone a Tommaso d’Aquino, “sicché attribuire all’interlocutore il pregio della moderazione equivale a concedergli le insegne della saggezza e della rettitudine”. Ma la moderazione ha un vantaggio intrinseco più importante: «è un’etichetta vuota» e “non dice nulla se non il bisogno di affermare il proprio equilibrio e la propria presunta superiorità e distanza rispetto a un’altra categoria ugualmente vuota ma specularmente infamante: l’estremismo”. Tana per Tajani, che di estremisti si è letteralmente circondato e il gioco, che in un primo momento aveva sollevato sparute perplessità interne, oggi è stato perfettamente compreso anche dai compagni di partito più restii. Il goal per il leader degli azzurri moderati oltrepassa un semplice buon risultato nella sua maggioranza e arriverebbe invece fino alla Commissione, questa volta da presidente.

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Il piano, tutto da giocare, prevede che Tajani si metta alla guida della nuova maggioranza uscente dal voto. Nonostante il PPE abbia ufficialmente riproposto la candidatura di Ursula Von der Leyen, a caccia di secondo mandato da presidente della Commissione, i malumori nei confronti della tedesca sono noti, specialmente nei rapporti con l’attuale presidente del Partito Manfred Weber. Seguendo i venti che soffiano favorevoli nei confronti dei conservatori, si prospetta quindi l’apertura di un ampio fronte che vada dal PPE all’EFD, una macro-area di centrodestra a guida moderata che, per le differenze intrinseche con la maggioranza uscente, difficilmente potrà essere affidata alla medesima guida. E Tajani, di mediazione con gli identitari del gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), presieduti da Giorgia Meloni, ha qualche esperienza. Che il vento stia cambiando lo dice piano anche l’ex presidente della Commissione José Barroso, secondo cui “naturalmente l’Unione europea deve continuare a guidare la transizione verde”, ma “senza mettere la nostra industria e la nostra agricoltura in una situazione di svantaggio competitivo”.

La strategia rischia, a dir poco, di tagliare fuori gli alleati della Lega le cui istanze federaliste, rispecchiate nel gruppo Identità e Democrazia, non potrebbero proprio accostarsi a quelle degli “eurorealisti” dell’ECR, figuriamoci con i valori moderati e squisitamente europeisti del PPE. Dopotutto l’aggettivo “popolare” incarnato dal PPE e perfettamente rappresentato da Tajani sembra davvero più compatibile con i diretti rivali socialdemocratici di S&D che non con forze più ideologiche seppur del medesimo lato dell’emiciclo. Il Partito di Weber è strenuo promotore dell’economia sociale di mercato, combinando “la spinta alla competitività e alle opportunità economiche con un forte senso di solidarietà e responsabilità sociale” per un’Europa che “trasformi i diversi interessi in ponti e i conflitti in solidarietà”. Né sarebbe politicamente vantaggiosa, una volta cambiata la compagine di alleanze, una drastica giravolta rispetto alle battaglie politiche già combattute e spesso vinte. Su questi calcoli e, in generale, sul cinismo aritmetico che accompagna puntuale ogni elezione, naturalmente Tajani tace.

L’art de se taire

Nel 1771 l’abate Joseph Antoine Toussaint Dinouart pubblicava L’art de se taire, un opuscoletto “mondano” dedicato all’arte di tacere che il Nostro deve aver studiato attentamente, in questa o in una vita precedente. L’autore è convinto che il silenzio “in questa nostra epoca” (e figuriamoci allora la nostra) è diventato indispensabile, “essendo per molti un mezzo sicuro per tener vivo il rispetto verso la religione, e per procurare allo Stato cittadini fedeli, prudenti e virtuosi”. È così che il non detto di Tajani risponde più ad una diplomatica scaltrezza che non a un pacato istituzionalismo: «mai l’uomo è padrone di sé come quando tace: – diceva bene l’abate – quando parla sembra, per così dire, effondersi e dissolversi nel discorso, così che sembra appartenere meno a se stesso che agli altri». È così che il vicepremier non appartiene a nessuno dei suoi alleati e si mostra seraficamente estraneo a qualsiasi uscita sgambata, stortura istituzionale e gaffe succedutesi in questi quasi-due anni di Governo. 

ANSA/FABIO CIMAGLIA

Rassicurante, moderato, popolare: è senza mai smentire il suo stile istituzionale che Antonio Tajani è arrivato dov’è oggi, forse amato più per la sua caratura internazionale che non per il suo piglio politico. E l’Europa sembra davvero il suo habitat naturale, più del rumoroso agone italiano in cui ai pacati, se non sono anche abbastanza furbi, non resta che il gioco del silenzio.

di: Marianna MANCINI

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