La Corte d’assise d’appello di Firenze ha condannato a tre anni Amanda Knox per calunnia nei confronti di Patrick Lumumba
Ci sono storie che non finiscono mai. No, non come gli amori di Venditti, che fanno giri immensi per poi tornare: queste sono storie più macabre, più oscure, viscose, in cui nessuno è mai riuscito a fare davvero la chiarezza e in cui il tempo non è stato in grado di gettare sufficiente luce da mostrare un cammino meno tortuoso, meno accidentato, per raggiungere la via d’uscita. E anche chi l’ha raggiunta davvero, la botola per tornare in superficie, non è mai riuscito a ripulirsi dalla melma in cui si è trascinato per mesi, talvolta per anni. Ci sono storie che sono baratri e, quand’anche restituiscano le proprie vittime, reali o presunte, non è affatto detto che le stesse riemergano intere: un pezzo di anima rimasto nel buio soffocante, un pezzo di baratro ad oscurargli l’anima.
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Sembra essere proprio questo il caso di Amanda Knox, accusata e poi assolta per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher avvenuto a Perugia la notte di Halloween del 2007 e rientrata in Italia nei giorni scorsi per partecipare a un altro processo, ancora seduta al banco degli imputati: quello per la calunnia a Patrick Lumumba. Ancora sotto giudizio e ancora colpevole: la Corte d’assise d’appello di Firenze ha confermato la sua responsabilità e l’ha condannata a tre anni di reclusione e a cinque di interdizione dai pubblici uffici.



Knox, oggi 36 anni, è scoppiata in lacrime al momento della lettura della sentenza e ha dichiarato di essere “molto delusa”: «non me lo aspettavo», ha spiegato ai suoi avvocati difensori, Carlo Dalla Vedova e Luca Luparia Donati, che le erano accanto in quel momento.
Sono passati 17 anni dall’omicidio della giovane Kercher e, all’epoca, Knox aveva 19 anni. Pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere della studentessa – mutilata nella sua camera da letto nella casa che condivideva con Amanda e con altre due ragazze – Knox fece proprio il nome di Lumumba, all’epoca suo datore di lavoro in un bar perugino, come il “presunto autore del delitto”, scrivendolo in un memoriale il 6 novembre del 2007 poco prima di essere trasferita in carcere. Oggi, in tribunale, Knox ha spiegato che non voleva accusare Patrick, e che “non è riuscita a resistere alle pressioni della polizia”. «Ero una ragazza di 20 anni spaventata, ingannata, maltrattata dalla polizia, costretta a sottomettermi. Il 5 novembre 2007 è stata la notte pegiore della mia vita. Pochi giorni prima la mia amica Meredith era stata uccisa nella casa che condividevamo. Ero scioccata, era un momento di crisi esistenziale. La polizia mi ha interrogata per ore in una lingua che non conoscevo. Si rifiutavano di credermi, mi davano della bugiarda, ma io ero solo terrorizzata. Non capivo perché mi trattavano in questo modo, minacciandomi di farmi avere una condanna a 30 anni se non ricordavo ogni dettaglio. Un poliziotto mi ha anche dato uno scappellotto in testa dicendomi: “ricorda”. – Ha dichiarato Knox parlando spontaneamente alla Corte. – Non sapevo chi fosse l’assassino. Mi sono appartata per ricostruire la mia sanità mentale, ho detto agli investigatori di non poter ripetere davanti a una Corte quanto detto la notte, ma loro erano troppo occupati ad arrestare un uomo innocente e a dire davanti alle telecamere che il caso era chiuso. Ho chiesto un foglio di carta e ho scritto quel documento. L’obiettivo era ritrattare. Non stavo mentendo ma volevo capire se le immagini confuse che avevo in testa fossero vere. Non ho mai voluto calunniare Patrick. Lui era mio amico, si è preso cura di me e mi ha consolata per la perdita della mia amica. Mi dispiace che lui abbia sofferto».

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In realtà, Knox non tornerà in carcere: i tre anni di reclusione sono già stati scontati, perché la donna ne ha passati quasi quattro in cella tra l’arresto e la scarcerazione prima di essere dichiarata innocente per l’omicidio di Meredith. I suoi legali si preparano comunque a un ricorso, la speranza di Knox infatti era di “mettere un punto fermo” e “scagionare” il suo nome “una volta per tutte” dalle “false accuse”, come aveva scritto sui social. In tribunale con lei c’era anche il marito, Chris Robinson e non appena finita la lettura della sentenza i due sono andati via, senza rilasciare commenti ai molti giornalisti presenti, sia italiani, sia statunitensi, sia inglesi (Meredith Kercher veniva dall’Inghilterra).
Processo mediatico e giuridico
Il caso Meredith Kercher ha sconvolto l’Italia: non solo per la brutalità dell’evento ma anche per i protagonisti di quella storia; una vittima britannica, una presunta assassina americana, un indiziato italiano. Il gioco delle parti, che ha posizionato sulla scacchiera due regine: la sofisticata, elegante, intellettuale Meredith e l’estroversa, libertina, seducente Amanda. Nel mezzo – ma in un triangolo che non ha nulla di romantico – Raffaele Sollecito: un ragazzo di Bari a Perugia per studiare, fidanzatino di Amanda. E poi un’ombra: quella di Rudy Guede, l’unico che ha finito di scontare una condanna per l’omicidio di Kercher: il suo DNA era stato trovato ovunque sulla scena del delitto, persino dentro Meredith. L’aveva stuprata e poi accoltellata a morte, prima di scappare in Germania. Insomma, questo thriller internazionale che pareva vergato dalla penna di Agatha Christie aveva il suo cattivo ma prima ancora che le parti iniziassero a dibattere in tribunale, il processo mediatico – da sempre più veloce della giustizia – aveva già scelto i suoi carnefici. Amanda e Raffaele, un gioco erotico finito male, un’orgia di cui Meredith forse non voleva far parte; la tensione era palpabile, altissima, tutti gli occhi erano concentrati su Knox e Sollecito prima ancora che si fossero seduti alla prima udienza davanti ai giudici.



Il vero processo iniziò in questo clima e il 5 dicembre del 2009 Knox venne condannata a 26 anni di carcere e Sollecito a 25. L’anno seguente iniziò il processo di secondo grado per cercare di chiarire le zone d’ombra: le prove regine, il coltello con il DNA di Amanda e Meredith e il gancetto del reggiseno di quest’ultima con sopra le impronte di Raffaele (gancetto che era stato trovato sotto un tappetino sulla scena del crimine mai sigillata) non convincevano gli inquirenti e vennero fatte a pezzi. Le tracce di Knox sul primo e Sollecito sul secondo erano così labili che non potevano essere prese sul serio, vennero demolite. E Amanda e Raffaeli assolti e scarcerati dopo 1.427 giorni di carcere. Naturalmente la matassa era ancora fitta: si susseguirono un appello bis con una nuova condanna, poi la Cassazione che annullò tutto senza rinvio, e ci volle il 2015 prima che i due ragazzi venissero proclamati innocenti.



Dal suo canto Rudy Guede – che è l’assoluto colpevole ma che ha avuto molta meno risonanza dei due ragazzi solo sospettati e poi assolti – è rimasto in carcere fino al 2021, poi è stato scarcerato in anticipo di qualche mese come “premio” per “aver partecipato attivamente all’opera di rieducazione prevista dalla pena”.
Si pensava che la scarcerazione di Guede avrebbe messo la parola fine a una delle vicende giudiziarie più lacunose e oscure della storia italiana. Amanda Knox e Raffaele Sollecito si sono rifatti una vita: lei è tornata negli USA, ha scritto un libro, si è sposata e ha avuto due bambini; lui si è laureato in ingegneria informatica nel 2014 e oggi si occupa di architetture in Cloud per società medio gradi a Milano.
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Ma gli strascichi di un caso come questo non spariscono mai del tutto. Fanno parte di quelle storie di cui parlavamo all’inizio, infinite e burrascose, di cui i protagonisti, per quanto apparentemente in salvo, non riescono mai a disfarsi davvero. Come un’ombra destinata a seguirli per sempre. E a chi guarda, a chi ascolta, a chi scrive, resta sempre la solita, logorante, frustrante domanda: possiamo davvero essere certi, senza arma del delitto e senza confessione, che tutti i colpevoli siano stati catturati?


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di: Micaela FERRARO
FOTO: ANSA/SHUTTERSTOCK