di Dante Caserta

La quindicesima edizione del Living Planet Report curata dal WWF lancia l’allarme: bisogna agire subito per salvare il Pianeta

Come sta la natura del Pianeta? A questa domanda prova a dare una risposta dal 1998 il Living Planet Report, rapporto biennale curato da WWF che riporta le tendenze della biodiversità globale e lo stato di salute della Terra. Il Report analizza le modifiche dei principali sistemi naturali e le tendenze demografiche di decine di migliaia di popolazioni di vertebrati (mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi), indicando le percentuali di calo anche in ambiti regionali: ne emerge una panoramica scientifica dello stato della natura, dei suoi legami con la crisi climatica, dei fattori umani che la causano e delle potenziali soluzioni.

Il mese scorso è stata presentata in tutto il mondo la quindicesima edizione del Report che denuncia un catastrofico calo del 73% della dimensione media delle popolazioni globali di vertebrati selvatici nell’ultimo mezzo secolo, a testimonianza che ci stiamo pericolosamente avvicinando a un punto irrecuperabile. Avendo trascurato per decenni gli allarmi lanciati dal mondo scientifico, nei prossimi anni sarà quindi necessario un enorme sforzo collettivo per affrontare la duplice morsa della crisi climatica e biologica.

Il sistema energetico e quello alimentare sono oggi i principali motori del cambiamento climatico e del declino della natura. I combustibili fossili contribuiscono per circa il 70% alle emissioni di gas serra, mentre la produzione alimentare rappresenta la prima causa di perdita di habitat e provoca oltre un quarto delle emissioni di gas serra.

Parte fondamentale del Living Planet Report è il Living Planet Index, elaborato dalla Zoological Society of London e basato sull’analisi dei trend di quasi 35.000 popolazioni di 5.495 specie di vertebrati dal 1970 al 2020. Il calo maggiore si registra negli ecosistemi di acqua dolce (-85%), seguiti da quelli terrestri (-69%) e infine marini (-56%). La perdita e il degrado degli habitat rappresentano la minaccia più frequente per le specie selvatiche di tutto il mondo, seguita dallo sfruttamento eccessivo e dalla diffusione di specie invasive e patologie. Il cambiamento climatico costituisce un’ulteriore minaccia, in particolare per la biodiversità in America Latina e nei Caraibi, dove si è registrato un impressionante calo medio del 95%. Più contenute le perdite in Europa (-35%) e in Nord America (-39%), soprattutto perché gli impatti sulla natura in queste regioni sono stati molto forti in passato ed erano quindi già evidenti nel 1970.

Crediti: Shutterstock – Debra James – WWF

Come ha sottolineato Kirsten Schuijt, direttrice generale del WWF Internazionale, “la natura sta lanciando un vero e proprio SOS. Le crisi collegate alla perdita di natura e al cambiamento climatico stanno spingendo le specie animali e gli ecosistemi oltre i loro limiti, con pericolosi punti di non ritorno globali che minacciano di danneggiare i sistemi che supportano la vita sulla Terra e di destabilizzare la società e le comunità. Le conseguenze catastrofiche della perdita di alcuni ecosistemi più preziosi, come la foresta amazzonica, colpirebbero le persone e la natura di tutto il mondo”.

Il calo delle popolazioni selvatiche è un indicatore del crescente rischio di estinzione e della potenziale perdita di ecosistemi. Quando questi ultimi vengono danneggiati, cessano di fornire all’umanità i benefici da cui dipendiamo – aria pulita, acqua e terreni sani per il cibo – e possono diventare più vulnerabili e sempre più vicini al punto di non ritorno che si determina quando un ecosistema è spinto oltre una soglia critica, determinando un cambiamento sostanziale e potenzialmente irreversibile.

«Se il sistema Terra è in pericolo, lo è anche l’umanità, ed è necessario agire subito – ricorda Alessandra Prampolini, direttrice generale del WWF Italia. – Le decisioni e le azioni dei prossimi cinque anni segneranno il futuro della nostra vita sul Pianeta. La parola chiave è trasformazione: dobbiamo cambiare il modo in cui tuteliamo la natura, trasformare il sistema energetico, il sistema alimentare – uno dei motori principali della perdita di biodiversità globale -, il sistema finanziario, indirizzandoli verso investimenti più equi e inclusivi. La COP29 sul clima di novembre è un’occasione preziosa, come lo è stata la COP16 sulla biodiversità di fine ottobre: servono però azioni coraggiose e leadership forti da parte dei Governi. Abbiamo bisogno di piani nazionali più ambiziosi per il clima e la natura e chiediamo al Governo italiano di riconoscere la centralità di questa sfida che riguarda il futuro di tutti».

Fortunatamente siamo ancora in tempo per rallentare e invertire le tendenze negative. Il Report rivela come alcune popolazioni animali si siano stabilizzate o siano aumentate grazie agli sforzi di conservazione, come è accaduto per la sottopopolazione di gorilla di montagna, aumentata di circa il 3% l’anno tra il 2010 e il 2016 all’interno del massiccio del Virunga nell’Africa orientale, o per il bisonte europeo, che ha visto un ritorno delle popolazioni in Europa centrale. Tuttavia, questi successi isolati non sono sufficienti. 

Molte Nazioni hanno fissato obiettivi globali ambiziosi per arrestare la perdita di natura e limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C, ma il Living Planet Report avverte che gli impegni nazionali e le azioni sul campo sono ben al di sotto di quanto necessario per raggiungere i nostri obiettivi per il 2030.

I Governi nazionali devono passare dalle parole ai fatti, promuovendo, ad esempio, maggiori finanziamenti per agevolare azioni su larga scala e per allineare meglio le politiche su clima, natura e sviluppo sostenibile. Anche le imprese dovrebbero agire per eliminare rapidamente le attività con impatti negativi sulla biodiversità e sul clima, appoggiando politiche di reindirizzo dei sussidi pubblici dalle attività dannose (secondo il Ministero dell’Ambiente i sussidi ambientalmente dannosi ogni anno ci costano 22,4 miliardi di euro) a quelle virtuose che aiuteranno a raggiungere gli obiettivi globali.  

Oggi disponiamo di accordi e soluzioni globali per portare entro il 2030 la natura sul percorso di ripresa, ma finora i progressi sono stati insufficienti. Le soluzioni basate sulla natura – Nature Based Solution – potenziano gli ecosistemi naturali, la biodiversità e il benessere umano per affrontare le principali questioni sociali, compreso il cambiamento climatico: ad esempio, l’agricoltura rigenerativa e il ripristino di foreste e zone umide, come prevede la Nature Restoration Law recentemente approvata dall’Unione europea,  possono aumentare lo stoccaggio del carbonio, migliorare la qualità dell’acqua e dell’aria, rafforzare la sicurezza alimentare e contribuire a proteggere da erosioni e inondazioni.

Abbiamo nelle nostre mani il potere – e l’opportunità – di cambiare la rotta, ma dobbiamo accantonare gli interessi di parte e lavorare tutti insieme per difendere e rigenerare il nostro Pianeta vivente.

Dante Caserta, Responsabile degli Affari Legali e Istituzionali del WWF Italia ETS. Tutte le foto per gentile concessione

Dante Caserta

È Responsabile degli Affari Legali e Istituzionali del WWF Italia ETS, di cui in passato è stato anche presidente e vicepresidente. Il WWF Italia fa parte del Network del WWF Internazionale, un’organizzazione ambientalista indipendente, con cinque milioni di sostenitori nel mondo e una rete globale presente in oltre 100 Paesi. La missione del WWF è fermare il degrado dell’ambiente e costruire un futuro in cui le persone possano vivere in armonia con la natura, conservando la diversità biologica, garantendo un uso sostenibile delle risorse naturali rinnovabili e promuovendo la riduzione dell’inquinamento e dei consumi superflui.

FOTO: Crediti: David Bebber – WWF U.K