Il celebre rapper ha annunciato un nuovo album. La sua storia si muove tra provocazione, dissacrazione, horrorcore e introspezione

Il trailer fittizio di una docuserie fittizia: è così che Eminem ha annunciato al mondo il nuovo album The Death of Slim Shady (Coup de Grâce), la cui uscita è prevista per l’estate 2024 (non c’è ancora una data). Nel finto programma televisivo Detroit Murder Files si vede la scena di un crimine e poi un giornalista che annuncia la morte di Slim Shady, alter ego del rapper statunitense. Nel filmato compare anche 50 Cent – vicino a Eminem – che dice: «non era un amico, era uno psicopatico». Già solo questo mostra il sarcasmo e il gusto della provocazione di Marshall Bruce Mathers III, questo il vero nome del rapper di Detroit. Nel video il finto giornalista afferma che Slim Shadynon ha avuto pochi nemici e che a decretarne la fine potrebbero essere stati i “testi scurrili” e le “buffonate controverse”. Un modo di prendersi in giro perfettamente nel suo stile. 

Sembra, questa, una volontà di uccidere la sua prima incarnazione artistica dopo quasi 30 anni di carriera. Slim Shady è una delle tante personalità artistiche di Eminem, che a volte usa anche il nome anagrafico Marshall Mathers. Già nei mesi scorsi Dr. Dre, rapper, produttore e sodale di lunga data, aveva anticipato che il cantante era al lavoro su un nuovo album che sarebbe uscito quest’anno. Poi un Pesce d’Aprile con cui il rapper annunciava l’uscita di un nuovo disco. Poi quell’annuncio è arrivato davvero, stavolta reale. Il disco arriva a quattro anni di distanza dall’ultimo Music To Be Murdered By, del 2020. 

È il 1999 quando tutto il mondo fa la conoscenza di Eminem con il singolo My Name Is, tratto da The Slim Shady LP: grazie a questo lavoro è diventato uno degli artisti hip hop più noti e influenti al mondo. Il disco viene acclamato dal pubblico e dalla critica, e nel 2000 vince il Grammy come Miglior Album Rap. Già qui, però, ci sono le contraddizioni (e le controversie) che contraddistinguono la storia del rapper. L’album – il secondo dopo Infinite del 1996 – è scritto interamente dal punto di vista dell’alter ego Slim Shady, tra horrorcore e comedy hip hop. Ma chi è Slim Shady? Potrebbe essere una maschera per incarnare i propri demoni, la propria oscurità e la propria oscenità in un territorio senza riferimenti e senza freni. Si potrebbe interpretare Slim Shady come l’incarnazione dell’adolescente o giovane adulto uomo, bianco americano medio, tra alienazione, apatia, ricerca della trasgressione come via di fuga, senza disdegnare qua e là punte di idiozia. The Slim Shady LP colpisce subito per i suoi testi misogini e omofobi. Nel brano ’97 Bonnie & Clyde il rapper racconta di un viaggio immaginario con la figlia Hailie Jade verso un lago in cui nascondere il corpo della moglie Kimberly Anne Scott metaforicamente uccisa e chiusa nel bagagliaio dell’auto. Ovviamente è tutto falso, una finzione esasperata portata al parossismo, come in un film splatter e gore (ricordate l’horrorcore?). Eminem ha raccontato spesso del rapporto difficile e burrascoso con l’ex moglie, dalla quale ha divorziato due volte. Ma nel mirino è finita spesso e volentieri anche sua madre, con la quale ha avuto un rapporto complicatissimo (ed è un eufemismo), che lo ha anche querelato per quanto raccontato nelle canzoni. 

Proprio il linguaggio usato dal rapper attira fin da subito molte polemiche. Al di là delle critiche sterili e senza fondamento sull’uso del turpiloquio e delle parolacce, che lasciano il tempo che trovano, questo ci pone davanti a tematiche più profonde. Una di queste è come interpretare il testo di una canzone (non facciamo, ovviamente, riferimento ad atti violenti realmente commessi contro altre persone, o a frasi e idee misogine, omofobe e razziste espresse al di fuori della musica, e neanche all’annosa questione del separare o meno l’opera dall’artista, sono discorsi differenti). Sappiamo che la musica non va chiaramente presa in senso letterale, le parole utilizzate per raccontare un evento, anche il più crudo ed efferato, rispecchiano i contorni entro cui può verificarsi quella situazione nel reale e la crudezza di cui quell’evento è portatore nella realtà, traslata, però, nell’ambito del fantastico e della fantasia, ma non riflettono (si spera) le intenzioni dell’autore o dell’autrice. Ora, partiamo da due assunti. Il primo: non esiste alcuna “dittatura del politicamente corretto”. Il secondo: la censura è sempre inefficace e inutile. Appurato questo, come coniugare la sacrosantissima libertà di espressione di un musicista, di costruire il proprio storytelling, con l’impeto a spararla grossa, fino a diventare volutamente offensivo? Era proprio il caso? Perché sì, perché no? Sono solo provocazioni sterili o c’è di più? Quanto un testo misogino, omotransfobico, razzista ci dice della cultura in cui siamo immersi prima ancora che della persona che lo interpreta? Forse non è sotto questa luce che molti hanno interpretato l’ospitata di Eminem al Festival di Sanremo nel 2001, osteggiata da più parti e portatrice di polemiche e di panico (il testo di The Real Slim Shady, poi eseguita durante la kermesse, è stato addirittura sottoposto alla Procura della Repubblica di Sanremo). Il rapper si esibisce sul palco dell’Ariston insieme ai D12 (Dirty Dozen), gruppo di cui faceva parte, nonostante diversi problemi tecnici (il famoso microfono che non funziona), poi scappa via, conscio del clima che si era venuto a creare intorno alla sua presenza. A salvare la situazione ci pensa Raffaella Carrà, conduttrice di quell’edizione, che, con professionalità ed empatia, lo raggiunge e lo ringrazia. Ecco, qui – Carrà a parte – non abbiamo fatto una bellissima figura, tanto che il rapper non farà concerti in Italia fino al 2018. 

La stessa Carrà poco prima dell’ospitata rivela di aver visto un video sulla vita del rapper e di aver capito che nelle sue canzoni mette tutta la sua rabbia, usando la musica “come terapia”. Nei brani del rapper di Detroit non mancano il dolore, la sofferenza e l’introspezione. In Brain Damage (The Slim Shady LP, 1999), usando come espediente l’esagerazione comica, si rivolge, chiamandolo proprio per nome e cognome, a un compagno di scuola che lo ha bullizzato da bambino (e che ha poi querelato il rapper). Il lato più introspettivo viene fuori nei brani dedicati alla figlia come Mockingbird (nel quinto album Encore del 2004), Hailie’s Song e My Dad’s Gone Crazy (nel quarto disco The Eminem Show, pubblicato nel 2002). Ma anche in Not Afraid (Recovery, 2010), in cui abbandona lo humor dissacrante e racconta il suo rapporto con la tossicodipendenza. 

Il rapper ha anche affrontato il tema della fame e della frattura con sé stesso in The Real Slim Shady (The Marshall Mathers LP, 2000). Qui a finire nel mirino sono personaggi famosi come Pamela Anderson, il comico Tom Greene, Britney Spears, Christina Aguilera. Con irriverenza il rapper fa luce sulle sfaccettature e i lati oscuri della popolarità: all’epoca era già una superstar del rap. Non mancano neanche le critiche all’industria musicale e alla politica statunitense, come in Without Me (The Eminem Show, 2002), forse uno dei suoi singoli più famosi, in cui finiscono nel mirino Dick Cheney, all’epoca vicepresidente repubblicano degli Stati Uniti, i Limp Bizkit, Moby, Chris Kirpatrick degli NSYNC e la stessa MTV

Nella sua lunga carriera, partita da Detroit, in cui era “l’unico rapper bianco”, tra le critiche, le polemiche, i passi falsi, Eminem ha vinto anche un Oscar grazie a Lose Yourself, nominata per la categoria Miglior Canzone Originale. Il brano è tratto da 8 Mile, film diretto da Curtis Hanson nel 2002 in parte ispirato alla sua vita ma non propriamente biografico, in cui interpreta il ruolo del protagonista. Eminem non è solo quello delle provocazioni, delle controversie, e delle “buffonate”, come afferma il nuovo trailer, è un artista cha ha contribuito a ridefinire un nuovo paradigma dell’hip hop, mantenendo gli stilemi old school pur allontanandosene, e alzato l’asticella a livello di tecnica, data l’incredibile abilità di creare rime e incastri. C’è poi un’altra cosa: ha spesso preso in giro sé stesso, descrivendosi come “un fallimento”, non di certo come modello da seguire, soprattutto con l’alter ego Slim Shady, a differenza di altri rapper che, soprattutto tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, erano immersi nell’ egotrip. Perché il bersaglio preferito di Eminem è Eminem. Sarà così anche stavolta? Slim Shady morirà davvero?