Penne scomode, cultura non allineata: storie di intellettuali perseguitati

“Quale che sia la censura, essa mi sembra una mostruosità, qualcosa di peggio dell’omicidio; l’attentato contro il pensiero è un crimine di lesa anima. La morte di Socrate pesa ancora sul genere umano”. A scriverlo è Gustave Flaubert, e forse fu davvero il filosofo greco da lui citato la prima vittima di un regime (quello dei Trenta Tiranni) nella Storia dell’umanità. Ma non si tratta, purtroppo, né del primo né dell’ultimo caso di un intellettuale finito nel mirino di un governo.

Negli ultimi tempi ha destato particolare scalpore il caso di Salman Rushdie. Non è però l’attentato del giugno scorso la prima minaccia subita dall’autore indiano. Nel 1981 esce la sua prima “bomba”: I figli della mezzanotte, un romanzo che gli fa guadagnare fama e che ancora oggi è considerato in assoluto la sua opera migliore, ma che pure lo mise in contrasto con la dinastia NehruGandhi. Sul romanzo si abbatté infatti la censura politica e Rushdie fu costretto a lasciare l’India per le minacce ricevute. Alcuni anni dopo, dà alle stampe un libro destinato a fare di lui un autore di fama mondiale, ma anche un perseguitato in ogni istante della sua vita: I versi satanici pubblicato nel 1988. Il romanzo è una stoccata sottile e formidabile al tempo stesso all’autorità e infallibilità delle religioni, in particolare quella musulmana. Nel testo infatti vi è una rivisitazione di un testo apocrifo legato alla biografia del profeta Maometto, in cui si racconta che egli sarebbe stato ingannato dal diavolo che lo spinse a predicare alcuni precetti errati come Corano. Se in Occidente non si coglie subito la gravità di quanto giace nelle pagine di Rushdie, in altri Paesi la censura è molto più pronta e brutale, così come anche le reazioni dei musulmani. Si svolgono imponenti manifestazioni, il libro viene bruciato nelle piazze, centinaia di lettere di protesta invadono le caselle di posta della casa editrice di Rushdie, la Viking Penguin. Era trascorso meno di un mese dalla pubblicazione del manoscritto. Ma il peggio doveva ancora venire. Il 14 febbraio del 1989 l’ayatollah Ruhollah Khomeini, leader religioso iraniano fautore del regime successivo alla caduta dello Shah, manda un messaggio alla radio nazionale iraniana. Un annuncio che cambierà per sempre la vita di Salman Rushdie, facendolo diventare un uomo perennemente braccato: «informo tutti i buoni musulmani del mondo che l’autore dei Versi satanici, un testo scritto e pubblicato contro la religione islamica, contro il profeta dell’Islam e contro il Corano, insieme a tutti gli editori e coloro che hanno partecipato con consapevolezza alla sua pubblicazione, sono condannati a morte. Chiedo a tutti i coraggiosi musulmani, ovunque si trovino, di ucciderli immediatamente, cosicché nessuno osi mai più insultare la sacra fede dei musulmani. Chiunque sarà ucciso per questa causa sarà un martire per il volere di Allah». La vita di Rushdie cambia completamente, continua a scrivere ma sa che dietro di lui una rete di persone, che potenzialmente può raggiungerlo ovunque, gli sta dando la caccia. E lo trovano il 12 agosto del 2022, quando un attentatore, Hadi Matar, lo colpisce con diverse coltellate provocandogli la perdita di un occhio e dell’uso di una mano. Il regime iraniano, oggi controllato da un altro ayatollah, Khamenei, premia l’attentatore con 1.000 metri quadri di terreno agricolo.

Ma non è l’unico intellettuale o creatore che dalla Rivoluzione islamica del 1979 ha dovuto guardarsi le spalle costantemente. I primi a essere colpiti, ovviamente, sono proprio gli autori iraniani. Poco tempo fa è stata l’organizzazione del Festival di Cannes a chiedere l’immediato rilascio di Mohammad Rasoulof, Mostafa Alahmad e Jafar Panahi. Tre celebri registi, arrestati negli ultimi giorni per “propaganda contro il sistema”. In una nota del Festival si legge: “Cannes riafferma il suo sostegno a tutti coloro che, in tutto il mondo, sono sottoposti a violenza e repressione. E rimane e rimarrà sempre un paradiso per artisti provenienti da tutto il mondo per trasmettere le loro voci forti e chiare, in difesa della libertà di creazione e della libertà di parola”. Un altro artista, lo svedese Lars Vilks, era sfuggito per un soffio a un tentativo di omicidio nel 2015, quando a Copenaghen un giovane danese tentò di accoltellarlo dopo che per settimane si erano susseguite minacce di morte nei suoi confronti. Il motivo era una vignetta, in cui ritraeva il volto di Maometto sul corpo di un cane. Questa volta a mettere una taglia sulla testa del cartoonist fu Al Qaeda: 100 mila dollari per la sua vita. La presenza di grandi organizzazioni terroristiche e di regimi di tipo confessionale rende parte del mondo islamico piuttosto permeabile alla propaganda contro gli intellettuali dissidenti o critici della dottrina islamica canonica. Diversi i nomi finiti nel mirino dei fondamentalisti: Abdel-Samad, autore de Il fascimo islamico; Seyran Ates, avvocata, femminista, fondatrice della prima moschea liberale a Berlino; Mina Ahadi, attivista politica iraniana, presidente del Consiglio degli ex musulmani in Germania; Amed Sherwan, giovane attivista ateo originario del Kurdistan iracheno; i redattori di Charlie Hebdo sopravvissuti all’attentato del gennaio 2015; lo scrittore Michel Houellebecq, autore di Sottomissione; il filosofo e autore Bernard-Henri Lévy (secondo quanto riportato dal Washington Post) e tanti altri, noti e meno noti, che dopo l’emissione di una fatwa o su semplice minaccia sono costretti a vivere sotto scorta o in un regime di massimo e costante allarme.

Islam, ma non solo. Molte religioni nei secoli hanno creato tribunali speciali per punire gli scienziati e filosofi non allineati con la dottrina ufficiale. Famoso il caso di Galileo Galilei, costretto all’abiura dal tribunale romano dell’Inquisizione. Meno noto il caso di due filosofi ebrei: Baruch Spinoza, filosofo costretto a riparare all’Aia a causa del suo pensiero filosofico, la stessa sorte del portoghese Uriel da Costa, morto suicida dopo l’abiura coatta e le torture subite nella Sinagoga di Amburgo. Diversi intellettuali sono stati inoltre costretti a fuggire a causa delle minacce di morte ricevute da un regime di tipo laico secolare. È il caso di Fëdor Dostoevskij, condannato e graziato in extremis dal governo zarista di Nicola I per essere stato uditore alle riunioni del circolo letterario Petraševskij, uno dei primi nuclei intellettuali progressisti della Russia del 1840. Ma anche di Varlam Tichonovič Šalamov, l’autore di arcipelago gulag internato proprio nei campi di prigionia dell’Urss; Marina Cvetaeva, poetessa russa morta apparentemente suicida, ma in circostanze assai sospette, il 31 agosto 1941; nella Spagna franchista fu vittima della repressione Federico García Lorca, ucciso per le sue prese di posizione a favore del fronte repubblicano. Ci sono poi anche le vittime “collaterali” delle persecuzioni, quegli uomini e quelle donne cioè che si tolgono la vita dopo un periodo di esilio o di repressione perché troppo debilitati nell’anima per poter continuare a vivere. Durante le persecuzioni dei fascismi europei moriranno nei lager o dopo i lager nazisti autori del calibro di Primo Levi, Jean Améry (pseudonimodi Hans Chaim Mayer) e Max Jacob.

Quando poi si guarda alla censura operata dai regimi dell’America Latina, ci si rende facilmente conto di come l’Occidente sia stato un maestro fin troppo efficace per i governi dittatoriali del Sud America. Esemplare tra tutti è la persecuzione efferata degli intellettuali di sinistra operata dal governo militare sostenuto dagli Stati Uniti di Augusto Pinochet. Qualcuno tra loro riesce a scappare, come Isabel Allende (nipote del presidente Salvador Allende, morto difendendo la democrazia cilena nel bombardamento del Palazzo de la Moneda); dopo il colpo di Stato dell’11 settembre 1973, lasciò il Cile nel 1975 trasferendosi a Caracas, in Venezuela, dove rimase fino al 1988. O anche Osvaldo Soriano, scappato nel 1976 dalla sua Argentina in preda al golpe della giunta militare di Videla. O ancora Rigoberta Menchù, scrittrice guatemalteca costretta a scappare dal suo Paese in un’escalation di violenza sulle popolazioni indigene e gli oppositori. Non sempre gli intellettuali riescono a salvarsi: lo scrittore e giornalista Luis Sepulveda era al palazzo presidenziale, come scorta del presidente, quando fu catturato e condotto in prigione dove trascorse 7 mesi in una cella minuscola in cui era impossibile stare anche solo sdraiati o in piedi. Fu liberato solo grazie alle forti pressioni di Amnesty International ma i suoi lavori teatrali impegnati gli costarono un secondo arresto: la giunta militare lo processò ufficialmente condannandolo all’ergastolo, commutato poi nella pena di 8 anni d’esilio. In tutto passò due anni e mezzo in carcere. Anche in Africa diverse voci che dissentivano dalla propaganda ufficiale sono state messe a tacere in modo più o meno violento: Le’ul Asfa-Wossen, esule dopo il colpo di stato in Etiopia del 1974; ma anche Patrice Émery Lumumba, politico congolese il cui corpo fu smembrato e sciolto nell’acido dai suoi persecutori. Fino ai giorni nostri, in cui il giovane studente egiziano Patrick Zaki ha dovuto attendere per settimane la scarcerazione dalla prigione di Tora, dopo essere stato arrestato dal regime di Al-Sisi non appena atterrato all’aeroporto de Il Cairo.

Non è necessario però essere invisi a un governo dittatoriale, e a volte non serve nemmeno usare la penna per denunciare le ingiustizie di un sistema razzista, fascista e di apartheid. Come nel caso di Miriam Makeba, costretta a diventare apolide dopo che il regime di apartheid in Sud Africa decise di revocarle i documenti. La sua colpa? Aver partecipato come comparsa al docufilm Come Back Africa. Diversi i musicisti e i cantanti vittime di censura e barbarie da parte dei regimi autoritari. Come Victor Jara, il cantante cileno ucciso nei primi giorni della dittatura militare di Augusto Pinochet con 44 colpi di proiettile nell’Estadio Chile di Santiago.

«Sì, Sagredo, ho paura; il mio corpo ha paura; ma io so che non morirò… quando il mio corpo fisico morirà, io sarò lì; vedrò cadere il mio corpo, vedrò i volti trionfanti, attoniti e sgomenti dei miei persecutori». Queste secondo una ricostruzione moderna sarebbero state invece le parole di Giordano Bruno, ucciso dalla Santa Sede per la sua dottrina filosofica umanistica. Una sfida ai regimi di tutto il mondo, una promessa di speranza per i perseguitati.

di: Caterina MAGGI