Hippie, punk, hip hop, e non solo: sono tantissimi i movimenti giovanili sorti in tutto il mondo. Ma come stanno oggi? Qual è il loro rapporto con la fashion industry e con i brand?
Il rapporto tra sottoculture, moda, simbolo e immaginario è stato spesso indagato. La moda, in senso ampio, è, infatti, una dimensione nella quale agire parte della propria identità ed esprimere il senso di sé e della collettività, così come lo sono le sottoculture e le controculture (sottoculture che si oppongono in modo sistematico alla cultura dominante). L’abbigliamento e, più in generale, determinati codici estetici hanno contribuito a esprimere la potenza sovversiva o, quantomeno, quel senso di rottura che guidava (e guida) le sottoculture, veicolandone gli aspetti performativi ma al contempo andando al di là di essi. Ha, quindi, alimentato un senso di appartenenza. Nel tempo, però, si sono creati anche rapporti di ibridazione, commistione, con i brand e l’industria culturale.
Ma che cosa rappresenta la moda per le sottoculture giovanili? Bisogna innanzitutto capire cosa si intende per “giovani”. I giovani diventano “categoria sociale” nel secondo dopoguerra, quando iniziano a reclamare status ed esigenze differenti rispetto a quelli dei loro genitori e delle generazioni che li avevano preceduti. Prima si andava direttamente dall’essere bambini all’essere adulti, non c’era una “fase di passaggio”, e non esistevano i concetti di “infanzia”, “adolescenza” e “giovinezza”. Nella società post-bellica emergono i primi gruppi giovanili e nasce un mercato destinato a loro.
Da principio – cioè già da prima, dagli anni Quaranta – furono gli hipster, giovani americani bianchi della classe media appassionati di jazz (diversi dal fenomeno contemporaneo che porta lo stesso nome), poi negli anni Cinquanta in Inghilterra arrivano i Teddy Boys. Giacche dal taglio sartoriale, cravatte, calzino bianco in vista e ciuffo brillantinato per gli uomini, gonne aderenti, pantaloni attillati, giacche lunghe per le donne, a imitazione dello stile in voga in epoca edoardiana riproposto dalle sartorie in Savile Row, a Londra. I Teddy Boys ascoltano rock n’ roll, che nasce proprio in quel periodo: nel 1954 viene registrata quella che viene definita la prima canzone appartenente al genere, Rock Around The Clock di Bill Haley & His Comets. Si inizia, così, a tessere il legame tra sottocultura, musica e moda. La musica ha, infatti, un forte potere aggregativo e soprattutto dagli anni Sessanta in poi si moltiplicano i giovani (e non solo) che decidono di fondare una band. Proprio durante i Sixties si sviluppa uno dei movimenti controculturali più noti al mondo, quello hippie.
Nel Regno Unito dai tardi anni Cinquanta e dagli anni Sessanta arrivano i mods, i rocker, gli skinhead (spesso fraintesi e purtroppo associati solo ai naziskin quando si tratta, invece, di un movimento molto più ampio, nato nella classe lavoratrice britannica) i punk, tutte culture diverse, accomunate però da un dettaglio: non erano ben volute. Ai Teddy boy era precluso l’accesso ad alcuni locali perché spesso coinvolti in risse e in atti di violenza (spesso xenofoba) ma anche gli altri gruppi vengono rifiutati, ridicolizzati e criminalizzati, “trattati in momenti diversi o come una minaccia all’ordine pubblico o come degli innocui buffoni”, come scrive Dick Hebdige in Sottocultura. Il significato dello stile, uscito per la prima volta nel 1979, in piena esplosione punk. Il volume di Hebdige fa parte del rinnovamento dei Cultural Studies e, in generale, del nuovo approccio verso le sottoculture. Le letture accademiche dell’epoca inquadravano i movimenti giovanili come “devianza”, un termine oggi più che desueto. Con il lavoro del CCCS (Centre for Contemporary Cultural Studies) di Birmingham, fondato nel 1964 da Richard Hoggart e poi diretto da Stuart Hall, si inizia ad associare la sottocultura alla resistenza nei confronti della cultura dominante. Secondo Hebdige la resistenza, così come l’identità, si esprimono attraverso uno stile specifico, distintivo, e il conflitto si manifesta tramite un processo di risignificazione dei prodotti culturali. La stessa industria culturale, però, riassorbe parte di quello stile e lo trasforma nuovamente in merce, smorzandone la carica sovversiva che aveva da principio, in una sorta di reciproca dipendenza tra i poli. In seguito si sviluppano interpretazioni delle sottoculture come forme di distinzione. Questa corrente vede le subculture come collettività omogenee al proprio interno dal punto di vista culturale, ed eterogenee nei confronti dell’esterno tanto da sviluppare una propria identità e una propria autonomia. La sociologa della cultura Sarah Thornton, rifacendosi a Pierre Bourdieu, le ha definite come “culture di gusto”, dotate di confini elastici e inserite in rapporti di commistione e interazione con l’industria culturale e i media, non di indipendenza.

L’estetica punk
Sono diverse le sottoculture in cui la politica riveste un ruolo fondamentale. Un esempio su tutti il punk, che dalla fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, in Italia e all’estero, inizia a sviluppare diverse forme di militanza politica volte alla critica dell’esistente e all’immaginazione e alla pratica di realtà alternative, in ottica trasformativa. Alcune pratiche del punk come le occupazioni, le azioni dirette e l’autoproduzione (in ottica DIY, Do It Yourself) non sono per nulla riassorbibili dal sistema anzi, ne sono l’antitesi.
Nella moda succede una cosa diversa. Continuiamo con l’esempio del punk. La musica punk britannica – tralasciando i gruppi e gli artisti definiti proto-punk e la corrente statunitense– si sviluppa contemporaneamente a un’estetica ben definita, alla quale ha contribuito Vivienne Westwood, soprannominata la “Madrina del Punk”. Westwood non ha certo bisogno di presentazioni, basta ricordare che negli anni Settanta a Londra insieme al marito Malcolm McLaren apre il negozio di abbigliamento SEX (che ha cambiato nome diverse volte), nel quale vendono dapprima abiti nello stile dei Teddy Boy, poi fetish e poi magliette e maglioni bucati, spille da balia, borchie, pantaloni con catene e cinghie, uso di materiali non convenzionali, t-shirt sbrindellate, scritte e immagini provocatorie: è l’inizio dell’estetica punk. McLaren sarà anche il “creatore” e manager dei Sex Pistols: e il resto è storia. In realtà il punk è un movimento complesso dal punto di pista politico, musicale e culturale, ma nell’immaginario collettivo viene identificato con determinati stilemi decontestualizzati e più facilmente inglobati dall’industria culturale dominante e da quello che chiamiamo mainstream.
Revival, cultura di Internet e identità
Negli anni sono nate tantissime sottoculture: goth, dark, raver, gabber, metallari, skater, hip hop, trap. Con l’avvento di Internet si sono diffuse rivisitazioni di questi stili. Pensiamo al revival di alcune correnti come l’emo, che ha alle spalle quasi 40 anni di storia ma che raggiunto la popolarità tra la fine degli anni Novanta e la seconda metà degli anni Duemila, quando le sonorità ruvide e spasmodiche derivate dal punk hanno lasciato spazio alla melodia. Fino quasi a diventare pop. Ma pop, nel senso di “popolare” è diventato sicuramente il look definito emo, grazie anche a quelli che erano i social degli anni Duemila, MySpace e Netlog. Chi non ricorda le foto con i megaciuffi, gli occhi truccati di nero, gli scacchi, i skinny jeans? Questi sono solo alcuni elementi di uno dei tanti stili della sottocultura emo, tornato alla ribalta negli ultimi tempi grazie a nuovi ascoltatori della Gen Z e ad alcuni trend su TikTok.
Con la Internet culture hanno trovato spazio le “aesthetics”, le “core”, che vengono forse impropriamente definite sottoculture. Non sono più legate alla musica o alla necessità di opporsi allo status quo, ma all’estetizzazione in sé. Pensiamo al Goblincore, ispirato alla celebrazione di elementi naturali non considerati convenzionalmente belli, alla Dark academia, che si rifà all’ambiente dei college inglesi privati, o al cottagecore, di ispirazione bucolica.
Per capire il legame tra moda, identità, sottoculture e le trasformazioni che queste ultime hanno subìto abbiamo parlato con Eleonora Chiais, ricercatrice dell’Università di Torino, dove insegna Moda e costume, nonché docente di Storia del Costume e della Moda presso Alma Mater Studiorum – Università di Bologna – Campus di Rimini.
-In che modo l’abbigliamento e i codici estetici hanno contribuito a definire l’identità e il concetto di comunità all’interno delle sottoculture?
«L’abbigliamento è prerogativa dell’essere umano, l’unica creatura vivente che modifica il suo aspetto esteriore per finalità estetiche, che sono fin da subito identitarie. Nel momento in cui io so che i gruppi culturali, le stesse nazioni, esistono in primo luogo nell’immaginazione di chi fa parte di questi gruppi, ho bisogno che la mia appartenenza o, al contrario, la mia non appartenenza, sia resa immediatamente intellegibile. Come faccio? Fin dall’inizio attraverso il sistema vestimentario. Ad esempio, se vado a cacciare il mammut e ho addosso la pelle dell’animale che è tipico della zona in cui vivo e vedo un altro che ha addosso una pelle di animale diversa dalla mia, immagino che poi, se cerchiamo di cacciare insieme il mammut, lui poi cercherà di portarlo nella sua tribù e non nella mia, e che quindi dobbiamo lavorare separatamente. Se, invece, ha la stessa pelle che ho io possiamo immaginare di lavorare per un fine comune. Quindi, l’idea di vestirsi per dichiarare la propria identità da sempre caratterizza l’essere umano. In questo senso le subculture, o meglio, culture in formazione (si pongono al di sotto della cultura istituzionale non in una scala gerarchica ma di diffusione), hanno bisogno di definire la propria appartenenza attraverso un sistema che sia immediatamente riconoscibile e contro la cultura dominante. Per questo parliamo di subculture nella moda in relazione alle culture giovanili sviluppatesi soprattutto dagli anni Sessanta in poi, anche se in realtà la volontà di mostrarsi in alternativa alla cultura dominante tramite l’abbigliamento inizia ben prima, pensiamo ai sanculotti: prendono il codice del periodo e lo rielaborano. Questo nelle manifestazioni identitarie e politiche arriva fino al black bloc. Nell’idea di abbigliamento come veicolo dell’identità, questa identità ha di per sé un potere aggregativo che ha bisogno di rendersi immediatamente riconoscibile; questa riconoscibilità deve fare in modo di scardinare quelli che sono i concetti chiave propri anche dell’abbigliamento. Hebdige afferma che il movimento punk ha preso dei canoni e li ha ribaltati, ad esempio l’utilizzo di oggetti che sono confinati in altre parti del vivere umano come le spille da balia, che vengono ufficializzate nella cultura punk come veri e propri accessori di moda. Negli anni Sessanta si crea anche una cultura istituzionale nuova, i giovani rappresentano un nuovo target di consumatori dell’abbigliamento e, quindi, la moda istituzionale deve “vestire” questa nuova categoria, che non vuole più vestirsi come i genitori».
-A proposito di identità e autodeterminazione, quali novità hanno apportato le subculture e la moda nella rappresentazione delle donne e di tutti quei corpi e quelle soggettività che non sono uomini bianchi eterosessuali?
«Negli anni Sessanta abbiamo una nuova figura della donna, quella della Swinging London che indossa la minigonna. L’ideale di bellezza passa dalla pin up anni Cinquanta a Twiggy, quindi l’immagine della donna di per sé cambia. Però poi si evolve fino a diventare la donna in carriera degli anni Ottanta. Come sottolineano alcuni teorici, dal punto di vista vestimentario la donna in carriera riprende degli stilemi dell’abbigliamento maschile e li reinterpreta al femminile. Per quanto riguarda altri generi culturali e altre appartenenze, sicuramente l’abbigliamento rende evidente l’identità. Si parte dal mondo della Ball culture e dell’universo legato al disco glam, che prevede più generi che trovano espressione attraverso il sistema dell’abbigliamento, per poi arrivare al paradigma del genderless. Alessandro Michele [attuale direttore creativo di Valentino, N.d.R] dice ‘Non vesto uomini o donne ma persone’. L’ evoluzione auspicabilmente potrebbe essere questa: non più l’abbigliamento come strumento per definire l’appartenenza a un sesso biologico ma per parlare della propria identità a prescindere da esso. Questo sta già accadendo: pensiamo alle influencer virtuali create attraverso sistemi di intelligenza artificiale che vanno oltre la dicotomia maschio/femmina; sono delle immagini che possono essere tutto e possono essere vestite con tutto».
-Internet e i social come hanno cambiato le subculture, non sempre così legate alla musica come avveniva in passato?
«Una ricerca dell’Università di Cassino, coordinata da Simone Di Gennaro, fa riferimento alla sindrome dei corpi multipli, secondo la quale nell’era dei social, delle moltiplicazioni di rappresentazione del sé, tutti abbiamo a disposizione diversi corpi che dobbiamo vestire, vivere ed esperire e che ci permettono di proporre diverse raffigurazioni identitarie. Questo fa sì che in ciascun contesto possiamo decidere di vivere il nostro corpo in maniera diversa. La musica, la letteratura, il cinema hanno sempre un’influenza dal punto di vista vestimentario. È vero che forse sono meno marcate rispetto al passato perché le informazioni circolano con più velocità (non siamo più in epoca MTV), ma ci sono ancora dei rimandi importanti, pensiamo, ad esempio, alla trap, a tutta la musica dei Paesi dell’Est e, in maniera diversa, tutto quello che è legato al mondo hip hop. La musica ha ancora capacità di influenzare, anche se è diverso. Pensiamo al grunge: quando sta per diventare mainstream Kurt Cobain si suicida e il suo l’impatto viene ridotto. Adesso come adesso abbiamo una situazione più fluida: l’idea di avere una musica costruita a tavolino che, però, si lega a una performance e a una rappresentazione vestimentaria che ai giovani continua a interessare».
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–I brand hanno inglobato alcuni elementi delle sottoculture. Come interagiscono queste due dimensioni?
«Le teorie da un lato lavorano sul perché l’essere umano si veste, qual è il motivo per cui si scelgono alcuni capi per trasmettere dei messaggi. Dall’altro la Sociologia, soprattutto dalla metà dell’Ottocento, si chiede come sia possibile che la moda continui a proporre cambiamenti. In un primo momento viene formulata la teoria della moda che si diffonde secondo un modello a goccia: in una società piramidale la moda “sgocciola” dall’alto verso il basso, dalle classi alte a quelle basse, con una spinta all’imitazione. In realtà i teorici contemporanei notano come questi meccanismi di trasmissione della moda seguano il modello bubble up quindi, al contrario, è la strada a trasmettere i messaggi. Da qui i fenomeni della moda salgono fino a essere “rimasticati” dai marchi ed essere riproposti come artefatti della moda istituzionale. Questo lo vediamo già dalla minigonna: per porre fine alla diatriba con André Courrèges sulla paternità (o maternità) della minigonna, Mary Quant afferma: ‘Non l’abbiamo inventata noi ma le ragazze, noi l’abbiamo soltanto formalizzato’. Questo continua a esistere, appunto con Vivienne Westwood, che porterà il punk sulle passerelle. Ma anche Gianni Versace, che prende il punk e lo formalizza nell’abito famosissimo di Liz Hurley alla prima di ‘Quattro matrimoni e un funerale’. Oppure Raf Simons e Fred Perry, che hanno lanciato una capsule collection ispirata al punk. Dagli anni Sessanta in poi i brand attingono alle sottoculture formalizzandone i punti più forti. Il sociologo René König diceva: ‘La moda è come un ladro nella notte, si introduce ovunque e colpisce anche chi non si aspetterebbe mai di diventarne vittima’».
di: Francesca LASI
FOTO: SHUTTERSTOCK/ALEX SEGRE