Intervista a Massimo Zamboni, chitarrista dei CCCP e CSI e scrittore. Nel suo ultimo libro, “Bestiario selvatico”, apre un’inedita finestra su “intrusi e ritorni”

Quando si pensa a Massimo Zamboni lo si immagina su un palco con la sua chitarra (cosa che avverrà presto con il nuovo tour dei CCCP, verso il tutto esaurito), oppure a una conferenza sul tema della Resistenza nella sua terra, la provincia di Reggio Emilia, sulla quale ha scritto due volumi (tra gli altri) editi da Einaudi

Ma la sua reale dimensione è essere immerso nella natura che circonda la sua casa di famiglia, tra boschi, corsi d’acqua e animali. In questo contesto e dall’osservazione dei cambiamenti dell’ecosistema locale, è nato “Bestiario selvatico” (ed. La nave di Teseo, 2023). Come i predecessori medioevali, è corredato dalle illustrazioni di Stefano Schiaparelli e raccoglie una serie di “presenze” che in quell’habitat non dovrebbero esserci. Invece ci sono, segno di un ambiente che cambia anche se l’uomo non se ne accorge, o finge di non accorgersene, o se ne accorge solo quando ne subisce un danno. 

Com’è nata l’idea di questo libro?

«L’idea è molto antica. Vivendo in mezzo a un bosco, in montagna, in una casa molto isolata, il confronto con la natura è quotidiano, nel senso positivo e negativo. Stamattina pensavo che, se dovessi mancare da qua per qualche mese, la casa sarebbe invasa dal bosco, dalle piante più che dagli animali, con prepotenza, che non voglio definire “arroganza”, bensì uno sfarzo vitale incontenibile. E, nello stesso tempo, sento tutto il privilegio di poter abitare in una condizione come questa, che, secondo me, è la vera condizione degli esseri umani. Da bambino raccoglievo tutte le bestioline che trovavo morte, avevo le classiche vasche con i tritoni e i pesci, le gabbiette con gli uccellini… Adesso non lo farei, ma è stato un modo per guardare gli animali, non per imprigionarli. Se non avessi fatto il musicista e lo scrittore, probabilmente avrei fatto il biologo o qualche altra professione legata alla natura. E, quindi, io non sono sorpreso di questo libro. Quello che mi ha spinto a farlo è stata la sorpresa di questi incontri, non tanto per l’animale in sé, ma per la testimonianza di come l’ambiente intorno a noi sia mutato negli ultimi decenni, e sia mutato in maniera così sorprendente. Forse la molla iniziale è stato l’incontro con un ibis eremita, nel comune dove abito, che non è assolutamente il suo luogo di residenza, né nemmeno di transito: credo sia stato il primo esemplare che passava di qua da quando le terre sono emerse. Eppure, un piccolo stormo di ibis eremita è passato sopra al cimitero. A questo punto comincio a mettere insieme una serie di granellini che compongono un disegno. Avevo già visto il ritorno della cicogna, di altre tipologie di ibis, l’arrivo di insetti di ogni varietà, pesci mai vissuti nelle nostre acque… E comincio a capire che qualcosa sta cambiando, non a livello di singoli esemplari, ma di sistema. Il quadro di insieme ci mostra che il mondo degli uomini ha costretto moltissime specie animali all’estinzione ed altrettante allo spostamento, spesso involontario. Magari perché caricati su un container, su un aereo, su una valigia, a volte per necessità di fuga. Ad esempio lo sciacallo, l’orso, il lupo sono tornati in Italia per fuggire dalla guerra in Jugoslavia».

L’ibis eremita – Stefano Schiapparelli

Ti interessa L’impatto del cambiamento climatico sugli animali ?

In particolare con il lupo ha avuto un “incontro” spiacevole…

«È successo 15 anni fa: una mattina sono andato a controllare le pecore nel recinto e le ho trovate tutte massacrate. I primi tempi, con i vicini, abbiamo pensato che si trattasse di cani selvatici, poi un paio di esemplari di lupo sono stati investiti da auto e abbiamo avuto la prova della sua presenza nel nostro territorio. Era dai tempi del mio bisnonno che il nome “lupo” era impronunciabile, era un tabù. Ma adesso è tornato.  Ormai è diventato una presenza abituale, quotidiana: quello che facciamo è di chiudere le bestie dentro alle stalle, e, quando sei solo nel bosco con una motosega per tagliare della legna, ti chiedi se qualcuno ti stia osservando. Una sensazione mai provata prima. Oppure viene da chiederti quanto saresti al sicuro se la macchina ti si bloccasse in mezzo alla neve, di notte. C’è un rischio… e bisogna accettarlo».

Alcune amministrazioni sono tolleranti con chi spara ai “nuovi arrivati”, come le nutrie, ad esempio. 

«A noi che siamo gli artefici del disastro, spetta il dovere di contenerlo e di “selezionarlo”, come dicono i cacciatori. Io non sparerei a una nutria… Osservo con meraviglia questi nuovi animali che arrivano, che sono creature come le altre, anche se a noi sembrano dannosi, inutili, orribili… Ci vuole un certo sforzo intellettuale per immaginarla carina, ma in realtà lo è, come lo sono tutti gli animali. Sono tutte questioni complesse: io mi chiedo quanto siamo in grado di quantificare la presenza delle nutrie e non mettiamo mai in primo piano quanto stiamo ormai morendo soffocati in una pianura in cui letteralmente non si respira. E questo dev’essere il titolo di apertura di ogni giornale e telegiornale: la terra deve venire prima di tutto, non solo degli individualismi nazionali, ma di tutta la razza umana. È un assioma che tendiamo a dimenticare, ma deve essere la prima cosa di cui parlare. Perché da questo discende tutto il resto: la divisione politica, gli interessi, l’economia, la finanza… Eppure è un dato assolutamente trascurato. Questo distacco, questa frattura, è assolutamente irreversibile. Io, che sono ottimista, confido che ci estingueremo molto velocemente».

Potrebbe interessarti Australia, eccesso di cavalli selvatici: elicotteri spareranno agli animali

Del resto, nella pianura da lei citata e dove vive, è inquinata anche l’acqua.

Petrolio nel fiume – ANSA

«Accettiamo l’inquinamento in nome di una tecnologia, in nome di una possibilità di vita che ha già dimostrato di essere una falsa promessa. Quello che noi consideriamo progresso, sempre in salita, sempre in sviluppo, in aumento di potenza, ognuno di noi sa perfettamente che non è sostenibile, che non ce la possiamo fare. Eppure io credo che non abbiamo sufficienti neuroni per comprendere quello che stiamo facendo. O meglio, ognuno di noi lo comprende individualmente, ma non ha nessuna possibilità di giocare un gioco che non sia individuale, che non sia il semplice ritagliarsi un piccolo paradiso personale, finché può. Quasi come avessimo degli avamposti in montagna di protezione, ma sappiamo perfettamente tutto quello che accade attorno a noi. Quando esco di casa vedo un luogo incantato, se guardo un po’ più il là vedo megalopoli, decine di milioni di abitanti, assolutamente ingovernate e ingovernabili, con nessuna possibilità di controllo. Mi rendo conto che, se i nostri livelli di consumo fossero adottati dalla maggioranza degli abitanti della terra, salteremmo per aria immediatamente. E questo faremo. Alla faccia di tutte le statistiche, dei pensieri, del greenwashing e di tutto quello che vogliamo. Ormai credo che non ci sia veramente molto più da fare. Non ce la facciamo mentalmente a pensare a un cambiamento».

Approfondisci su Inquinamento delle acque per oltre cinque miliardi di persone entro 2100

Gli animali, gli insetti, il loro riappropriarsi degli spazi, rappresentano una vittoria sull’uomo. 

«Noi siamo un incidente nella catena naturale. Siamo una presenza che si è espansa, un virus, in qualche modo. Bisogna riconoscerlo. Io sono affezionatissimo alla nostra specie, per le vette a cui è arrivata: nessun animale prova empatia, nessun animale prova compassione, misericordia, scrive libri o compone musica. Ma la terra non sa cosa farsene di tutto questo. In chiusura del libro, si parla di questo banchetto, in un prato allagato, di centinaia di migliaia di uccelli, che non si vedono mai normalmente, nell’indifferenza nostra, perché nessuno si è fermato ad osservare questo spettacolo straordinario, e nell’indifferenza loro. Erano assolutamente padroni di quei campi allagati: cicogne, ibis, storni, cavalieri d’italia e questo fa pensare che noi siamo un incidente e la maggior parte delle creature viventi non vede l’ora che leviamo il disturbo. Ludwig Klages, oltre 100 anni fa, aveva denunciato l’estinzione di gran parte delle specie animali, il saccheggio delle risorse naturali, le devastazioni del turismo di massa e del progresso (“nient’altro che la negazione della vita”). Mi chiedo cosa direbbe se ci vedesse ora…».

Leggi anche Riscaldamento globale: animali e vegetali esotici arrivano in Francia

A questa autodistruzione alcuni multimiliardari rispondono finanziando tecnologie per colonizzare altri pianeti. Cosa ne pensa? 

«Una cosa buona è che al momento del disastro generale tutti i potenti della terra saranno su un’astronave a colonizzare altri pianeti e quindi finalmente non dovremo condividere il nostro pianeta con loro. E questa è già una piccola soddisfazione, perchè se io dovessi pensare che, in un’ecatombe nucleare, mi ritiro nel mio personale rifugio antiatomico e poi, dopo un po’, me ne esco, come una talpa, e attorno a me vedo solo dei miliardari che avevano il loro personale rifugio e mi dovessi trovare con loro, non chiedo di meglio che di essere centrato per primo da questa bomba. Perché questo non è un mondo che fa per me. Quindi, se loro fossero in orbita, gli uomini sarebbero in grado di riconoscere la propria uguaglianza, nella grande difficoltà: questo fa parte della grandezza degli uomini».

Lei viene considerato uno dei padri del punk italiano e un intellettuale. Come si autodefinisce?

«“Punk” mi fa un po’ ridere, non mi è mai appartenuta quell’estetica; però sono “punk” nell’attitudine a fare cose che teoricamente non avrei dovuto saper fare, come il musicista, lo scrittore, eccetera, e poi invece scopri di poterlo fare. Insomma, è “punk” non ascoltare i critici ma ascoltare quello che si vuole fare. “Intellettuale” è una parola grande, gli intellettuali sono altri: vivo nei boschi, leggo poco, posso andare a pochi eventi, devo selezionare tanto. Sono una persona istintiva e faccio tesoro di quel poco a cui riesco ad accedere. Ho sempre tenuto una certa linearità che fa sì che io consideri un patrimonio tutto ciò che attraverso. Cerco di non perdere i pezzi per strada e di non rinnegarli». 

Potrebbe interessarti Tra corpi e identità: la moda e le sottoculture

Sia nei suoi testi che nei suoi libri ricorre il tema del “conflitto”. Anche in “Bestiario selvatico”, ma sono guerre diverse.

«È un conflitto “pacifico”, nel senso che questa è la natura: la “lotta per la sopravvivenza” è un’etichetta umana; questi animali fanno quello che fanno gli uomini, vivono, mangiano bevono, prolificano, cercano di dare un futuro a sé e alla propria specie, ma senza capacità di odio, lo fanno perché così si vive e così si muore, con un’accettazione generale di questi meccanismi. Ci viene comodo pensare che il gambero americano distrugga l’habitat del gambero italiano, ma lui fa quello che deve fare. Poi ci pensa la natura ad equilibrare: il gambero americano senza prede non può vivere, così come la vespa giapponese, che uccide le cimici. Solo noi pensiamo, nel nostro vivere circondato da animali domestici, che il non avere antagonisti sia normale, anzi, sia un fine. I conflitti tra umani di cui ho scritto sono mediati dalla storia, che è una caratteristica tipicamente umana: noi siamo condannati a pensarci storicamente mentre gli animali sono condannati a pensarsi naturalmente. Ma noi siamo questo e non siamo altro. Quando nasciamo abbiamo già un codice fiscale, una genealogia; non siamo natura nemmeno nell’atto della morte: saremo documento, dolore, una lapide… gli animali non hanno questo sovrappiù».

di Giulia GUIDI

Foto Ansa