Anche le urne dell’Austria premiano l’estrema destra, ma si apre la sfida alla ricerca della maggioranza per guidare il Paese

Il mese di settembre si è chiuso con un’altra vittoria per l’estrema destra in Europa. A Vienna il leader del Freiheitliche partei Österreichs (Fpö), Herbert Kickl, ai primi esaltati esiti inneggia alla folla di supporter festanti: «assaporate questo risultato perché oggi abbiamo fatto la storia». Kickl ha senz’altro ragione, questo risultato storico è stato costruito nel tempo, non è un exploit inaspettato, e sembra poco curarsi che i supporter festanti intonino i cori delle SS, anzi più tardi Kickl proprio per strizzare l’occhio a questo specifico elettorato si definisce “Volkskanzler” (ovvero “il cancelliere del popolo”) esattamente come faceva Adolf Hitler

La tornata elettorale austriaca ha premiato dunque l’Fpö il Partito della Libertà di estrma destra con 57 seggi nella Camera bassa del Parlamento (28,85% dei voti), seguito dall’Österreichische Volkspartei il Partito Popolare Austriaco di centrodestra (ÖVP) con 51 seggi (26,27% dei voti) e dai 41 seggi (21,14% dei voti) del Sozialdemokratische Partei Österreichs (SPÖ) il Partito Socialdemocratico d’Austria di centrosinistra. Il successo del partito di estrema destra – che per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale è il partito con il maggior numero di consensi in Austria – è evidente dato che ha aumentato di quasi 13 punti rispetto alle elezioni precedenti, del 2019, ed era stato anticipato dal successo alle Elezioni Europee. Anche in quell’occasione l’Fpö era stato il partito più votato e 6 deputati austriaci si sono uniti quelli della Lega di Matteo Salvini, del Rassemblement national di Marine Le Pen, del Fidesz di Viktor Orbán e del Pvv di Geert Wilders nell’eurogruppo dei Patrioti per l’Europa (PFE). La linea verso le vittorie elettorali è, però, iniziata ancor prima, la forza di estrema destra austriaca infatti ha fatto parte del governo sia nel 2000 sia nel 2017, in coalizione con l’Övp di centrodestra. Alle elezioni del 1999, inoltre, il partito di estrema destra raggiunse il suo massimo storico (fino al 29 settembre 2024) il 26,9% dei voti, mentre alle elezioni del 2017 il partito investito da uno scandalo raggiunse solo il 16,2%; proprio dalle ceneri dello scandalo il leader Kickl nel 2019 seppe far riemergere il partito intercettando il malcontento dei cittadini austriaci intorno a temi cruciali: l’aumento del costo della vita, i rincari a seguito della guerra in Ucraina (in Austria l’80% del gas proveniente dall’estero viene importato dalla Russia), la pandemia (intercettando il favore di no-vax e cospirazionisti) e infine l’immigrazione. Il programma premiato alle urne si concentra particolarmente sull’ultimo tema, calcando l’idea dell’AfD tedesca dell’introduzione di schemi di remigrazione di “stranieri non invitati”, controlli più stretti alle frontiere e una rivisitazione delle leggi intorno all’asilo di stranieri e rifugiati. Fpö pone anche la questione di imporre la fine delle sanzioni alla Russia e di interrompere gli aiuti umanitari all’Ucraina, oltre che rivedere il ruolo dell’Unione europea a favore di maggiore autonomia per i governi nazionali.

Manifestazioni a Vienna, Austria, 29 Settembre 2024. ANSA/EPA/FILIP SINGER

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Nodo alleanze

Come spesso accade la partita si apre in realtà dopo la tornata elettorale, al momento della composizione del Parlamento. Le strade percorribili dai partiti che hanno intercettato il maggior numeri di elettori, seppur senza raggiungere la maggioranza, sono: una coalizione di destra tra l’Övp e l’Fpö (alla stregua delle formule del 2000 e 2017, con la cancelleria ai popolari di centrodestra); con questa coalizione la maggioranza arrierebbe abbondantemente sopra la soglia della maggiornaza assoluta di 92 (con 110 seggi totali). Un’altra idea potrebbe essere quella di una coalizione che escluda il partito di estrema destra tra Popolari, Socialdemocratici e Neos (liberali) che apre a più di una difficoltà come dimostra l’esperienza del cancelliere tedesco Olaf Scholz. Quello che sembra convincere più di un analista è che il presidente della Repubblica, l’ecologista Alexander Van der Bellen, nomini il leader dell’ultradestra come cancelliere federale senza prima provare ogni altra strada possibile (la Costituzione austriaca attribuisce la decisione finale su nomine di ministri e cancelliere al presidente della Repubblica). 

Il presidente della Repubblica austriaco Alexander Van der Bellen, Vienna 24 luglio 2024. ANSA/Andreas Stroh/ZUMA Press Wire

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Parola all’esperto

Per fare chiarezza sulla situazione politica in Austria e sulle conseguenze che questa nuova vittoria dell’estrema destra avrà in Europa, Il Mondo ha intervistato il dottor Francesco Antonelli, professore associato di sociologia generale presso il Dipartimento di Scienze Politiche all’Università degli Studi Roma Tre e coordinatore del corso “politica, cooperazione e sviluppo”. 

Professore, l’esito delle elezioni in Austria ha dimostrato come il nazionalismo stia imperversando in Europa. Cosa significa questo? 
«A livello tanto politico quanto sociale questo risultato rientra perfettamente nella fase che stiamo vivendo di profondissimo cambiamento strutturale, che mette ancora più in crisi la globalizzazione. Bisogna pensare che, soprattutto in Europa, la globalizzazione ha significato l’affermarsi della narrazione che dovevamo vivere in un’epoca post statale e post nazionale, il venir meno dei confini nazionali insomma. E i cambiamenti che si sono verificati negli ultimi anni, molto probabilmente a partire dalla pandemia e poi con le crisi che stiamo vivendo legate al ritorno della guerra in Europa e allo scontro tra grandi potenze, hanno smentito quel giudizio iniziale. Perciò il diffondersi del nazionalismo a mio parere ha una duplice chiave di lettura: da un lato è legato alla necessità che le persone, soprattutto appartenenti a ceti medi e popolari, hanno sempre manifestato di riacquistare un controllo sulla propria vita, sui processi economici che la globalizzazione sembrava sottrarre; e dall’altro lato è evidente che se continuiamo ad alimentare, mi riferisco soprattutto alla classe dirigente a vari livelli, la narrazione per cui è importante tornare ad armarsi e investire nella sicurezza perché viviamo in un mondo più pericoloso, beh tutti questi elementi non fanno che rafforzare il ritorno al nazionalismo che oggi si presenta sotto queste forme di sovranismo».

Perché secondo Lei a livello europeo la destra e l’ultradestra stanno facendo incetta di voti?
«A mio parere il motivo per il quale ottengono questo trionfo di voti è che si presentano come le realtà politiche che difendono i ceti popolari e medi dalle ripercussioni più dure della globalizzazione a livello economico, dai processi di migrazione, e in generale dalle conseguenze del processo di integrazione in Europa. Le ultra destre si presentano come quelle che vanno a difendere i più deboli, con la promessa di un ritorno a un passato in cui, sempre nella loro narrazione ovviamente, si “stava meglio”. Di fronte a questi processi di modernizzazione alimentati dalla globalizzazione e dall’integrazione europea, le parole d’ordine dell’estrema destra appaiono alle persone molto chiare da afferrare perché riguardano la difesa di un’esistenza che conoscono di fronte a una modernizzazione globale che è vista come distante, vissuta come una matrigna».

Celebrazione fascista dell’anniversario della strage di Acca Larentia a Roma, 8 gennaio 2024. ANSA/Giulia Marrazzo NPK

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Ha parlato di un “ritorno al passato”, ma a quale passato fa riferimento?
«È un discorso che deve essere inteso bene: quello che è proposto nel programma delle destre è un ritorno a quelle che erano le istituzioni e le categorie sociali della modernità, forse della stessa società industriale. Non si sta parlando di un passato mitico, tradizionale, pre-moderno; il messaggio che vogliono far trasparire, spesso con un successo evidenziato in tornata elettorale, è: “noi nella società industriale stavamo tanto bene, c’erano certezze, lo Stato interveniva, la famiglia era la tipica famiglia popolare tradizionale, c’erano diritti sociali garantiti, ma allora per quale motivo non possiamo tornare di nuovo a quel tipo di esistenza?”. Naturalmente l’obiettivo è proporre la società industriale come “mito” e anche quando parlano di “famiglia tradizionale” ciò che intendono non si rifà che a una trentina di anni fa, vale a dire a quel modello riconosciuto dalla legge ma comunque prodotta in tempi recenti dalla modernità. Solo che era un tipo diverso di modernità, potremmo definirla “pre globalizzazione”. Questa è la mia impressione quantomeno».

Si sente spesso dire che la destra viene premiata nei periodi di crisi perché offre soluzioni semplici a problemi complessi. È davvero così?
«Io non sono affatto d’accordo con questa chiave di lettura, che trovo semplicistica. La verità secondo me non è che la destra offra risposte semplici ma piuttosto che le classi dirigenti liberali (tutte, da destra a sinistra ormai sono riconducibili al liberalismo) nei momenti di crisi perdono il rapporto con la società. O comunque diventa più difficile intrattenerlo. E quindi si presentano e prendono potere questi nuovi attori che vanno a occupare questo spazio di consenso e rappresentanza che viene lasciato libero. Le soluzioni proposte non è detto quindi che siano più semplici ma sicuramente sono di rottura rispetto a quelle proposte dalla classe dirigente, indubbiamente in grande difficoltà. Si verifica una vera discrepanza tra ciò che è e ciò che appare».

Abbiamo parlato di economia ma c’è anche un discorso sociale. 
«Assolutamente si, il problema non è solo di carattere economico. Il processo di modernizzazione culturale intacca il modo di configurare i rapporti familiari, quelli all’interno della società, e con le minoranze etniche, gli immigrati, va a toccare le regole di cittadinanza. Insomma provoca cambiamenti che sono sconvolgenti da molti punti di vista e che generano una perdita di punti di riferimento. Così, in una società in difficoltà economica e politica, si mettono in moto forti dinamiche di risentimento, accettare questi cambiamenti diventa difficile e nella dinamica democratica questo spazio di interpretazione del risentimento viene occupato da attori politici che si formano proprio per reagire a tutto questo. Anche se poi in realtà si tratta di una reazione scomposta, che comporta il venir meno dei diritti sociali, quindi di fatto un regresso».

La nave della ong Sea Eye 4, con a bordo 174 migranti, all’arrivo al porto di Genova, 11 luglio 2024. ANSA / LUCA ZENNARO

La politica italiana si è divisa tra chi vede nell’ascesa dell’ultradestra un pericolo per la democrazia e chi invece sottolinea che l’esito del voto democratico sia insindacabile. Come si interpreta dunque l’esito di questa tornata elettorale?
«Il fatto che il voto democratico sia insindacabile è una sciocchezza nel perimetro stesso della democrazia. Come afferma la nostra Costituzione nell’articolo uno, la sovranità appartiene al popolo ma questo non è libero di decidere qualunque cosa nel perimetro della democrazia liberale. La volontà viene espressa con i limiti imposti dallo Stato di diritto, impegnato come vuole la definizione stessa, a tutelare i diritti di ciascun cittadino. Perciò in realtà quello che l’ultradestra propone – così come ogni forma di populismo – quando parla di “voto insindacabile”, è l’esaltazione della volontà popolare andando a intaccare proprio quello Stato di diritto, sbarazzandosene. La società democratica si regge sull’equilibrio tra la sovranità popolare e lo Stato di diritto, se si va a esaltare la sovranità popolare paradossalmente ci si pone fuori dai perimetri della democrazia, perché per esercitarla vengono messi in discussione i diritti di libertà individuali, quelli delle minoranze, che sono garantiti costituzionalmente e sono l’architrave dello Stato di diritto. Il pericolo maggiore che viene dall’ultradestra dunque è questo attacco, basato sull’utilizzo della “sovranità popolare” per abbattere quell’orizzonte di libertà».

Quanto influisce il tema della guerra, e dunque della pace, sulle elezioni e sull’onda alta delle destre?
«Enormemente. Io credo che un altro grande problema che sta dietro tutta questa storia è che paradossalmente – ma nemmeno tanto – del tema della pace per esempio in Ucraina, del tentativo di ricostruire i rapporti con la Russia, di andare oltre la logica della guerra, si stiano appropriando questi movimenti di estrema destra, molti dei quali hanno legami ideologici, politici e finanziari molto forti con il Governo russo, con il partito di Putin. Si intestano la questione della pace mentre le classi dirigenti liberali o socialiste questo terreno se lo sono fatto sottrarre completamente perché nessuna è in grado di parlare di pace o di un progetto di un’Europa che non ci condanni a una nuova Guerra Fredda nella migliore delle ipotesi. E questo è un passaggio decisivo nel successo che ha l’estrema destra. Lo spettro della guerra fa paura, nessuno la vuole, e il paradosso è che questi partiti bellicosi sostengono tutti la linea della pace benché interessata e che le classi dirigenti liberali e socialiste glielo facciano fare, senza dire una parola».

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Le altre esperienze di destra in Europa 

Nel caso dell’alleanza tra le forze di centro ed estrema destra l’Austria andrebbe a unirsi a un significativo numero di Paesi europei con governi a guida euroscettica (e filoputiniani) quali l’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico. Sono numerosi i governi di centrodestra in tutta Europa, a partire dall’Italia di Giorgia Meloni, la Croazia con il governo di Andrej Plenković e quello finlandese di Petteri Orpo. Anche in Grecia la maggioranza al governo è di centrodestra, con il primo ministro Kyriakos Mītsotakīs, come in Lituania con il governo di Ingrida Šimonytė e il governo del Lussemburgo di Luc Frieden. Nei Paesi Bassi il governo è a guida centrodestra, dopo la vittoria di Geert Wilders, come in Portogallo la coalizione guarda a destra con l’exploit di André Ventura. Anche in Repubblica Ceca il primo ministro Petr Fiala governa con una coalizione di centrodestra, come in Svezia il premier Ulf Kristersson governa con l’alleanza di centrodestra, mentre in Cechia c’è attesa per le prossime elezioni che potrebbero premiare nuovamente Andrej Babiš.

Matteo Salvini e Viktor Orban al raduno della Lega di Pontida. Bergamo, 6 Ottobre 2024. ANSA/MICHELE MARAVIGLIA

di: Flavia DELL’ERTOLE

FOTO: ANSA/EPA/FILIP SINGER